Rapporto semestrale

Kroll: «Rischio corruzione elevato ma gli anticorpi in azienda ci sono»

Intervistati 1.336 manager di 17 paesi sul tema illeciti e vulnerabilità del mercato. Il 93% delle imprese italiane sondate dotata di strumenti per verifica e autodifesa

di Stefano Elli

3' di lettura

Arriva dalla Kroll, una delle più importanti società di risk management internazionali specializzata in investigazioni economiche e finanziarie, una risposta diretta e in tempo reale ai timori paventati proprio due giorni fa dai partecipanti al dialogue G20-B20. Il tema è il rischio dell’infiltrazione di corruzione, concussione e riciclaggio nel tessuto economico internazionale (vedi il Sole 24 Ore di ieri a pagina 19). La (pronta) risposta è contenuta nella pubblicazione del Global Fraud and Risk Report 2021, un rapporto annuale (a partire da quest’anno sarà semestrale) che va a sondare un campione rappresentativo di 1.336 responsabili della gestione dei rischi, direttori finanziari e amministratori delegati di aziende di 17 paesi. Il 60% delle aziende interpellate da Kroll ha un fatturato annuo superiore ai 250 milioni di dollari e il 34% superiore al miliardo di dollari. I risultati mostrano che la preoccupazione espressa nel corso del B20-G20 è tutto tranne che peregrina. Il 57% degli intervistati presso aziende con fatturato superiore ai 15 miliardi di dollari, infatti, ha segnalato impatti assai significativi di fenomeni illeciti quali frodi, corruzione e riciclaggio di denaro, contro una media globale del 36%. Analoghe percentuali si registrano in aziende con fatturati inferiori (tra i 10 e i 15 miliardi): ebbene il 48% degli interpellati ha dichiarato che la propria organizzazione è stata impattata in modo “molto significativo”, mentre il 44% di loro lo è stata “solo” in modo “significativo”. Ne consegue che l’allestimento di contromisure adeguate sia considerato centrale dal sistema delle imprese. Nell’82% dei casi le aziende hanno predisposto metodi di controllo del rischio e al 86% hanno introdotto specifici strumenti di analisi dei dati (monitoraggio delle attività più vulnerabili). Una percentuale che per ciò che riguarda le imprese italiane sondate si impenna rispettivamente all’86% e al 93%. Nonostante l’adozione di queste contromisure e dal controllo esercitato sia dal management sia dagli organi di governo delle società (Cda), tuttavia, l’82% delle imprese interpellate ritiene ancora che fenomeni quali la concussione, la corruzione e il riciclaggio siano particolarmente insidiosi e difficilmente controllabili da parte delle organizzazioni.

Marco de Bernardin Country manager di Kroll, a capo della divisione forensic investigation e intelligence afferma: «Uno degli elementi che risalta per ciò che riguarda in particolare l’Italia è che questo tema sia avvertito in maniera significativa soprattutto a livello di board, ed è assai importante che lo sia perché laddove l’imprinting provenga dai massimi livelli decisori la catena di trasmissione dei valori, a cascata, raggiunge e si sedimenta anche in periferia». Il Covid sembra avere avuto un impatto anche su questo specifico settore.

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«Soprattutto per ciò che concerne i rapporti con la supply chain e con le terze parti. Sotto questo aspetto una parte significativa degli intervistati ha identificato delle lacune informative potenzialmente insidiose. Lo vediamo anche nelle attività quotidiane che svolgiamo, per esempio l’ identificazione delle controparti che operano in giurisdizioni estere è resa problematica proprio a causa del Covid, ecco su questi aspetti abbiamo direttamente verificato che la pandemia ha creato parecchi problemi: manca un po’ di visibilità su quello che accade soprattutto al di fuori dei confini aziendali».

Il rapporto, per come è impostato, non analizza il fenomeno cybercrime che in tempi di Covid è particolarmente caldo. «Effettivamente il nostro sistema produttivo ha dimostrato sul tema una certa debolezza strutturale ma la consapevolezza della necessità di dotarsi di adeguati strumenti di contrasto e di prevenzione sta aumentando. Certo ci vogliono investimenti. Ma, vale per tutti i conflitti: è assai meglio prevenirli che essere costretti a combatterli».

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