il caso del giornalista ucciso

Khashoggi, Trump «grazia» il principe saudita e ribadisce l’alleanza con Riad

Khashoggi, Cia: il mandante è il principe saudita bin Salman

2' di lettura

Donald Trump “grazia” Mohamed bin Salman, e dopo aver preso visione del rapporto finale della Cia sul caso Khashoggi decide di non varare ulteriori sanzioni nei confronti di Riad, nonostante il pieno coinvolgimento del principe ereditario saudita nell’assassinio del giornalista dissidente sia oramai più che un sospetto.

Per l’intera mattinata i vertici dell’intelligence hanno illustrato al presidente americano le conclusioni a cui sono giunti gli 007 dopo settimane di indagini. Indagini corredate da una montagna di informazioni e dal famigerato audio shock consegnato dalle autorità turche, quello che il tycoon non ha voluto nemmeno ascoltare per paura fosse troppo crudele. Di quell’audio sono uscite nuove indiscrezioni da un giornale turco, che spiega come si senta Jamal Khashoggi protestare appena entrato nel consolato saudita di Istanbul: «Cosa credete di fare», urla mentre lo afferrano per un braccio e lo trasportano in una stanza appartata. Poi la voce dei suoi aguzzini che gli promettono di fargliela pagare prima di iniziare il massacro.

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Ma Trump non arretra, e dopo il briefing fa pubblicare dalla Casa Bianca una dichiarazione in cui ribadisce la piena lealtà degli Usa verso la monarchia di Riad, in nome dell’interesse americano, che è al di sopra di ogni tentazione di alzare il tiro: «L'Arabia Saudita resta un grande alleato», soprattutto nel contrasto all’Iran e nella lotta al terrorismo. «E gli Stati Uniti intendono rimanere partner irremovibili per assicurare i loro interessi, quelli di Israele e quelli di tutti gli altri alleati nella regione».

Pazienza dunque se il principe Mohamed bin Salman è probabilmente stato il mandante dell'omicidio, colui che ha ordinato a una squadra della morte guidata da suoi fedelissimi di andare a Istanbul ed eliminare l'odiato Khashoggi, che sulle colonne del Washington Post continuava a infangare la sua immagine. «Le nostre agenzie di intelligence continuano a valutare tutte le informazioni», afferma Trump, spiegando che il principe ereditario «forse sapeva e forse no. E forse non sapremo mai veramente tutti i fatti». Ma poco importa per il presidente Usa: «Le nostre relazioni sono con il regno dell'Arabia Saudita» e «abbiamo già preso azioni forti contro quanti sono già noti per aver partecipato al delitto». Dunque, nessuna necessità di ulteriori misure punitive. La verità sacrificata per alcuni sull’altare della realpolitik, per altri su quello dei troppi interessi strategici ed economici degli Usa nell'area del Golfo.

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