scarpe e politica

#KuToo, in Giappone è guerra ai tacchi alti in ufficio. Ma il governo li difende

di Chiara Beghelli


3' di lettura

Il movimento #MeToo è nato negli Stati Uniti il 15 ottobre 2017 battezzato da un tweet di Alyssa Milano, il #KuToo in Giappone, circa quattro mesi fa, da un tweet di Yumi Ishikawa. Nonostante la distanza spazio temporale, ad avvicinare i due movimenti non è solo la nascita sullo stesso social, ma anche e soprattutto la medesima difesa dei diritti delle donne sul lavoro: il primo, a non essere molestate, il secondo, a poter rifiutare di indossare scarpe con tacco alto in ufficio.

A lanciare l’hashtag giapponese - un gioco di parole che coinvolge la parola “kutsu” che in giapponese significa “scarpe”, e “kutsuu”, che vuol dire “dolore” - è stata l’attrice e modella Yumi Ishikawa, 32 anni. Lo scorso febbraio aveva postato un tweet lamentandosi di una richiesta che aveva ricevuto in un posto di lavoro: per un part time come receptionist a un evento, dunque un impegno che comprendeva il restare per molte ore in piedi, le avevano chiesto di indossare un tacco da 5 cm. Una protesta diventata presto virale.

Anche se non esiste un regolamento formale, nel formalissimo Giappone leggi non codificate sono ugualmente potenti. Per questo, lunedì scorso Ishikawa ha consegnato al ministro della salute, lavoro e welfare la sua petizione, che su Change.org ha ricevuto nel frattempo 27mila firme da tutto il mondo: «Abbiamo consegnato una petizione che chiede l’introduzione di una legge che vieti i datori di lavoro di costringere le donne a indossare tacchi alti, come forma di discriminazione e molestia sessuale», ha commentato Yumi. La petizione, peraltro, citava come forma di discriminazione a danno delle lavotarici anche il “Cool Biz”, provvedimento del governo del 2005 che consente agli uomini di non indossare giacca e cravatta per poter risparmiare sulla climatizzazione degli uffici.

Lavoratrici a Tokyo (REUTERS/Kim Kyung-Hoon)

La risposta del ministro chiamato in causa non si è fatta attendere, e appena due giorni dopo, Takumi Nemoto ha risposto con un secco no: «Indossare scarpe con tacchi alti è necessario e appropriato».

La battaglia dunque sembra per ora persa, ma la guerra sarà ancora lunga. Il #KuToo è solo un aspetto di un grave ritardo del Giappone nella tutela dei diritti delle donne: anche se fa parte del G7, secondo il Global Gender Gap Index del World Economic Forum il Giappone si trova al 11o posto in una classifica di 149 Paesi per quanto riguarda la parità dei sessi e trattamento delle donne, surclassato da Mauritius, India e Guatemala. Come ha notato Forbes, nessuna delle 225 aziende quotate al Nikkei è guidata da una donna. E il tasso di occupazione femminile è fra i più bassi al mondo.

Ma non solo in Giappone le scarpe con tacco alto sono diventate un simbolo di protesta: nel 2016 in Gran Bretagna oltre 150mila persone avevano firmato la petizione contro l’imposizione di tacchi alti per supportare Nicola Thorp, che era stata rimandata a casa dalla sede di Londra di Pwc perché si era rifiutata di indossare scarpe con tacco fra i 5 e i 10 cm.

Kirsten Stewart a Cannes nel 2018

Lo scorso aprile la compagnia aerea Norwegian Air è finita sotto accusa per aver imposto alle sue hostess di addurre un certificato medico nel caso non vogliano indossare scarpe con tacco di almeno due centimetri. E le critiche alla dittatura soft del tacco si sono estese anche a un luogo non esattamente di lavoro, cioè il red carpet del festival di Cannes: nel 2015 a un gruppo di signore con ballerine venne impedito di assistere alla proiezione del film “Carol” con Cate Blanchett, scatenando un unanime biasimo e le scuse del direttore del festival. L’anno successivo, allora, Julia Robert si presentò direttamente a piedi nudi e nel 2018 Kirsten Stewart si è sfilata le sue Christian Louboutin tacco 12 sotto i flash dei fotografi. Stupende, ma evidentemente scomode. E per fortuna, lontanissime dal Giappone.

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