Patrimonio - Risorsa

Kalatà, l’impresa che mette a valore i beni culturali

di Alessia Maccaferri

Piccola Mole. L'interno della cupola della Basilica di San Gaudenzio a Novara

3' di lettura

La solfa era sempre la stessa, di convegno in convegno: «Il patrimonio culturale è un asset per il paese», «l’Italia potrebbe vivere di cultura», «ci vorrebbe l’intervento dei privati». Ma nessuno (o quasi) che si fa avanti. Fino a che sono arrivati loro che - stanchi della partecipazione ai bandi pubblici con le relative logiche - hanno deciso di mettersi in gioco e assumersi il rischio d’impresa: con Kalatà prendono in gestione i beni culturali, li rendono agibili e fruibili, li aprono al pubblico coinvolgendolo con visite particolari e i conti economici tornano. Già perché Kalatà è un’impresa culturale, che è stata un punto di arrivo dopo anni di attività. «Prima eravamo una cooperativa e lavoravamo come esecutori di progetti per terzi, soprattutto enti pubblici, per la fruizione di beni culturali materiali e immateriali. Dal 2018 siamo autori, promotori e gestori dei progetti e abbiamo investimenti da parte di soggetti terzi» racconta Nicola Facciotto, ceo della società di Mondovì.

La prima sfida è stata l’apertura della cupola ellittica più grande del mondo, quella del santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo. Con un investimento di 100mila euro per la messa in sicurezza degli antichi camminamenti del capolavoro del Barocco piemontese hanno dato il via a Magnificat, un sistema di visite guidate che negli anni ha raggiunto i 90mila visitatori e in sei mesi è andata a break-even.

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Nel processo di sviluppo imprenditoriale Kalatà ha beneficiato del percorso di accelerazione Foundamenta di SocialFare, centro torinese di innovazione sociale. In generale l’impresa ottiene una concessione pluriennale al termine della quale restituisce all’ente proprietario il bene, incluse le migliorie. Dal canto suo Kalatà ritorna nell’investimento grazie alle visite e realizza marginalità.

Dopo la fiducia guadagnata a Vicoforte, la società ha inaugurato il percorso storico alla Basilica di Santa Maria delle Vigne a Genova e lo scorso agosto ha aperto anche la cupola della Basilica di San Gaudenzio a Novara. I visitatori possono salire fino a cento metri, in cima all’opera di Alessandro Antonelli, l’architetto della celebre Mole. L’iniziativa è stata voluta dal Comune di Novara, proprietaria della cupola (mentre la basilica è un bene ecclesiastico), che non spenderà nemmeno un euro, mentre Kalatà ha investito 160mila euro per la messa in sicurezza dei camminamenti e la cura dell’allestimento. «Sta andando molto bene, abbiamo raddoppiato il piano di gestione intensificando le visite, i novaresi hanno risposto in modo importante e inaspettato ma accogliamo un pubblico vasto, che vive tra Milano e Torino. Siamo in sold-out fino ai primi di novembre» aggiunge Facciotto, musicologo di formazione. Forti anche del contributo a fondo perduto di 95mila euro di Fondazione Cariplo e di un finanziamento della Compagnia di San Paolo, Kalatà conta di andare a break-even durante il periodo di concessione (sei anni), se non prima.

Nei prossimi mesi il team, composto da sette persone, si concentrerà anche su Revelia, la piattaforma, nata in collaborazione con Uncem e con la Regione Piemonte, che consente la gestione on demand delle visite guidate al patrimonio culturale. La soluzione è pensata per i beni culturali in gestione agli enti locali, spesso i Comuni, che hanno un’affluenza di pubblico non costante e fatta da piccoli gruppi. La piattaforma aggrega la domanda e propone visite guidate al raggiungimento di soglie minime di partecipazione, con un’ottimizzazione dei costi di gestione e l’incremento qualitativo dell’offerta.

Via via Kalatà ha guadagnato la fiducia degli investitori. Dopo una prima fase di finanziamento bancario, la società - alla cui presidenza siede Alessandro Bollo, direttore del Polo del ’900 di Torino - ha visto la partecipazione di tre finanziatori privati, del fondo SocialFare Seed, e della Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore, braccio operativo di Fondazione Cariplo per l’impact investing, che ha investito 200mila euro in equity. «Durante il periodo della pandemia nel 2020 abbiamo avuto una pesante crisi, perché noi lavoriamo in due dei settori più colpiti dal Covid, la cultura e il turismo. Abbiamo avuto una chiusura di otto mesi. Eppure i soci ci hanno incoraggiato a proseguire sulla nostra missione - racconta Facciotto - Abbiamo fatto bene a non cambiare rotta: il 2021 sta dando i suoi frutti. Con i progetti chiusi al pubblico, abbiamo lavorato molto al cantiere di Novara, abbiamo definito strategie di comunicazione radicalmente diverse e impostato iniziative che presto saranno inaugurate».

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