LETTERATURA GIAPPONESE

Kawamura Genki: la vita ritrovata all’ombra di cento fiori

Dopo il successo di «Se i gatti scomparissero dal mondo», lo scrittore mette al centro del nuovo romanzo la memoria, come valore prima che scappi

di Maria Luisa Colledani

3' di lettura

La luce e il buio, tutto in pochi giorni, per scoprire che, nonostante la notte, tornerà il sole. Izumi lavora in una casa discografica e, in poco tempo, sa che diventerà padre e si trova davanti alla tristezza di mamma Yuriko, che perde la memoria, la strada e le parole. È spaesato, è un fuscello nella danza delle emozioni.

Kawamura Genki, 41 anni, racconta questo testacoda della vita in Non dimenticare i fiori, tradotto da Anna Specchio (complimenti, e anche per la nota di pagina 305). Proprio dai fiori si può partire. Ci sono quelli eleganti e delicati della copertina disegnati da Anna Regge. Sono anemoni, i fiori del vento, che danzano scossi, come Izumi, dai turbinii della vita. Ci sono quelli del titolo originale in giapponese, e sono cento fiori. Perché i fiori hanno la bellezza della vita che sboccia e la tristezza della memoria che appassisce portando con sé riflessioni sull’amore e la morte, i capitomboli e le amnesie, il passato e l’eredità. Il romanzo prende spunto dall’Alzheimer della nonna dell’autore. Già nel primo, fortunato libro di Kawamura, Se i gatti scomparissero dal mondo (Einaudi), tutto iniziava da un evento personale, lo smarrimento del telefono, sul quale lo scrittore aveva costruito una riflessione attorno alla mortalità.

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Il nuovo romanzo

Nel nuovo romanzo i protagonisti danzano sull’orlo della memoria. Mamma Yuriko è stata insegnante di musica, vive da sola, come da sola ha cresciuto Izumi, e comincia a dimenticare. Dalla testa se ne vanno date, parole, frammenti di vita. Un tempo era Izumi quello che si perdeva, adesso è Yuriko a smarrire la strada e il figlio non può che scegliere una casa famiglia per lei. È una decisione dolorosa, nella quale Kawamura ci accompagna con grande delicatezza, tono che caratterizza l’intero romanzo, le cui pagine ripropongono la narrazione legata al Rakugo, una forma teatrale tradizionale di intimo intrattenimento verbale. Izumi è un magma senza pace, cerca, scava, è sommerso dalle domande, soprattutto dal perché la mamma, quando lui era piccolo, per un anno era sparita. Un anno drammatico il 1995, lacerato dal terremoto di Kobe del 17 gennaio. Perché quell’assenza? Izumi si avvicina alla madre e la scopre perché, quanto più una persona ci è cara, tanto meno la conosciamo. L’aveva forse mai conosciuta davvero, mamma Yuriko? Quali i suoi segreti? E i suoi palpiti del cuore?

Una malattia per ripensarsi

La donna appassisce, il figlio soffre e la ritrova. Ogni pagina è perdita e svelamento, come se la vita fosse una clessidra. Ciò che se ne va, torna subito a ribilanciare il vuoto perché, come dice Kaori, la moglie di Izumi, «forse perdere qualcosa significa crescere». Accade a una mamma quando smette di allattare la prole, accade a un bimbo quando lascia la mano dei genitori, accade a un figlio quando vede andarsene mamma e papà. Trovare la bellezza per sottrazione, come nel tormento marmoreo di Michelangelo. Le parole di Kaori riecheggiano nella testa di Izumi. E nelle nostre. Cosa perdiamo e cosa ritroviamo? Qual è il senso ultimo dell’essere figli? La memoria più sana le ferite o più le segna?

Intanto, un giorno, Yuriko ricorda al figlio di non dimenticare i fiori quando tornerà a trovarla. I cento fiori del titolo o anche i fuochi d’artificio che ammirano insieme. Proprio in quel momento, davanti ai fiori che sbocciano dal cielo, Izumi nota qualcosa di nuovo: «Mamma aveva un tono di voce simile a quello di una bambina, era una persona diversa da quella che fino a pochi minuti prima aveva assistito allo spettacolo pirotecnico». Yuriko è un’altra persona, anche Izumi. È un bellissimo fiore di anemone.

Non dimenticare i fiori, Kawamura Genki, Traduzione di Anna Specchio, Einaudi, Torino, pagg. 323, € 17

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