LE NOMINE DI TRUMP

Kelly, il generale d’acciaio di Trump che vuole il pieno controllo

di Marco Valsania

John Kelly e Donald Trump (Reuters)

3' di lettura

Anzitutto ordine e disciplina. John Kelly, il nuovo capo di gabinetto della Casa Bianca, ha per le mani una vera “mission impossible”. Trasformare una caotica Casa Bianca, dilaniata da fazioni e centri di potere, in una funzionante ed efficace “macchina” di governo. E per farlo sfodererà un’arma particolare: la sua lunga esperienza da generale dei marines, che già lo aveva portato a ricoprire il delicato ruolo di Segretario alla Homeland Security.

Di sicuro Kelly non ha perso tempo: ha liquidato in pochi minuti la «distrazione» di Anthony Scaramucci. Soprattutto ha fatto sapere di voler imporre senza indugi una «disciplina militare» in un entourage riottoso, segnato dalle fughe di notizie, polemiche e divisioni imbarazzanti quanto paralizzanti. Tutto mentre tuttora mancano decine di nomine nei cruciali ranghi dell’amministrazione e le sfide internazionali e domestiche si aggravano: dalla Russia alla minaccia nucleare della Corea del Nord fino alla crisi in Siria, Iraq e Afghanistan, dove l’amministrazione non riesce a concordare una strategia e dibatte le opzioni più diverse, da aumenti delle truppe a disimpegni e ricorso a mercenari. Sul fronte interno la Casa Bianca latita sulle prossime iniziative di peso quali riforma delle tasse e infrastrutture.

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Se in questo frangente la necessità di un chief of staff efficace è indubbia, il suo successo è men che certo. A Kelly sono stati promessi pieni poteri di grande centralizzatore e filtro di tutte le proposte e raccomandazioni da chiunque arrivino, compresi i familiari del Presidente quali la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner. Nonché il totale controllo sulle nomine del personale e un completo accesso allo Studio Ovale e al Presidente. E’ un ruolo tipico del chief of staff e indispensabile alla leadership della Casa Bianca. La quale ha però precisato che se Kelly sarà al comando, Trump manterrà l’ultima parola sul funzionamento della nuova catena di responsabilità e comunicazioni.

Priebus, va ricordato, aveva ricevuto a parole simili assicurazioni per poi finire vittima della sua inefficacia come di incontrollati intrighi di palazzo. Spesso, nei suoi ultimi giorni al governo, aveva dovuto posizionarsi nei pressi della porta dello Studio Ovale solo per sapere chi incontrava Trump. Ed era stato persino umiliato dall’esclusione dalla cerimonia per l’annuncio di un progetto di cui era stato l'artefice, l’investimento multimiliardario di Foxconn nel suo stato del Wisconsin.

La débacle di Scaramucci è stata a sua volta men che trasparente e sintomo degli scontri interni ancora in atto tra le diverse anime conservatrici e di potere sotto Trump: era stato visto da Ivanka e Jared, che inizialmente ne sostennero la scelta, quale strumento per forzare l’uscita di avversari interni - appunto Priebus e il portavoce Sean Spicer, vicini al partito repubblicano e meno a Trump - e per aumentare la loro influenza.

L'amministrazione - e Trump - potrebbe però sforzarsi adesso di voltare pagina davvero per evitare passi falsi sempre più gravi e cercare più stabilità. Gli stessi Ivanka e Jared sono usciti adesso sconfitti nella richiesta di nominare a chief of staff un altro candidato al posto di Priebus: Dina Powell, attuale viceconsigliere per la sicurezza nazionale. Il prescelto Kelly potrebbe dunque aver ricevuto, oltre che per carattere e esperienza anche per le circostanze davvero d'emergenza, maggior carta bianca nel riorganizzare lo staff e le iniziative dell’amministrazione. Numerosi leader repubblicani, frustrati e danneggiati dalla paralisi della Casa Bianca, hanno uspicato questo esito.

La nomina ha caratteristiche rare che potrebbero aiutare il 67enne Kelly nel suo compito. E’ solo il secondo generale a ricoprire un simile incarico dopo Alexander Haig sotto Richard Nixon durante lo scandalo Watergate. Il suo recente passato con Trump invita però anche alla cautela: ha evidenziato una relazione potenzialmente conflittuale nonostante l'ammirazione dichiarata del Presidente per un generale definito come una “stella” dell'amministrazione. E’ filtrato che aveva mal digerito la rimozione di James Comey dall’Fbi.

Un malumore che l'aveva spinto a considerare passi drastici: aveva telefonato a Comey per esprimergli solidarietà e confidargli che stava pensando di dimettersi.

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