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Viaggio a Fraser Island, l’isola di sabbia più grande al mondo

Questo paradiso nel Queensland ha pochi resort e campi tendati ed è la meta ideale per ritrovarsi nella quiete avvistando le balene

di Maria Luisa Colledani


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5' di lettura

Il nome è destino e destinazione. K’gari, in lingua Butchulla, una delle 500 parlate dagli aborigeni d’Australia, significa “paradiso”. K’gari - ma sulle cartine non lo troverete - è il mondo prima del mondo, è energia prima dell’energia. È un inno alla vita libera, immacolata, senza orizzonti.

Siamo nello stato del Queensland, 250 chilometri a nord di Brisbane: Fraser Island, nome imposto dai colonizzatori inglesi, è la più grande isola di sabbia al mondo, 120 chilometri per 25, è più grande dei 25 Paesi più piccoli al mondo. Si parte dall’imbarcadero di Inskip e si supera lo stretto braccio di mare che porta al Paradiso. Mark, il battelliere, ci fa “ciao” con la mano e un cartello ci accoglie “Welcome to K’gari. Ngalmu galangoor Biral and Biralgan bula nyin djali. Wanya nyin yangu, wanai djinang djaa”, cioè “Benvenuti a Fraser Island. Che i nostri spiriti siano con te tutto il giorno. Ovunque tu vada, lascia solo le tue orme”.

È l’invito del popolo Butchulla a noi che arriviamo con le nostre 4x4, unico mezzo ammesso su queste autostrade di sabbia. Drop Bear Adventures è una delle agenzie che portano i turisti sull’isola. Una trentina di persone, per venti Paesi rappresentati, in quattro 4x4, Troy Walton, vulcano di storie e scienziato mancato, è la nostra guida e al volante ci alterniamo un po’tutti nei 500 chilometri di questi tre giorni: anche guidare sulla sabbia è curiosità e divertimento. Ma l’isola molto di più.

Quattro villaggi e un pub
C’è chi viene in giornata, chi per un paio di giorni; meglio con tour organizzati perché a Fraser Island bisogna saper fare di necessità virtù e di tutto un po’. Pure questo è parte del viaggio ai confini del mondo. Quattro i villaggi: Eurong con il suo pub e il fornaio, Happy Valley, Kingfisher Bay e Orchid Beach, 250 residenti, un’unica buca delle lettere, qualche resort e i campi tendati.

I padroni di K’gari sono una natura travolgente, potente e piena di musica, e loro, gli animali. Ecco, mentre procediamo verso il campo-base, vicino a Eurong, dai finestrini, fra cielo e mare, emerge una balena che con il suo piccolo sbuffa verso nord a caccia del caldo e anche un dugongo. Troy è entusiasta: «Faccio la guida a K’gari da sette anni, questo sarà il mio duecentesimo tour e vedo un dugongo per la prima volta. L’isola non finisce di stupirmi». Quanta vita fra la sua prima volta qui, in campeggio con i genitori, e il suo amore attuale: «K’gari è casa, rifugio, quiete: un mondo lontano dalla civiltà, una natura selvaggia in cui immergersi dove non esistono né fretta e né pressioni».

Anche il campo tendato, nostra base di questi tre giorni selvatici, è lontano da tutto: ci sono Luke, il responsabile, con Mette, danese, e Tania, valtellinese dell’Aprica, volontarie che lavorano in cambio di vitto e alloggio. Il loro compito? Alimentarci al meglio. C’è un piccolo generatore a sostenere la luce e l’acqua calda per le docce ma, per il resto, quando si fa buio è l’ora delle tende, del rumore avvolgente dell’oceano, delle stelle e di una luna madreperla. K’gari è una bolla di vita sognata, mai vissuta: «Amo il mio lavoro perché è un privilegio mostrare e condividere tanta bellezza», dice Hana Robinson che con il marito Mark ha fondato nel 2010 Drop Bear Adventures, 10 dipendenti fra guide, meccanici, responsabili della logistica. Già nel nome dell’agenzia hanno dato il meglio Hana e Mark: non esiste il drop bear, è solo un animale fantastico, qualcosa tipo il nostro lupo mannaro. «Abbiamo cercato di costruire escursioni - spiega Mark - che fossero insieme avventura, esperienza culturale ed emozionale per far capire che K’gari è un ecosistema perfetto e delicato e che il suo destino dipende da noi». Dalle nostre attenzioni, dalla capacità di Reduce, reuse, recycle e anche dalla buona volontà di partecipare, come hanno fatto cento volontari la scorsa settimana, alla annuale campagna di pulizia dell’isola: raccolte 3,3 tonnellate di immondizie di plastica.

Le regole nell’isola patrimonio Unesco
L’isola è potenza e fragilità, un po’ come ogni essere umano ma Troy ci ricorda le tre leggi del popolo Butchulla: c iò che è bene per la terra viene prima di tutto, non prendere ciò che non ti appartiene e condividi se possiedi qualcosa in abbondanza. Per questo K’gari condivide la sua bellezza con i turisti sempre più numerosi dopo il 1992, quando è diventata patrimonio Unesco: i dingo, le megattere, i delfini, i wallaby, le echidne, i kukubara sottofondo musicale ovunque, la foresta pluviale come grattacieli piantati nella sabbia, la Pine Valley con i suoi tronchi che ancor oggi mostrano profondi ovali incisi: sono le canoe ricavate dagli aborigeni più di cent’anni fa.

La pienezza dei suoni, di una luce che brilla e canta, la ricchezza delle acque con decine di laghi che emergono dal riempimento delle depressioni delle dune con acqua piovana. I blu delle acque non si contano: all’Eli Creek, al Wanggoolba Creek, dove potevano immergersi solo le donne per partorire, o nelle acque del Lago McKenzie, il lago Boorangoora, che in lingua Butchulla significa “il paradiso del paradiso”.

La storia
In questa storia millenaria - gli aborigeni abitano qui da migliaia di anni - l’uomo ha inciso ferite profonde. I colonizzatori non solo cambiarono il nome dell’isola (Fraser era il cognome di Eliza, naufragata qui nel 1836 e diventata poi una storyteller, non sempre attendibile, dell’isola), ma uccisero, devastarono, sterminarono, deportarono: l’ultimo esilio forzato è del 1904 che sul Maryborough Chronicle era definito «una delle pagine più nere della storia dell’Impero britannico». Insomma, andarono ben oltre il bonario «Indian people» con cui James Cook, mentre costeggiava l’isola nel 1770, definiva la gente intravvista a terra. Tanto da lasciare, a uno dei punti più panoramici dell’isola, il nome di Indian Head, un promontorio a 360° con le sue vicine (e polinesiane) Champagne Pools.

Fra paesaggi sinuosi, pacifica energia e spiriti femminili - secondo i Butchulla, fu una donna a trasformarsi in isola -, sulla via del ritorno appare il relitto del Maheno, nave di lusso, poi battello commerciale e nave ospedale nella Grande guerra fra Gallipoli e Malta, dal 1935 spiaggiato a K’gari come un’enorme balena di ferro. La luce accarezza le onde dell’oceano che si arrotolano nel sole e, mentre l’auto va, dalla radio esce la voce di Xavier Rudd: «Follow the sun, breathe in the air, set your intentions, dream with care…». L’orizzonte di K’gari è piumato di freschezza perché sa prendersi cura di ogni essere vivente.

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