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Karabakh, l’Armenia firma la “pace” di Putin (e di Erdogan)

La cessazione delle ostilità di fatto riconosce la vittoria azera, ma Mosca chiarisce agli alleati di Baku: i peacekeeper saranno russi, non turchi.

di Antonella Scott

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A volte ritornano. Un carro armato russo presso il confine armeno (Reuters)

La cessazione delle ostilità di fatto riconosce la vittoria azera, ma Mosca chiarisce agli alleati di Baku: i peacekeeper saranno russi, non turchi.


3' di lettura

Le forze azere erano ormai alle porte di Stepanakert, il capoluogo del Nagorno-Karabakh, quando il leader dell’enclave armena, Arayik Harutunyan, ha dato il proprio assenso alla tregua voluta da Mosca per mettere fine alla guerra, come ha scritto su Facebook, «il prima possibile». E ora saranno 2.000 militari-peacekeepers russi - già partiti - a garantire per cinque anni almeno la stabilizzazione lungo la frontiera tra la regione separatista e l’Azerbaijan - Stato di cui teoricamente fa parte - e lungo il corridoio che collega il Karabakh all’Armenia. Dopo più di un mese di combattimenti, scoppiati il 27 settembre scorso, e la perdita di 5.000 persone, nella notte tra lunedì e martedì Armenia e Azerbaijan hanno firmato (a distanza) la “pace” di Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Una pace che è una sconfitta per l’Armenia

Ma questa è una pace che a Erevan è una sconfitta anche se Nikol Pashinyan, il primo ministro armeno, cerca di fare buon viso a cattivo gioco: «Questa non è una vittoria - ha ammesso mentre i primi dimostranti si raccoglievano davanti alla sua residenza, nella capitale armena -, ma non esiste sconfitta finché non ti consideri sconfitto. E noi non ci sentiremo sconfitti, questo sarà l'inizio di una nuova era di unità e rinascita nazionale». Pashinyan, in evidente difficoltà nello sforzo di spiegare ai suoi lo sviluppo degli avvenimenti, ha aggiunto di aver firmato in seguito alle insistenze dell’esercito, dopo aver analizzato attentamente la situazione militare: «È stata una decisione estremamente difficile», ha detto Pashinyan.

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Difficile anche da vendere a una popolazione mobilitata per 44 giorni in nome del Karabakh: alcuni dimostranti sono riusciti a fare irruzione nel Parlamento di Erevan, e hanno assediato la sede del governo. Armen Sarkissian, il presidente armeno, è sembrato unirsi alla protesta quando ha affermato di essere venuto a conoscenza dell’accordo dai media, e di non essere stato consultato al riguardo.

L’offensiva azera

Proteste a Erevan, festeggiamenti a Baku. Il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, ha assicurato in videocollegamento con Putin che la dichiarazione trilaterale «diventerà un punto cruciale nella composizione del conflitto». Poi, rivolgendosi al Paese in televisione, Aliyev ha annunciato trionfalmente la vittoria: «Li abbiamo costretti alla pace», ha detto.

Lunedì aveva capitolato anche Shushi (Shusha per gli azeri), la seconda città del Nagorno-Karabakh a soli dieci km dal capoluogo, aprendo all’esercito di Baku la strada verso Stepanakert: in queste settimane l’Azerbaijan ha riconquistato buona parte dei territori perduti dopo la guerra del 1991-94, a conclusione della quale rimasero sotto il controllo dei separatisti non soltanto l’enclave in cui gli armeni sono la maggioranza della popolazione, ma anche sette distretti al di fuori dei suoi confini, nell’Azerbaijan vero e proprio. In base agli accordi, a partire dal 1° dicembre gli azeri riprenderanno gradualmente il controllo di questi distretti, Shushi compresa, circondando l’enclave a eccezione del corridoio di Lachin.

La Turchia nel “cortile di casa”

Conclusa - per il momento - la partita tra armeni e azeri, si apre quella tra Mosca e Ankara. La dichiarazione trilaterale firmata nella notte, infatti, è un riconoscimento delle posizioni raggiunte dall’Azerbaijan, con l’appoggio determinante, in termini di armamenti e consulenza, della Turchia di Erdogan. Che mette dunque una mano sul Caucaso, mirando a cambiare radicalmente gli equilibri nella regione. Uno sviluppo che il Cremlino cercherà di tenere sotto controllo: queste sono terre considerate “estero vicino”, Armenia e Azerbaijan sono repubbliche ex sovietiche da cui Putin ha cercato di mantenersi equidistante, pur essendo legato a Erevan da un accordo di assistenza militare che, a conferma della freddezza dei suoi rapporti con Pashynian, il presidente russo non si è affrettato a invocare.

L’invio dei peacekeeper russi è dunque un modo per tenere in mano la situazione, non avendo voluto esporsi direttamente per evitare la sconfitta armena, ma anche un chiaro segnale per i turchi: la loro presenza nell’area, ha chiarito martedì mattina il portavoce Dmitrij Peskov, non è prevista. Al più si creerà un centro di monitoraggio congiunto delle intese, con partecipazione turca, ma non in Karabakh. Per il quale, ricorda Peskov, restano in vigore le disposizioni dettate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel 1994. Sullo status dell’enclave la dichiarazione trilaterale in effetti non dice una parola. L’Armenia avrà perso la guerra, ma Mosca non intende perdere la regione.


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