Bussola & Timone

Keynes, Smith, gli interessi di Biden e i nostri

di Giovanni Tria

(REUTERS)

7' di lettura

«Non è nel nostro interesse». L’affermazione secca con la quale il presidente americano Joe Biden ha giustificato il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan non è stata molto apprezzata nei commenti internazionali, soprattutto quelli occidentali. In effetti, avendo negli occhi le immagini drammatiche di donne e uomini in in fuga, la frase è apparsa forse un poco troppo pragmatica, anche se rivolta ai cittadini americani che in maggioranza sembrano sempre meno inclini al sostegno delle guerre condotte dal loro Paese seppur con un apporto di alleanze. Eppure questa affermazione nella sua crudezza merita un di più di riflessione, perché probabilmente se i rapporti internazionali, quelli che determinano la geopolitica e la geo-economia, fossero maggiormente ancorati agli “interessi” dei vari Paesi e meno influenzati da pregiudizi, ideologie, volontà di predominio o paura di predominio di altri, affermazione di valori e principi che troppo spesso manifestano successivamente la loro drammatica relatività, forse avremmo un mondo migliore e più sicuro.

Naturalmente parliamo di affermazione degli interessi nell’accezione di Adam Smith, quando avvertiva che non è dalla benevolenza del fornaio che possiamo aspettarci di avere a disposizione il pane che consumiamo. Parliamo anche di comportamenti e politiche che dovrebbero essere dettati dall’interesse nell’accezione di John Maynard Keynes quando nel suo volume Le conseguenze economiche della pace, pubblicato nel 1920 dopo essersi dimesso nel giugno 1919 da rappresentante del Tesoro britannico alla Conferenza di pace di Parigi, criticava ferocemente le condizioni di pace imposte dai Paesi vincitori della prima guerra mondiale ai perdenti. Egli individuava non tanto le iniquità, quanto le assurdità delle cosiddette riparazioni di guerra richieste che, se fatte rispettare, avrebbero impedito alla Germania e all’Austria ogni possibilità di ricostruire il loro apparato industriale distrutto. Keynes non era filo-germanico e neppure era mosso a compassione dalle difficili condizioni della popolazione tedesca dopo la guerra, ma affermava che la rivalsa dei Paesi vincitori, guidata dalla Francia, fosse contro gli interessi di ciascun Paese europeo perché si sarebbe posto il seme di future guerre e distruzioni.

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Ciò significa che non solo l’offerta di beni privati è garantita principalmente, come affermava, seppur con una certa semplificazione, Adam Smith, ma anche l’offerta di beni pubblici e soprattutto l’offerta di beni pubblici globali, come la pace e la stabilità, dipendono dall’interesse degli attori in gioco i quali, tutti, hanno da perdere dall'instabilità e dai conflitti. I politologi che cercano di predire le mosse delle attuali potenze economiche in termini di come esse potrebbero approfittare dell’instabilità politica, sociale ed economica in alcune aree del mondo per indebolire i competitori in fondo non fanno altro che immaginare comportamenti stupidi, che esistono ma in quanto tali non possono essere alla base di previsioni. Perché l’interesse è la base fondamentale della cooperazione più che del conflitto, come è stato dimostrato anche dalla teoria economica che pone a fondamento dei giochi cooperativi l’attenta considerazione dell’interazione tra gli interessi dei vari attori. Ed oggi più che mai abbiamo bisogno di cooperazione internazionale. Superare gli egoismi nazionali nella risposta alla pandemia è evidentemente nell’interesse di ogni nazione interessata a debellarla ed è inutile pensare che la cooperazione e l'impegno in tal senso possa venire solo da un generalizzato impulso di generosità verso i Paesi più fragili. La stabilità in aree cruciali del globo, come nell’Asia centrale, è nell’interesse politico ed economico di tutte le grandi potenze - dall’Europa alla Cina, dagli Usa alla Russia - e la cooperazione tra questi attori dipende dalla fiducia reciproca che ciascuno di essi si muoverà esclusivamente in base ai propri interessi convergenti. È ciò che sta avvenendo, seppur con molte contraddizioni, per le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici. Ma anche l’aumento delle disuguaglianze tra la maggioranza povera della popolazione mondiale e la minoranza ricca non verrà affrontato con il crescere della “benevolenza” di questa minoranza verso l’altra parte, ma solo se essa capirà il rischio cui va incontro ignorando le bombe demografiche e sociali disseminate nel mondo.

La stessa uscita dalla crisi economica globale determinata da una pandemia ancora non sconfitta e il contenimento dei rischi che si evidenziano come possibile freno alla ripresa delle economie dei Paesi avanzati, dal cosiddetto “atterraggio morbido” dalle politiche monetarie ultra-espansive al controllo dell'inflazione, al coordinamento dell’aggiustamento delle catene produttive globali in modo da minimizzare le strozzature di offerta, infine alla stabilità finanziaria, sono tutti problemi che coinvolgono la percezione strategica, alla Keynes, degli interessi in gioco, della loro interconnessione e, quindi, della necessaria cooperazione. La distinzione tra competizione e conflitto implica capire dove sono gli interessi e come questi si possano affermare. Anche l’Afghanistan ci richiama ad un metodo. Nel mondo ci sono molti dittatori e molti paesi con i quali non condividiamo il sistema dei valori, ma dobbiamo cooperare con loro per il nostro interesse. Per far questo dobbiamo anche accettare che i loro interessi facciano parte del gioco cooperativo.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

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