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Kiton, la moda e l’ossessione del «meglio +1»

di Giulia Crivelli

Maria Giovanna Paone e Antonio De Matteis, figlia e nipote del fondatore di Kiton Ciro Paone, presidente dell’azienda napoletana.

5' di lettura

I tavoli della mensa Kiton sono spartani e ricchi allo stesso tempo. Lunghi e bianchi, sono apparecchiati con piatti senza alcuna decorazione, tovaglioli di carta, posate essenziali e cestini del pane da dividere tra i commensali. La ricchezza sta nel cibo, ovviamente: oltre alle bottiglie d’acqua, sui tavoli ci sono solo, prima dell’arrivo delle pietanze principali, piatti con due fette di mozzarella, una normale, l’altra affumicata. Basta guardarle per capire che non ci sarà bisogno di aggiungere sale e forse neppure olio.

Il profumo ne fa intuire il sapore. Però all’occhio della milanese abituata a “finte capresi” tutto l’anno manca qualcosa. «Sarebbe possibile avere qualche pomodoro per accompagnare questa fantastica mozzarella?», chiede, pensando di rendere onore a quello che crede essere uno dei più famosi accostamenti napoletani.

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Seguono alcuni secondi di silenzio e qualche sguardo imbarazzato degli ospiti, Maria Giovanna Paone e Antonio De Matteis. Rompe gli indugi un cameriere la voce della verità, quasi come nella favola del re nudo: «No, pomodori non ce ne sono. Non è stagione. Però sull’altro tavolo abbiamo tante verdure cotte in modi diversi, le assaggi».

Sta anche in questo piccolo episodio lo spirito, l’anima di un’azienda come Kiton. Da una parte l’importanza del momento conviviale: il pranzo nella mensa aziendale è organizzato con diversi turni non per fare mangiare separatamente proprietà, manager e “maestranze”, bensì per evitare che ci siano code o sovraffollamenti. «Se così succedesse, i piatti si raffredderebbero, la pasta non sarebbe cotta al punto giusto, l’insalata non sarebbe condita all’ultimo momento», spiega Antonio De Matteis, amministratore delegato di Kiton e nipote del fondatore e presidente Ciro Paone. «Siamo tutti cultori della cucina napoletana e delle buone abitudini alimentari ed è stato proprio mio padre Ciro a volere questa impostazione della mensa – aggiunge Maria Giovanna Paone –. Quest’anno è andato in pensione il nostro storico cuoco e trovare chi lo sostituisse è stata un’impresa».

Siamo ciò che mangiamo e come mangiamo, si potrebbe dire. Ma siamo anche ciò che indossiamo. Cosa ben diversa dal dire che “l’abito non fa il monaco”.

Maria Giovanna Paone e Antonio De Matteis sono conduttori della stessa orchestra. O meglio: si alternano alla conduzione della stessa orchestra ma si ascoltano, con estrema attenzione, a vicenda. Come continuano ad ascoltare Ciro Paone, che quasi ogni giorno si presenta in azienda, nel quartier generale di Arzano, alle porte di Napoli e che comunque aleggia come uno spirito guida anche quando non c’è. Alcune delle più recenti importanti decisioni per il futuro dell’azienda, come l’acquisto della sede milanese di via Pontaccio, ex Palazzo Ferré e ora Palazzo Kiton, sono proprio del fondatore. Decisioni prese anche contro il parere di altri membri della famiglia. Allo stesso tempo però è lo stesso Ciro Paone a ripetere, con affetto e generosità, nelle parole e nei gesti, che «Maria Giovanna e Antonio stanno portando Kiton nel futuro». Rappresentano la seconda generazione della famiglia fondatrice e la terza ha iniziato a farsi le ossa: i figli di De Matteis si occupano di prodotto e distribuzione («sono già agguerritissimi», dice il padre), quelli di Maria Giovanna studiano ancora ma sognano un futuro in Kiton («ma sanno di doverselo guadagnare», sottolinea la madre).

L’azienda è nata, nel 1968, con l’abbigliamento maschile; negli ultimi dieci anni però Maria Giovanna ha costruito una divisione donna che vale circa il 10% del fatturato e da parecchie stagioni cresce almeno quanto la parte uomo. È solo una delle tante scelte alle quali Ciro Paone, appassionato collezionista di arte antica ma attentissimo a quella moderna e contemporanea, allude parlando di ponte verso il futuro. Cambiare, evolversi, è inevitabile, specie nel settore della moda e del lusso, per definizione in perenne evoluzione.

Il fondatore e l’intera famiglia non si sono mai chiusi in una torre d’avorio: hanno continuato, collezione dopo collezione, stagione dopo stagione, ad ascoltare i proprietari dei negozi “multimarca” che vendono le collezioni Kiton, poi i manager delle boutique a insegna Kiton, arrivate solo in un secondo tempo, seguendo il percorso di ogni marchio del lusso. Hanno continuato ad ascoltare i clienti finali, con o senza il tramite del negoziante. Sia Maria Giovanna sia De Matteis sono più all’estero che a Napoli ed è quasi un’ossessione guardarsi intorno. «Se sono in un ristorante di New York o di Amburgo o di Singapore, osservo come sono vestite le persone, che scarpe indossano, come si muovono. Cerco di farmi un’idea dei loro gusti ma anche degli stili di vita – racconta De Matteis –. Se durante un viaggio di lavoro in una grande città ho qualche ora di libertà da riunioni o incontri programmati, vado per negozi, come un mistery shopper, nei monomarca della concorrenza, nei nostri e nei multimarca o department store. Mi informo sui prodotti e naturalmente osservo le persone intorno a me e registro i comportamenti del personale di vendita. C’è sempre da imparare, mai pensare di avere imboccato la strada perfetta». Maria Giovanna è molto spesso negli Stati Uniti, primo mercato per le collezioni da donna di Kiton. «Se avessi pensato di esportare o peggio imporre il gusto o lo stile italiano alle americane sarei stata respinta con perdite – spiega –. Tutto parte dall’italianità, ma serve umiltà per capire come costruire una collezione che stabilisca un’affinità con un’altra cultura del vestire, del ricevere, dell’apparire e del consumare come è quella americana».

Altra decisione importante, anche questa avallata da Ciro Paone, è stata l’apertura a manager esterni, come Marco Pirone, che nel 2016 ha lasciato la guida di Vuitton Italia per diventare executive vice president di Kiton e seguire in particolare il retail. «Ascoltare i clienti e in genere le voci del mondo esterno al nostro piccolo universo famigliare e aziendale vuole dire anche introdurre nuovi prodotti, pensati per consumatori più giovani – sottolinea De Matteis –. Il tema del retail e di come, più in generale, presentare e distribuire il prodotto è altrettanto centrale. Tutti i negozi vanno costantemente monitorati, affinati nell’offerta e negli arredi. La formazione del personale deve essere continua, nessuno deve avere paura di cambiare, imparare, sperimentare».

Se sopra la superficie tutto si muove, se continuano a germogliare novità, dalle giacche in vicuña da 150mila euro alle sneaker fatte a mano come fossero stringate in coccodrillo, un motivo c’è. Lo dicono quasi all’unisono Maria Giovanna e Antonio: «Il terreno su cui abbiamo costruito tutto è così fertile perché ogni cosa che facciamo segue il principio “il meglio del meglio +1”. La vicuña e altri pregiatissimi filati che usiamo sono un ottimo esempio. Qualche anno fa abbiamo acquistato il Lanificio Barbera, storica azienda biellese che rischiava di chiudere. La qualità dei tessuti era già eccelsa e riconosciuta in tutto il mondo. Ma non ci siamo fermati lì, aggiungendo quel “+1” che ci ossessiona. Chi pensa che il tessile sia un settore maturo non ha idea di quello che può succedere quando artigiani entusiasti vengono stimolati da uffici creativi altrettanto entusiasti e da manager o altre figure aziendali che comprendono e rispettano il lavoro manuale e l’esperienza tramandata di generazione in generazione».

L’impressione è che alla Kiton ogni giorno venga coltivato un nuovo progetto: tutti sono incoraggiati a farlo, dagli allievi della scuola interna di alta sartoria ai capireparto; dai manager di più alto grado a chi si occupa di logistica interna o internazionale; dai commessi dei negozi a chi gestisce gli showroom. Alcuni progetti vedranno la luce, altri saranno “solo” palestre di creatività. «L’idea che torna, come una marea che poi si ritira, ma solo per mancanza di tempo, è un’iniziativa nel food o nell’hôtellerie – concludono Maria Giovanna e suo cugino Antonio –. Questo però sembra un momento magico su molti altri fronti ed è giusto restare concentrati sul marchio e sui negozi. Ma prima o poi...».

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