dall’archivio

Karl Lagerfeld è morto: l’incontro con «Kaiser Karl» per How to Spend It del 2015

di Giulia Crivelli


Karl Lagerfeld si racconta disegnando

7' di lettura

Il mio proverbio tedesco preferito? “Je kürzer, desto besser” (più breve è, meglio è). La frase che ripeto spesso ai miei collaboratori? “Fashion is about two things: the evolution and the opposite” (moda significa due cose: evoluzione e il suo opposto). Quanto a me, come ho detto nel film Lagerfeld Confidentiel: “Je ne veux pas être une réalité dans la vie des autres, je veux être comme une apparition” (non voglio essere reale nelle vite degli altri, voglio essere come un'apparizione)». Manca solo l'italiano. Poi il poker di idiomi tra i quali saltella Karl Lagerfeld, compiendo una ginnastica mentale che è privilegio di pochi, è completo. La nostra lingua la esercita ogni volta che si trova a Roma per lavorare con i suoi collaboratori di Fendi e in particolare dell'atelier di pellicceria.

Ripercorrendo il suo legame con la maison romana, nato nel 1965, ricorda (in italiano) come negli anni '70, «le donne sfoggiassero con grande voluttà le novità dei loro guardaroba», e come all'apparizione di una creazione Fendi indosso a una “dama” romana a passeggio in via Condotti, il commento fosse “il marito le ha regalato la pelliccia”. Sospettiamo che Lagerfeld approfitti del suo essere cittadino di Babele per scopi diversi della mera conversazione o creazione di personalissimi aforismi, molti dei quali contenuti nel libro Il mondo secondo Karl (Rizzoli, 20 euro). Sospettiamo pure che per uno snobismo al contrario non rivelerebbe mai i suoi interessi letterari più privati. Dice di comprare tre copie di ogni libro e di leggerne venti contemporaneamente (ne possiede oltre 300 mila, solo a Parigi), ma aggiunge: «Non leggo per avere temi di cui parlare. Odio le conversazioni intellettuali, leggo solo per sapere». Non ci stupiremmo se oltre a leggere (e a pubblicare, con la sua casa editrice, i cui libri si possono comprare nell'omonima libreria), gli amati Nietzsche e Alan Seeger, si dilettasse con poeti e filosofi francesi, inglesi e italiani di ogni epoca.

Forse Lagerfeld parla persino cinese e giapponese, ma è riuscito, per ora, a non lasciarselo sfuggire. La sensazione è che le quattro lingue che sicuramente conosce si comportino come vasi comunicanti, quattro modi di vedere e raccontare il mondo di un'unica personalità, difficilissima da inquadrare e che proprio per questo non solo affascina, ipnotizza. Con l'ulteriore, gustosa, particolarità di essere uno dei pochi tedeschi dallo spiccato senso dell'umorismo (sia detto per inciso, chi scrive ha origini tedesche). Unica altra certezza, oltre alla versatilità e complessità dell'uomo e del personaggio, è il rifiuto di guardare al passato. Forse anche per questo la data di nascita (1933? 1935? 1937?) resta avvolta nel mistero ed è altamente sconsigliabile chiedergli se ha mai pensato di andare in pensione, come ha fatto Valentino. Per il quale Lagerfeld sembra nutrire un profondo rispetto (non così per Yves Saint Laurent, più volte definito un incorreggibile provinciale). Proprio per questa profondissima, ossessiva, avversione per il passato, in favore del presente ancora più che del futuro, stupisce la disponibilità a ripercorrere i 50 anni di collaborazione con Fendi. «È un record assoluto, non voglio fare finta di niente o dire che non è importante. Quando vado a Roma so che posso guardare le decine di migliaia di miei schizzi custoditi in atelier. Lo stesso vale per le foto o i filmati delle sfilate. Però non lo faccio. Penso di ricordare molte cose… Se invece ne avessi dimenticate altrettante, pazienza».

Contraddicendosi almeno in parte, è stato Lagerfeld a inventarsi l'evento al Theatre des Champs Elysée che ha celebrato, durante la settimana dell'alta moda di Parigi di luglio, i 50 anni con Fendi. Sfilata di haute fourrure: il nome non poteva che essere una novità assoluta, mai si era parlato di “alta pellicceria”, ennesimo frutto della fantasia dello stilista, al quale si deve anche il logo della doppia F, che non sta per Fendi al quadrato, bensì per “fun furs” (pellicce divertenti). Difficile fargli commentare i singoli pezzi - tutti unici, tutti costosissimi (centinaia di migliaia di euro), frutto, ciascuno, di almeno 200 ore di lavoro manuale. «Non sono un critico o uno storico di moda, né un giornalista. Mi piacerebbe sapere cosa ha provato lei e chi ha assistito alla sfilata. Vorrei poter percepire, fino in fondo, le emozioni delle donne che vedono, toccano, comprano le pellicce. Non voglio essere io a descriverne la bellezza». Ma poi Lagerfeld non resiste: «È successo un piccolo grande miracolo: le mani sapienti di Parigi e le intelligenze, secondo me superiori, che le guidano si sono unite, idealmente e praticamente, agli sforzi delle mani sapienti di Roma. Gli atelier con i quali collaboro da anni in Francia e che lavorano o sono controllati da Chanel (di cui Lagerfeld è direttore creativo dal 1983, ndr) hanno condiviso il progetto di haute fourrure con quello romano di Fendi. Ho imparato tanto e penso anche loro: non ho mai avuto paura di condividere le idee e pretendo lo stesso da chi lavora con me». Citando questa inedita alleanza creativa e di savoir faire val la pena ricordare che lo stilista aveva ammesso in passato di sentirsi sdoppiato: «Esistono due Karl - diceva in Lagerfeld Confidentiel - quello francese che lavora per Chanel e quello italiano che lavora per Fendi». E chissà quanti altri, in realtà, visto che Lagerfeld disegna anche il marchio che porta il suo nome (dal 2013 ha aperto 25 monomarca) e collabora a innumerevoli progetti (fu il primo a firmare una linea per H&M, da pochi giorni su Zalando si può acquistare una sua capsule, per non parlare del lavoro di fotografo e di editore). Per una volta, almeno due di questi Karl si sono incontrati.

Miracoli degli anniversari. Miracolo del legame con Fendi e dei ricordi legati ad Adele, fondatrice della maison insieme al marito Aldo. «Una matrona romana con il senso del business», sentenzia Lagerfeld. Vorremmo approfondire, ma è già oltre. La velocità è un'altra ossessione. C'è in lui qualcosa di futurista, di marinettiano. Quando decise di mettersi a dieta, nel 2000, perse 45 chili in 13 mesi. Però va detto che non sembra affascinato dall'estrema magrezza, femminile o maschile: sostiene fieramente che nessuno vuole vedere modelle grasse in passerella - e quasi certamente ha ragione - ma le sue muse sono sempre bellezze non convenzionali. Altra contraddizione: Lagerfeld, uomo di eccessi verbali, non ha vizi. Non beve, né fuma e appare impensabile, più che inconfessabile, un suo abbandonarsi alla droga come stampella creativa o per compensare altre mancanze o placare ansie. Ammiratori, adulatori e fan, Lagerfeld ne ha invece tantissimi. Su internet e sui social network si possono quantificare. Sono milioni (1,2 solo su Instagram). Ma quello che colpisce è la fedeltà dell'entourage più stretto, più simile a una famiglia, e l'armonia che lo stilista è riuscito a creare intorno a sé.

    «Lavoro solo con persone che mi piacciono». È forse la sua definizione di lusso? «No, ne ho delle altre. Il lusso è libertà di spirito, indipendenza. In breve, il politicamente scorretto. E forse il mio più grande lusso è non dovermi giustificare con nessuno. Inoltre, vivo molto bene con me stesso e questo è forse il colmo del lusso. Parlando più in generale, direi che il lusso, che poi è l'industria alla quale dedico la maggior parte del mio tempo, è l'arte di vendere oggetti superflui a persone che non ne hanno, teoricamente, alcun bisogno. Facendolo però si dà un lavoro, potenzialmente di grande soddisfazione, a tante altre persone. Il lusso che si vende nei negozi è la punta di un bellissimo iceberg di creatività e produzione semiartigianale o del tutto artigianale». Impossibile sapere qualcosa su legami più personali, relazioni affettive o amorose. Della madre Lagerfeld ha parlato molto ed è evidente il misto di ammirazione e riconoscenza per averlo lasciato libero, poco più che ventenne, di inventarsi stilista.

    Meno definita la figura del padre, verso il quale lo stilista non sembra però nutrire alcun rancore. Ed è già molto. Sull'omosessualità ha detto: «È come il colore dei capelli, niente di più. E, per citare la mia mamma, ti risparmia una nuora insopportabile». Ogni tanto critica il cattivo gusto o l'inappropriatezza del look dei politici, ma sostiene di «non votare da sempre». Quanto alla discendenza, un altro karlismo recita: «Non ho mai desiderato un figlio. Non mi sarebbe piaciuto che avesse meno successo di me. O che ne avesse di più».

    Dice di non aver più la forza né la voglia di innamorarsi. Ma poi ammette - con serietà teutonica - di aver perso la testa per la sua gatta Choupette, una birmana di poco più di due anni. «Per tutta la vita ho preso in giro amici e conoscenti che mi raccontavano dei loro figli e rispettive prodezze e ho riso ancora di più di quelli che facevano lo stesso parlando dei loro cani o gatti. Ma io sono diventato molto peggio». Choupette ha due dame di compagnia, un veterinario sempre a disposizione, un cuoco personale e 50 mila follower su Twitter. Mangia in ciotole d'argento Goyard, fatte fare su misura, e l'unica cosa che interessa a Lagerfeld, terminata l'intervista, è controllare i messaggi sull'iPhone per assicurarsi che Choupette stia bene. I gatti hanno ispirato scrittori e artisti di ogni genere. Com'è possibile che Lagerfeld ne abbia scoperto il fascino così tardi? «Non so… Quello che posso dire è che al mattino io guardo Choupette e penso a come sia naturalmente bella ed elegante. Lei guarda me e non so se pensi la stessa cosa, se giudichi il mio look e magari disapprovi persino».

    Forse è proprio Choupette l'unica che conosce davvero Karl. Ma se i gatti potessero parlare, come diceva Wittgenstein dei leoni, noi non li capiremmo. Lagerfeld resta un enigma che tutti continuano a cercare di risolvere, senza riuscirci. Un privilegio concesso a pochi.

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