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Kenya, la Corte suprema conferma la vittoria di Ruto. Il rischio tensioni e le sfide per l’economia

Respinto il ricorso avanzato dal suo avversario Odinga. Il neo-presidente eredita uno scenario complicato da inflazione, povertà e debito in crescita

di Alberto Magnani

Kenya, William Ruto è stato proclamato presidente, battuto Odinga

4' di lettura

«Nient’altro che aria fritta». La Corte suprema del Kenya ha respinto così il ricorso avanzato contro l’esito delle elezioni del 9 agosto, confermando la vittoria dell’ex vicepresidente William Ruto. Il suo avversario alle urne, Raila Odinga, aveva contestato i risultati, denunciando «irregolarità» di un voto segnato dalla spaccatura della commissione elettorale: quattro membri su sette si sono rifiutati di approvare il verdetto, definendolo «opaco» e rimandando a nuove valutazioni. Ruto era stato proclamato vincitore con il 50,4% dei consensi, poco sopra il 48,8% guadagnato da Odinga.

La Corte ha comunicato di non aver trovato alcuna prova per i reclami formulati dall’opposizione, mostrandosi perplessa sull’improvviso strappo dei commissari. Anche se l’intera macchina elettorale ha bisogno di riformarsi, ha ammesso la Corte, non ha senso «annullare un’elezione sulla base di una rottura last-minute della sala del consiglio». Ruto entrerà in carica in tempi rapidi, dopo il giuramento ufficiale del 13 settembre a Nairobi.

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Il precedente del 2017

Odinga, 77 anni, vede sfumare la speranza di ribaltare il suo quinto e - forse - ultimo insuccesso alla corsa presidenziale. L’uomo politico, sostenuto dal presidente in uscita ed ex arci-rivale Kenyatta, aveva denunciato nel suo ricorso la «manomissione» della tecnologia adottata dalla commissione elettorale, attribuendo la proclamazione del vincitore a un arbitrio del suo presidente Wafula W. Chebukati. A ridosso dell’annuncio del vincitore, i commissari Juliana Cherera, Francis Wanderi, Irene Masit e Justus Nyangay si sono sfilati e hanno respinto l’esito degli scrutini, condannando in un comunicato la natura «opaca» dei conteggi. Le loro ragioni,sposate dalla coalizione di Odinga nel suo ricorso, non hanno convinto la Corte: il ricorso è stato rigettato all’unanimità dai sette giudici, archiviando lo scenario di un déjà vu rispetto al voto di cinque anni fa. Nel 2017 lo stesso Odinga aveva presentato e vinto ricorso dopo la sua sconfitta con Kenyatta, ottenendo dal tribunale la ripetizione del voto. Lo avrebbe disertato, ritirandosi e spianando la strada alla conferma del rivale.

Odinga ha definito «incredibile» la decisione della Corte di rigettare tutte le contestazioni, ma né lui né la sua coalizione Azimio La Umoja («Risoluzione per l’unità») sembrano intenzionati ad avvallare reazioni di piazza. «Rispettiamo la decisione della Corte - ha dichiarato Odinga - Anche se siamo veementemente in disaccordo». Il timore diffuso a Nairobi è che la conferma di Ruto possa scatenare disordini, con ondate di violenze simili a quelle innescate dopo altre tornate elettorali. Il Kenya viene considerato un modello di stabilità nell’Africa orientale e ha giocato, solo di recente, un ruolo di mediazione nella crisi in atto fra Repubblica democratica del Congo, Rwanda e Uganda. Una nuova ondata di turbolenze farebbe perdere un altro appiglio nell’area, anche rispetto alle tensioni che proliferano oltre i confini a nord, fra la guerra civile in Etiopie e la ribalta terroristica in Somalia.

Le sfide per l’agenda «anti-povertà» di Ruto

Ruto, intanto, incassa (nuovamente) la vittoria e cerca di rassicurare gli avversari: «Non avranno nulla da temere», ha detto, proiettandosi verso un mandato che dovrà tenere fede agli annunci della campagna contro l’asse Odinga-Kenyatta. I due, divisi per decessi da inimicizie famigliari, si sono ritrovati alleati per interessi reciproci, assegnando a Odinga il ruolo di volto della continuità rispetto agli anni di Kenyatta. Ruto, vicepresidente dello stesso Kenyatta, si è imposto come candidato estraneo all’establishment e alle vecchie «dinastie», insistendo su battaglie come il contrasto alla povertà e alle disuguaglianze nella principale economia dell’Africa orientale. I suoi toni più battaglieri dovranno conciliarsi con un’agenda di governo ostica, a giudicare dalle varie urgenze che si annunciano per il nuovo corso di Nairobi.

Il Kenya è incalzato da un’inflazione volata dell’8,5% annuo ad agosto 2022, con picchi del 15,3% per i prodotti alimentari, con oltre un terzo della popolazione sotto la soglia della povertà e un tasso di disoccupazione in ascesa fra i giovani. Ruto ha promesso misure contro l’indigenza e a favore dell’occupazione, racchiuse in un’agenda dal titolo ambizioso: «The Kenya Plan - Bottom up economic transformation agenda 2022-2027», il piano per «trasformare dall’alto al basso l’economia» nell’arco di cinque anni. Il manifesto dettaglia piani di intervento che vanno dall’innovazione agricola alle infrastrutture, promettendo misure immediate come un investimento da 250 miliardi di scellini kenioti (circa 2 miliardi di euro) in «alloggi adeguati» entro il 2024, il taglio delle spese sanitarie e la creazione di lavoro in settori come immobiliare, digitale e manifattura.

I critici obiettano che i margini di manovra sono risicati: il debito pubblico è arrivato a sfondare il tetto del 70% del Pil , schizzando del 343% negli anni di Kenyatta e acuendo i timori sulla capacità di Nairobi di onorare i suoi obblighi rispetto ai creditori esterni. Ruto ne è consapevole e ha incluso la crisi di bilancio fra le tre sfide della «tempesta perfetta» sul Kenya, insieme a strascichi del Covid e debolezze strutturali dell’economia nazionale, incastrata nel paradosso fra i numeri tonici della sua crescita e le sofferenze vissute nella quotidianità di oltre 50 milioni di cittadini. La sua scommessa è che la «trasformazione» del suo quinquennio ribalterà lo scenario, ridando fiato all’economia e aprendo Nairobi a una «speranza realistica» sul futuro. Gli avversari temono che la portata delle promesse finirà per scontrarsi sulle capacità delle finanze pubbliche, a maggior ragione negli strascichi della crisi pandemica. Esasperando quelle stessa «tempesta» che incombe su Nairobi.

Riproduzione riservata ©
  • Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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