ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùSTORIE

Usa 2020: Biden sceglie Kamala Harris come vice. Tra Hillary e Beyoncé, ritratto dell’ex procuratrice della California

Figlia di un’endocrinologa indiana e di un economista giamaicano, l’ex procuratrice generale della California è un simbolo dell'America multietnica

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam

Usa 2020, Joe Biden sceglie Kamala Harris come sua vice

Figlia di un’endocrinologa indiana e di un economista giamaicano, l’ex procuratrice generale della California è un simbolo dell'America multietnica


7' di lettura

articolo aggiornato l’11 agosto

NEW YORK -«Ho il grande onore di annunciare che ho scelto @KamalaHarris - un combattente senza paura per il “ragazzino” e uno dei migliori public servants del paese - come mio compagno di corsa». Joe Biden con un tweet ha scelto Kamala Harris come VP. VP sta per vice president. Sigla che è apparsa sempre più spesso nei titoli dei giornali americani in questi mesi. Biden, candidato unico alla nomination democratica, sperava di riuscire a individuare il nome della persona che gli farà da vice, la seconda carica dello stato in caso di vittoria elettorale, entro giugno. Il Covid e le proteste di piazza hanno complicato tutto. In ogni caso, aveva già fatto sapere Biden, che sarebbe stata una donna. D di donna, l’altra faccia della luna, farà il ticket con l’uomo che a sua volta per due mandati fu vice di Barack Obama, il primo afroamericano diventato presidente nella storia degli Stati Uniti.

La rosa dei candidati, tutte donne

Il comitato chiamato a selezionare la rosa dei candidati era formato da quattro persone: il senatore del Connecticut Chris Dodd, amico di lunga data di Biden; la rappresentante al Congresso del Delaware, Lisa Blunt Rochester, lo Stato in cui vive il candidato democratico nella sua bella villa vista lago; il sindaco di Los Angeles Eric Garcetti e l’ex consigliera della Casa Bianca Cynthia Hogan.

Nella short list per la carica di VP c’erano una dozzina di nomi. Tra cui le ex candidate alla nomination Kamala Harris, Amy Klobuchar ed Elizabeth Warren. Rientravano l’ex candidata Governatrice della Georgia Stacey Abrams, la senatrice della Florida Val Demings, prima donna di colore a guidare la polizia ad Orlando, e la senatrice Chaterine Cortez Masto.

Una donna di colore alla Corte Suprema

Diversi donatori hanno fatto pressione su Biden perché scegliesse una donna di colore. Lui, indirettamente, aveva già fatto sapere che non era ancora deciso. Ma se dovesse conquistare la Casa Bianca ha assicurato che sceglierà scelto una donna di colore per presiedere la Corte Suprema. «I presidenti vanno e vengono, la Corte Suprema resta per generazioni», ha detto.

Ha “vinto” Kamala Harris: i leader religiosi delle principali chiese cristiane afroamericane e delle altre confessioni religiose vedono di buon occhio una sua candidatura.

La nomination democratica

La corsa della senatrice Kamala Harris parte da lontano. E’ stata candidata alla nomination democratica da subito, appena dopo il successo democratico alle elezioni di mid term Harris ha lanciato subito con una campagna in grande stile: una bella biografia The Truth We Hold; la sua immagine da “venere nera”; il passato da magistrato; un comitato elettorale con i fiocchi. Il suo “momentum” è passato in un lampo, in difficoltà nella raccolta dei finanziamenti, a inizio dicembre 2019 Harris, con la lista dei candidati dem ancora lunga come le formazioni di due squadre di calcio, a sorpresa decise di abbandonare la corsa, lasciando stupiti non pochi osservatori.

Lei aveva precisato che non abbandonava la corsa ma restava dentro, impegnata nella sfida più grande per far vincere i democratici e battere Donald Trump, pur non partecipando più alla nomination. È l’unica donna di colore tra i vertici del partito. Californiana, simbolo dell’America delle regole e dell’America multietnica. Classe 1964, avvocato, figlia di una endocrinologa indiana Tamil, con un dottorato a Berkeley, e di un padre giamaicano, economista con la cattedra a Stanford, Kamala Harris è nata a Oakland in California, ha vissuto a San Francisco gran parte della sua vita e da qualche anno da quando è stata eletta senatrice si è trasferita nella capitale federale Washington D.C.

Procuratore della California

Dalla sua Harris ha la determinazione, la bellezza e il rigore. Sorta di Di Pietro in gonnella, è stata la prima Procuratore donna di colore di San Francisco per poi salire di grado ed essere eletta per due mandati Procuratore generale della California. Anni in cui, dati alla mano, il numero di persone condannate nel Golden State è salito di una percentuale a due cifre.

Un profilo a metà strada tra Hillary Clinton e una Beyoncé prestata alla politica, dalla sua elezione al Senato nel 2016 – prima asiatica americana e seconda afroamericana a entrare in Senato – Kamala Harris è emersa come una delle facce nuove del partito democratico accanto alla trentenne Alexandria Ocasio-Cortez, anche se le sue posizioni sono più spostate al centro. La politica divisiva di Donald Trump ha aiutato la sua ascesa.

La difesa degli ultimi

L’ex procuratore generale della California è sempre in prima linea quando si tratta di denunciare qualche forma di discriminazione o di violazione della legge. Contro le donne, le persone a basso reddito, le persone di colore. Gli ultimi. Sono frequenti i suoi tweet anti-establishment e, ovviamente, contro il presidente tycoon. Sempre in prima fila. Con il tweet puntato, la battuta giusta o l’intervista pronta. Dai tentativi di insabbiamento del Russiagate, alla discussa designazione di Brett Kavanaugh per la Corte Suprema.

Lo stesso è capitato nei giorni dell’“America on fire”: Trump annuncia di voler schierare l’esercito per riportare la calma dopo le proteste in 140 città per l’uccisione di George Floyd. Kamala risponde, fiutando le sue quotazioni in rialzo per la carica di VP in charge, da vero animale politico, attaccando: «Queste non solo le parole di un presidente. Queste sono le parole di un dittatore». Colpito. Il presidente non parlerà né twitterà alcunché per alcune ore – cosa inusuale per lui – fino a ripiegare all’indomani, sepolto dalle critiche bipartisan, arrivate anche dal Pentagono, con un dietrofront: «Potrebbe non essere necessario schierare l’esercito», precisa dopo un po’.

«Queste non sono le parole di un presidente. Queste sono le parole di un dittatore»

Le immagini dei soldati in tenuta anti sommossa, il volto coperto, il mitra in mano, sulle scale di Capitol Hill manco fossero a Kabul, per proteggere il Parlamento da una rumorosa marcia pacifica di migliaia di persone – bambini, famiglie, studenti, anziani – hanno fatto il giro del mondo. Mostrando un’America un tempo faro della difesa dei diritti umani e della democrazia che oggi appare un Paese ripiegato su se stesso, impaurito e spaccato in due tra i Trumpster, i terrapiattisti, i no-vax, i complottisti, gli evangelici conservatori che credono che Trump sia stato inviato da Dio, quelli sempre pronti a imbracciare il fucile in nome della Costituzione, i suprematisti bianchi, tutti gli ultrà di destra, «i bravi cittadini» del presidente, con dall’altra parte “i comunisti e gli amici della Cina”. In mezzo a una maggioranza silenziosa che non ne può più.

Nel suo secondo libro, la biografia The Truths We Hold: An American Journey, Kamala Harris racconta la sua storia – la sua prima fatica letteraria Smart on Crime», nel 2009, ripercorre gli anni di carriera da procuratore – è suddiviso in dieci capitoli: dalla giovane età alla magistratura e alla carriera in politica, fino all’apogeo della candidatura per la nomination presidenziale.

Le vittime e la giustizia

Alcuni aneddoti riportati nel libro mettono in luce il suo carattere e la sua attitudine alla ricerca della giustizia da procuratore, ma anche alla difesa degli ultimi: «Per le vittime dei crimini commessi e per le vittime di un sistema giudiziario penale pieno di falle». Harris si definisce un “procuratore progressista”: «Per me, essere un procuratore progressista è capire – e agire su – questa dicotomia. È capire che quando una persona si prende la vita di un altro, o un bambino viene molestato o una donna violentata, gli autori meritano gravi conseguenze. Questo è un imperativo della giustizia. Ma è anche per capire che l’equità è scarsa in un sistema giudiziario che dovrebbe garantirlo. Il compito di un pubblico ministero progressista è quello di cercare il trascurato, di parlare per coloro le cui voci non vengono ascoltate, di vedere e affrontare le cause del crimine, non solo le loro conseguenze, e di far luce sulla disuguaglianza e ingiustizia che porta all’ingiustizia. È riconoscere che non tutti hanno bisogno di una punizione, che ciò di cui molti hanno bisogno, chiaramente, è di aiuto».

Aumento delle condanne

Durante i primi anni di carriera da procuratore distrettuale di San Francisco, la percentuale di condanne nel distretto è salita dal 52% del 2003 al 67% del 2006. Il tasso più alto registrato in un decennio. Con Harris alla guida della procura sono aumentati in modo esponenziale i procedimenti giudiziari per i reati legati alla droga, saliti al 74% nel 2006.

Come procuratore generale della California nel 2014 bloccò il rilascio dei detenuti non violenti dal carcere dopo due proteste per il sovraffollamento, appellandosi al fatto che il loro rilascio avrebbe comportato una perdita di forza lavoro per le tante attività economiche avviate nelle carceri.

Nel 2016 presentò due accuse di tratta di esseri umani nei confronti di Backpage.com, un sito web utilizzato dai lavoratori del sesso per pubblicizzare le loro attività e facilitare gli incontri con i clienti. Una campagna quella contro il sesso online proseguita anche in Senato dove ha co-promosso dei provvedimenti che hanno portato al sequestro del sito.

All’inizio del libro, racconta un aneddoto di un’estate trascorsa come stagista presso l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Alameda nel lontano 1988. «Non dimenticherò mai il tempo in cui il mio supervisore stava lavorando a un caso riguardante un reato per abuso di droga. La polizia aveva arrestato un certo numero di persone nel raid, tra cui una passante innocente: una donna che era stata nel posto sbagliato nel momento sbagliato», scrive.

La legge che non è uguale per tutti

La giovane Harris fece pressioni disperate su un giudice per rivedere il caso della donna innocente il giorno stesso. «Andò così fortunatamente, con il tocco del martelletto era libera». Grazie alla sua ostinazione contribuì a far liberare la donna e ad evitarle i danni di un fine settimana in carcere. Una piccola vittoria che per lei, come scrive, «fu un momento decisivo per la mia carriera» per non accontentarsi mai delle apparenze.

Nella ricerca di una giustizia, che è l’ideale perseguito da tutti quelli che fanno questo lavoro e che resta una delle cifre della sua azione politica ma anche della sua carriera da procuratore. Quando andava a caccia dei reati di droga, spesso colpendo le popolazioni nere e latine. Ma da persona di colore a sua volta, cercando di tutelare sempre «i cittadini rispettosi della legge, sia nelle aree economicamente povere che in quelle benestanti».

Scontrandosi ogni volta con i profondi pregiudizi che ci sono nei sistemi di polizia americani di fronte agli afroamericani. «La legge non tratta allo stesso modo tutte le persone», scrive Harris. La storia di George Floyd sta lì a ricordarlo. Nell’estate delle proteste razziali e dei cortei Black Lives Matter, Biden ha scelto non solo una donna con cui fare il ticket per tentare di battere Donald Trump alle prossime elezioni presidenziali del 3 novembre, ma una donna di colore: se dovesse riuscire nell’impresa, Kamala dalla sua parte ha l’età, 56 anni rispetto ai 78 anni di Biden. Potrebbe essere la persona giusta tra quattro anni a cui cedere la leadership dem e chissà, forse anche per portare una donna alla Casa Bianca.

Riproduzione riservata ©
  • default onloading pic

    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti