il graffio del lunedì

Juve, lo scudetto più triste e la condanna di dover sempre stupire

La squadra di Sarri con il 2 a 0 alla Sampdoria (gol di Bernardeschi e Ronaldo) mette in bacheca il suo nono campionato consecutivo

di Dario Ceccarelli

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(REUTERS)

La squadra di Sarri con il 2 a 0 alla Sampdoria (gol di Bernardeschi e Ronaldo) mette in bacheca il suo nono campionato consecutivo


3' di lettura

Eccolo qua. Finalmente è arrivato. Ce n'è voluto, diciamolo, ma alla fine la Juventus con questo 2 a 0 alla Sampdoria (gol di Bernardeschi e Ronaldo) mette in bacheca il suo nono scudetto consecutivo, il 36esimo o il 38esimo a seconda dei gusti (2 sono stati revocati dalla giustizia sportiva) della sua lunga marcia nel campionato italiano.

Sarà che è un anno bisesto con tutto quello che sappiamo, ma è uno scudetto un po' surreale. Molto surreale. Con una triste allegria. E non solo per questo incredibile finale post lockdown, dove chi era forte è diventato debole e chi era debole è diventato forte, ma anche per tutto quello che è girato attorno alla Juventus: mai uno scudetto è stato così poco goduto come questo. Forse perchè al caviale ci si abitua, forse perchè alla Juve di Sarri si chiedeva quel Sacro Graal del Calcio che raramente - al di là dei singoli exploit di Dybala e Ronaldo - si è visto in campo, forse perchè il “bello“ del calcio è che anche tra i dominatori si aprano delle crepe che facciano intravedere squarci di speranza anche per gli altri.

Non è bello vincere uno scudetto sottolineandone più i difetti che le qualità, più gli errori che le perfezioni. In questo senso non invidiamo Sarri, costretto già a fare i conti con le prossime trappole della Champions. Con il solito cronista di turno che gli farà notare che per vincere in questo modo tanto valeva tenersi Allegri, che almeno non promette le ciliegine sulla torta ma quando ti siedi a tavola primo e secondo te li serve subito senza farti aspettare che il ristorante chiuda.

È uno scudetto surreale. Uno scudetto con distanziamento sociale. Senza festa in piazza San Carlo, senza pubblico, ma anche senza tifosi veramente felici. Come un matrimonio senza amore, un regalo troppo atteso, una promessa mantenuta ma solo per dovere. Quello che si imputa a Sarri - le incertezza della difesa, l'incapacità di gestire un vantaggio, la scarsa identità della squadra - sono in realtà piccoli difetti rispetto al risultato finale. Sarri si è adeguato, facendo di necessità virtù. Anche perchè nel calcio esistono gli avversari: e non si può dire che Inter, Atalanta e Lazio siano proprio ballerine di terza fila.

Ma il paradosso della Juventus - un paradosso doloroso per Sarri - è che vincere non le basta più. Non le basta essere dominatrice come era la Juve di Conte e di Allegri, ma deve essere qualcosa di più e di inedito, un mix di protervia e spettacolo che deve sempre stupire con nuove invenzioni per non far cadere il già decrescente pubblico televisivo.

È il nuovo calcio dominato dal Var, dai rigori profusi a manetta, dove i difensori sono dominati dalla paura di far qualsiasi fallo, manichini con braccia e mani rigidi sul corpo come se giocassero con la camicia di forza. In questo calcio liquido e imprevedibile del post lockdown, la Juve di Sarri doveva mantenere una rotta stabile, come una portaerei che tira dritto senza preoccuparsi delle barchette che le girano attorno e del mare che si ingrossa. E invece anche la Juventus, in questo mare infido e imprevedibile, ha imbarcato acqua, ha cambiato rotta, si è perfino fermata a guardare l'orizzonte a poche miglia dalla costa. Un calvario per capitan Sarri che dall'Azienda ha ricevuto un mandato solo e immodificabile: vincere e far sognare. Un compito probabilmente spropositato in questo calcio dalle gerarchie labili. E la Champions è già in agguato. Come avrebbe detto Mike Bongiorno: Allegri(a).

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