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Justin Timberlake vende il catalogo delle proprie canzoni a Hipgnosis

La popstar cede i diritti sul suo songbook al fondo che ha attivato una partnership con Blackstone. Pur non essendo un «grande vecchio»

di Francesco Prisco

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2' di lettura

Non è un affare (solo) per vecchi, a quanto pare. Mentre tutti tengono d’occhio il dossier Pink Floyd che potrebbe trasformarsi nella più grossa cessione di asset musicali della storia, ne succedono di cose sul versante della vendita dei diritti delle canzoni. L’ultima, in ordine di tempo, riguarda Justin Timberlake, popstar americana che, negli ultimi 20 anni, ha intrattenuto il pubblico di tutto il mondo con hit come What Goes Around... Comes Around e Cry me a river: per una somma che si aggira sui 100 milioni di dollari ha venduto il suo catalogo musicale al fondo Hipgnosis, società di Merck Mercuriadis, partner del gruppo di private equity Blackstone.

L’attivismo di Blackstone

Tutto lascia presagire che potremmo continuare a vederne delle belle, per chissà quanto tempo ancora. Blackstone è entrata in ottobre in affari con Hipgnosis con un investimento iniziale di un miliardo di dollari per lanciare un «veicolo» privato, la Hipgnosis Songs Capital per l’acquisto di cataloghi musicali, separatamente dal fondo britannico Hipgnosis Songs quotato alla City, che ha comprato finora oltre due miliardi di dollari in diritti musicali.

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Anche un 41enne nel club dei «grandi vecchi»

Timberlake, che gli appassionati di cinema ricorderanno nei panni del co-fondatore di Napster Sean Parker nel film sulla nascita di Facebook The Social Network (2010), si è detto «eccitato» dalla partnership: «Non vedo l’ora di cominciare questo nuovo capitolo». Sempre Hipgnosis, nel gennaio del 2021, rilevò la metà dei diritti sulle canzoni di Neil Young. Ma mentre Mr. Young ha abbondantemente superato i 76 anni di età, Timberlake ne ha appena 41. Finora si era detto che la vendita di un catalogo aiuta la successione: tra i cespiti di un testamento, i soldi sono molto più facili da dividere. Dettaglio non banale, se consideriamo che ai decessi dei grandi della musica spesso e volentieri fanno seguito cause tra gli eredi. E Bruce Springsteen, Bob Dylan e Paul Simon hanno ragionato proprio in questo modo.

Meglio «pochi, maledetti e subito»

Pare evidente non possa essere questo il caso di Justin Timberlake. Il cantante nato a Memphis, più probabilmente, si sarà voluto mettere a riparo dalle imponderabili dinamiche di un mercato discografico che non era mai stato volatile come lo è nell’era dello streaming. Oggi le major si quotano per cifre da capogiro, ma è ancora vivo il ricordo degli anni bui della crisi di Napster. Negli Stati Uniti, poi, in questo particolare momento storico anche a livello fiscale è meglio avere una grossa cifra da re-investire che un asset i cui margini saranno tutti da verificare nel medio lungo termine. I maligni, in ultimo, non escludono che l’accelerazione di Timberlake sul dossier sia dovuta al timore che la «bolla» si sgonfi. Meglio pochi, maledetti e subito, insomma, che il rischio di prenderne ancora meno dopodomani. E poi 100 milioni di dollari non sono neanche così pochi.

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