L’anniversario

Keynes e la «Teoria Generale» che ci fece capire meglio il mondo

di Giorgio La Malfa

(Bettmann Archive)

7' di lettura

John Maynard Keynes morì 75 anni fa, domenica 21 aprile 1946, a Tilton, un villaggio del Sussex a sud di Londra. Era nato a Cambridge il 5 giugno 1883. Aveva dunque poco meno di 63 anni. La sua morte fu improvvisa, ma non inaspettata. Da anni versava in condizioni di salute precarie: nella primavera del 1937, a un anno dalla pubblicazione della Teoria generale, era stato ricoverato per un seria crisi cardiaca. Era stata diagnosticata una malattia coronarica di origine batterica per la quale, prima della scoperta degli antibiotici, la sola cura nota era rest and hope – riposare e sperare. Era rimasto praticamente fuori gioco fino all’autunno del 1938 per poi riprendere una vita sostanzialmente normale, anche se da allora, nei momenti di stress, vi erano state nuove crisi, seguite però ogni volta da una sorprendente capacità di ripresa.

Un anno dopo era scoppiata la guerra. Nominato, come già nel 1915, consulente del Tesoro, era diventato di fatto una specie di Supercancelliere dello Scacchiere. Sul piano interno aveva collaborato alla impostazione e alla preparazione dei bilanci dello Stato di quegli anni, ma contemporaneamente aveva avuto la responsabilità delle relazioni finanziarie con gli Stati Uniti, dove si era recato sei volte fra il ’41 e il ’46, spesso per lunghi soggiorni e per trattative difficilissime sui due dossier principali di cui si era occupato. Sul piano bilaterale, aveva negoziato i prestiti ingenti di cui il aveva assoluto bisogno per condurre la guerra; sul piano più generale, aveva elaborato un complesso di proposte s
ull’assetto del dopoguerra per evitare di ripetere la “follia” della Conferenza di Parigi e del trattato di pace di Versailles che aveva personalmente vissuto – e avversato – nel 1919.

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Un mese prima della sua scomparsa era tornato per l’ultima volta negli Stati Uniti per prendere parte, a Savannah in Georgia, alla prima
riunione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, i due gemelli nati a Bretton Woods di cui – disse nel discorso che
pronunziò in quell’occasione – «si sentiva padre e nutrice». Al rientro aveva lasciato l’incarico di Consigliere del Tesoro che aveva ricoperto dall’inizio della guerra.

Era il primo periodo di riposo dopo anni di lavoro massacrante. Nei giorni precedenti aveva incontrato alcuni amici di sempre che abitavano nei pressi di Tilton, la casa di campagna del Sussex che aveva affittato nel 1924, quando stava per sposare Lydia Lopokova, la stella dei Ballets Russes di Sergej Djagilev con cui ebbe un matrimonio felice. A Rodmell viveva (da solo, dopo il suicidio di Virginia nel 1941) Leonard Woolf di cui era amico dagli anni universitari di Cambridge e della Società degli Apostoli. A Charleston vivevano Vanessa Bell, la sorella di Virginia, che Keynes conosceva più o meno dal 1906 quando si era trasferito a Londra e Duncan Grant, il pittore che aveva rappresentato la sua più importante storia sentimentale degli anni giovanili, prima della comparsa di Lydia.
Il giorno precedente Keynes era andato in auto a vedere il mare e, sentendosi bene, aveva percorso a piedi con Lydia parte della via del ritorno. Nelle prime ore della mattina – era il giorno di Pasqua – venne trovato senza vita nella sua camera da letto.

La preparazione del secondo dopoguerra era stato il tema che più lo aveva assorbito in quegli anni. Durante il terzo dei viaggi negli Stati Uniti, nel luglio del 1944, si era svolta la Conferenza di Bretton Woods, nella quale era stato definito l’assetto economico-monetario post-bellico. Partecipavano circa 800 delegati di quarantaquattro 44 Paesi alleati. Le proposte principali erano state formulate da Keynes fin dal 1941 e ripetutamente discusse con gli americani. Da un lato Bretton Woods fu un successo perché in quell’occasione venne definito il sistema monetario e finanziario del dopoguerra; dall’altro però Keynes riuscì a far passare solo una parte delle sue proposte innovative. Il negoziatore americano, Henry D. White, sottosegretario al Tesoro, aveva accettato la sua proposta dei cambi fissi per evitare il ripetersi del disordine monetario del periodo fra le due guerre, ma aveva bocciato l’idea di dar vita a una moneta nuova, il Bancor, sganciata dall’oro e gestita da una banca mondiale che l’avrebbe creata secondo le necessità dell’economia e del commercio internazionali. Gli americani volevano mettere il dollaro al centro del sistema, prendendo il posto che in passato era stato della sterlina. Vi erano stati negoziati e scontri molti duri.

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno della Conferenza, Keynes aveva avuto una crisi cardiaca, tanto che aveva rischiato di non poter partecipare alla cena che avrebbe concluso i lavori. Si era ripreso e aveva raggiunto i convitati. Mentre entrava – riferì uno dei presenti – «barcollando un po’ più del solito, pallido di stanchezza, (…) l’intera sala spontaneamente si era alzata e aveva aspettato in silenzio che prendesse posto. Era entrata una persona dalla statura fuori dall’ordinario». E nonostante i punti su cui aveva dovuto cedere, aveva pronunciato un discorso pieno di ottimismo: «Abbiamo lavorato in silenzio fra i freschi boschi e le montagne del New Hampshire – aveva detto – e mi chiedo se il mondo abbia la percezione di quanto sia straordinario ciò che stiamo creando». Quando era uscito, i delegati si erano levati in piedi, intonando «For he’s a jolly good fellow».

Un anno dopo Bretton Woods, con le sue ombre ma anche con le sue luci, vi era stato per Keynes il più difficile e il più amaro dei viaggi negli Stati Uniti per negoziare un prestito senza il quale – aveva scritto in un memorandum per il governo britannico – il Regno Unito rischiava la bancarotta. A Londra, prima della partenza, aveva commesso un errore di valutazione: si era detto certo che gli americani non avrebbero potuto non riconoscere alla Gran Bretagna il merito storico di avere resistito a Hitler praticamente da sola fino al loro ingresso in guerra. Avrebbero quindi acceduto alla richiesta che una parte delle risorse fosse a titolo gratuito.

Giunto a Washington si era reso conto che le cose non stavano così. Morto Franklin D. Roosevelt, gli era subentrato Henry Truman, assai meno legato alla vecchia Europa. Fred Vinson, il nuovo ministro del Tesoro, succeduto a Hans Morgenthau con cui Keynes aveva un rapporto consolidato, non vedeva ragione di riconoscere al Regno Unito condizioni diverse da quelle dei tanti Paesi che in quel momento si rivolgevano agli Stati Uniti. L’Amministrazione e il Congresso non guardavano con simpatia ai laburisti che avevano spodestato da poche settimane Winston Churchill. In sostanza gli americani si dichiararono disponibili solo a un prestito oneroso, ma posero anche come condizione che la Gran Bretagna rinunziasse al sistema delle preferenze imperiali, cioè agli accordi commerciali particolari con i Paesi del Commonwealth. Significava la fine dello status di grande potenza.

Per Keynes non c’era altro da fare che accettare questo quadro e negoziare al meglio. E così aveva fatto, ottenendo molti risultati. Ma da Londra il governo laburista, che era stato convinto proprio da Keynes del buon diritto della Gran Bretagna, pretendeva che il suo grande negoziatore ottenesse il dono sperato e minacciava di rinunciare al prestito
rischiando – per Keynes – una catastrofe finanziaria. Alla fine ottenne dal governo Attlee il via libera, ma da molte parti gli venne attribuita la responsabilità dell’insuccesso.

Maynard e Lydia sbarcarono a Southampton il 17 dicembre 1945. Da lì Keynes si recò direttamente alla Camera dei Lord, di cui era membro dal 1942, dove era in corso un dibattito sull’esito del negoziato nel quale si prevedeva una larga maggioranza di voti negativi. Il giorno dopo intervenne Keynes. Cominciò spiegando che la difficoltà principale nei negoziati è capire le ragioni e le preoccupazioni della controparte. Poi si soffermò sulle clausole del prestito. Non disse che il risultato era buono, ma che era il massimo che si poteva ottenere. Fu un discorso privo di qualunque retorica. L’intervento rovesciò le previsioni della vigilia: i Lord sostennero praticamente all’unanimità la conclusione del negoziato.

Tutte le testimonianze dirette confermano che Keynes era dotato di un’intelligenza fuori dal comune: Bertrand Russell, che certo non era un uomo di modeste doti intellettuali, scrive nella sua Autobiografia che «parlando con Keynes, era difficile non sentirsi uno stupido». Era anche un grande scrittore, come ci si rende conto leggendo Le conseguenze economiche della pace, gli Essays in Persuasion o gli Essays in Biography. Nel 1924, in una pagina del suo diario, Virginia Woolf aveva tracciato un ritratto personale non tenero verso Keynes, ma poi aveva aggiunto che, quando questi le aveva dato da leggere alcune sue pagine, aveva dovuto riconoscere che «i processi mentali che vi sono contenuti sono molto più avanti dei miei, come lo sono quelli di Shakespeare».

Keynes aveva anche il dono della parola da cui discendeva la sua straordinaria capacità di persuasione. C’è una testimonianza preziosa di Lionel Robbins, un economista della London School of Economics largamente ostile alle idee di Keynes che aveva caldeggiato all’inizio degli anni Trenta la chiamata di Friedrich von Hayek da Vienna proprio per contrastare l’influenza già allora significativa di Keynes. Robbins fece parte della delegazione britannica a Bretton Woods e scrisse questo di Keynes: «[in alcuni momenti] mi trovo a pensare che Keynes sia probabilmente uno degli uomini più notevoli che siano mai esistiti: la logica pronta, il balzo alato dell’intuizione, la vivida fantasia, l’ampia visione delle cose, soprattutto il senso incomparabile della parola giusta, tutto concorre a farne qualcosa di ben superiore al normale livello umano… Egli si serve, è vero, dello stile classico (…) della nostra lingua, ma permeato di qualcosa che esula dalla tradizione, una qualità unica, soprannaturale, di cui non si può che dire che è puro genio». All’indomani della morte di Keynes, Hayek scrisse a Lydia parole non convenzionali che hanno un accento di verità: «È stato l’unico uomo veramente grande che io abbia incontrato e per il quale io abbia avuto un’ammirazione sconfinata».

Della sua opera non si può certamente dare conto in un breve articolo, ma il senso profondo del suo pensiero è riassunto in una frase di eccezionale intensità (e forse anche di grande attualità se si pensa a Paesi come la Cina) che si legge nel capitolo conclusivo della Teoria generale: «I sistemi statali autoritari odierni sembrano risolvere il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Quello che è certo è che il mondo non potrà sopportare ancora per molto la disoccupazione che, salvo alcuni momenti di euforia, è associata – e, a mio avviso, inevitabilmente associata – all’individualismo capitalistico di oggi. Ma è possibile invece, con una corretta analisi del problema, curare la malattia preservando nello stesso tempo l’efficienza e la libertà».

Meditando su queste testimonianze e su queste parole a 75 anni dalla sua scomparsa, viene naturale concludere con la stessa domanda di Antonio nel suo discorso in morte di Cesare: “When comes such another?

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