INNOVAZIONE

Klopman, quando l’abito da lavoro nasce da plastica e polpa di legno

La Klopman – la multinazionale italo-francese, con sito produttivo a Frosinone – ha dato vita alla prima linea di tessuto “tecnico” per abiti da lavoro prodotta da bottiglie di plastica riciclata e polpa di legno

di Laura Cavestri


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2' di lettura

Tonnellate di bottiglie di plastica che, a fine vita, diventano divise, uniformi e, soprattutto, abiti da lavoro: tute ignifughe adatte all’arsura del deserto o ai venti gelidi sulle piattaforme dei mari del Nord. Klopman – la multinazionale prima indiana e ora italo-francese, con sito produttivo al 100% italiano in provincia di Frosinone – ha dato vita alla prima linea di tessuto “tecnico” per abiti da lavoro – ad esempio, per resistere a temperature estreme, fuoco e contaminazioni chimiche – prodotta con poliestere ricavato da bottiglie di plastica riciclata, polpa di legno, cotone certificato in base agli standard Fairtrade o BCI (Better Cotton Initiative) che tengono conto delle condizioni dei produttori nei paesi in via di sviluppo e cotone biologico, cioè coltivato in assenza di sostanze chimiche.

Una scelta precisa per un’azienda che produce oltre 42 milioni di metri di tessuto all'anno. Il cotone, infatti, utilizza il 2,5% delle terre coltivate al mondo ma consuma il 16% dei pesticidi. D’altro canto, utilizzare poliestere ecologico significa dare nuova vita ad una bottiglia di plastica che impiegherebbe circa 1000 anni per scomparire, risparmiare il 45% di energia, il 20% di acqua e il 30% di emissioni nella produzione della fibra rispetto al normale poliestere.

«Quella della sostenibilità anche nell’abbigliamento da lavoro è un’esigenza che ha una crescente rilevanza economica – ha affermato l’amministratore delegato di Klopman, Alfonso Marra –. In molti Paesi del Nord, in Germania ad esempio, la sostenibilità delle forniture tessili di divise o tute da lavoro è inserita nei bandi pubblici. Senza percentuali minime di materiali “sostenibili” spesso non si può partecipare». Per questo, ha aggiunto Marra, «abbiamo stretto accordi con due società, una indiana e una statunitense che opera in Cina nel trattamento e nel riciclo del poliestere e dei materiali plastici». Anche il cotone “organico” – che non utilizza pesticidi – è entrato nella filiera del workwear Klopman. «Oggi – ha aggiunto Marra – ne impieghiamo una minima parte, 1 milione di metri quadrati sui 42 milioni del totale della produzione. Ma la domanda raddoppia ogni anno e prevediamo che in 5 anni raggiungeremo i 10 milioni di metri quadrati».

Quì la sfida è portare la sostenibilità in Asia. «Se la richiesta di abbigliamento “fair” cresce in Europa e negli Usa, questa consapevolezza è tuttavia molto poco radicata, sia in Cina che in tutta l’area Asean ed in Medio Oriente». Intanto, Klopman sta focalizzando ricerca e sviluppo anche su come smantellare e riciclare l’abbigliamento da lavoro che viene progressivamente dismesso e che non è, quindi, ancora “green”. «Esistono – ha concluso Marra – delle sperimentazioni, su piccola scala, con macchinari che operano per smaltire il pèiù possibile questi capi. esiste un porgetto “pilota” in Francia. Ma è prematuro». Nel 2016, Klopman è stata acquisita dal gruppo tessile francese Tdv Industries di Armentières, che l’ha comprata dall’indiana Exim Bank. Il gruppo transalpino è affiancato nella compagine azionaria dal management italiano. Klopman occupa circa 400 persone impiegate e ha maturato, l’anno scorso, un fatturato di circa 150 milioni di euro.

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