I 70 anni della Ceca

L’accordo che gettò le basi dell’industria pesante italiana

di Valerio Castronovo

3' di lettura

Settant’anni fa, durarono quasi una settimana, dal 12 al 17 aprile, gli incontri fra i sei ministri degli Esteri impegnati a mettere a punto gli accordi istituitivi del trattato della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, o Ceca, che essi firmarono, il giorno dopo, in nome del Belgio, della Francia, della Germania, dell’Italia, del Lussemburgo e dei Paesi Bassi (nella foto alcuni dei firmatari del trattato). A siglarlo per il nostro Paese fu Carlo Sforza, che aveva aderito, per primo, alla proposta, formulata dal ministro francese degli Esteri Robert Schuman e ispirata dal padre dell’unificazione europea Jean Monnet, di creare, con la Ceca, non solo un organismo che gestisse in regime di liberalizzazione doganale le risorse carbo-siderurgiche dei Paesi aderenti, ma anche un valido strumento di cooperazione grazie al quale si potesse esorcizzare il pericolo che riaffiorasse, a causa dei grandi interessi in gioco nell’industria mineraria e siderurgica della Ruhr, la grave storica rivalità franco-tedesca.

Sebbene Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi avessero patrocinato fin dall’immediato dopoguerra, all’insegna della causa europeista, la progressiva liberalizzazione degli scambi, questa prospettiva non aveva ancora fatto breccia in gran parte della nostra classe dirigente, in quanto veniva considerata temeraria, se non suicida. Né era bastato a rassicurare molti imprenditori il fatto che il presidente della Confindustria Angelo Costa fosse invece dell’opinione che, per un Paese come l’Italia essenzialmente di trasformazione e povero di materie prime, sarebbe risultato essenziale poter accrescere le sue esportazioni manifatturiere.

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Fu perciò una dura battaglia quella condotta da Cesare Merzagora e da Ugo La Malfa per sostenere l’opportunità di smantellare certe vecchie barriere doganali, anche se inizialmente venne mantenuto un livello di protezione relativamente più elevato che in altri Paesi a favore di alcuni prodotti agricoli (come il grano, lo zucchero, i vini) e industriali (come i filati, le automobili, i trattori e gli apparecchi elettrici). In complesso, si riuscì comunque a procedere abbastanza speditamente nell’eliminazione di vincoli e contingentamenti e nella riduzione della maggior parte delle aliquote daziarie. Tant’è che l’Italia giunse entro la fine del 1953 a liberalizzare quasi completamente le importazioni dai Paesi dell’Organizzazione europea di cooperazione economica (Oece), sia per i prodotti agricoli che per i manufatti e i semilavorati.

D’altronde i governi di centro, per condurre in porto l’impresa di avviare l’integrazione dell’economia italiana nel mercato internazionale, mediarono le reazioni corporative che questo passo importante aveva suscitato con l’adozione di determinati incentivi alle principali aziende e l’utilizzo di una parte dei prestiti pubblici contratti all’estero.

In ogni caso, fu indispensabile, per corrispondere agli impegni stabiliti con l’adesione alla Ceca e poter reggere all’agguerrita concorrenza delle acciaierie tedesche, chiedere, seppur in via provvisoria, alcune agevolazioni nell’ambito della Cee alla Germania (ciò che fecero peraltro anche i governi di Parigi e di Bruxelles). In compenso, di lì a pochi anni, la nostra industria siderurgica si rivelò una delle protagoniste del “miracolo economico”, in quanto da un lato, ebbe modo, grazie alla Ceca, di usufruire della maggior stabilità dei prezzi determinata dagli accordi comunitari sull’approvvigionamento del rottame; e, dall’altro, fu spinta dalla concorrenza straniera sul mercato interno a rinnovare rapidamente attrezzature e metodi di gestione. Ciò che avvenne soprattutto con la conversione al ciclo integrale del minerale e la localizzazione costiera degli impianti. Tanto che la produzione d’acciaio aumentò fra il 1951 e il 1960 del 170% contribuendo così all’espansione dell’industria metalmeccanica e di quella cantieristica.

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