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L’accordo di Malta primo passo sui migranti

Non vi saranno più imbarcazioni tenute in ostaggio, fuori dalle acque territoriali, in attesa che i governi nazionali concordino la redistribuzione dei migranti che hanno a bordo

di Sergio Fabbrini

Conte, l'intesa di Malta sui migranti e' una svolta

4' di lettura

Un passo in avanti è stato fatto, anche se piccolo. Lunedì scorso, a Malta, i ministri degli Interni di Italia, Malta, Francia e Germania, con il coordinamento del ministro finlandese (che detiene la presidenza semestrale di turno del Consiglio dei ministri) e della Commissione europea, hanno delineato le caratteristiche di un “Meccanismo temporaneo di solidarietà” per la gestione del fenomeno migratorio nel Mediterraneo. Tale Meccanismo dovrà quindi essere discusso nel Consiglio dei ministri degli Interni dell’Unione europea (Ue) che si terrà il prossimo 7-8 ottobre. Per noi è importante il punto 4 dell’accordo, là dove viene prevista «l’attivazione di un sistema accelerato (fast track) per il ricollocamento (dei migranti salvati in mare, ndr) sulla base di impegni prestabiliti prima dello sbarco e, dove applicabile, il rimpatrio immediato dopo lo sbarco inclusivo degli accertamenti sulla sicurezza e la condizione sanitaria dei migranti in questione».

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Ciò vuol dire che, sperabilmente, non vi saranno più imbarcazioni tenute in ostaggio, fuori dalle acque territoriali, in attesa che i governi nazionali concordino la redistribuzione dei migranti che hanno a bordo. L’adesione a tale Meccanismo, da parte dei Paesi dell’Ue, è volontaria. Dopo tutto, l’immigrazione continua a costituire la più insidiosa minaccia alle loro identità nazionali, prima ancora che ai loro bilanci pubblici. Per questo motivo, un’efficace politica migratoria è indispensabile per garantire la stessa sopravvivenza dell’Ue. Quali sono i presupposti e le difficoltà per realizzarla?

Cominciamo dai presupposti. Innanzitutto, va riconosciuto che l’immigrazione costituisce un fenomeno strutturale. Gli interventi di breve periodo debbono essere armonizzati con quelli di lungo periodo. È necessario che l’Ue rafforzi i suoi programmi di investimento materiale e culturale nei Paesi africani da cui originano i flussi migratori più importanti. Ma è bene tenere presente che essi produrranno conseguenze solamente nel lungo periodo. Nel frattempo, occorre fare in modo che le nuove opportunità di lavoro create in quei Paesi producano un reddito almeno equivalente a quello che essi attualmente ricevono dalle rimesse dei loro migranti (secondo la Banca Mondiale, le rimesse che ritornano nei Paesi a basso reddito sono tre volte superiori agli aiuti allo sviluppo ad essi forniti). Dunque, se in quei Paesi si promuovono lavori miseri e sottopagati, sarà difficile contrastare la spinta ad emigrare. In secondo luogo, va riconosciuto che l’immigrazione costituisce un fenomeno non facilmente definibile. La distinzione tradizionale tra rifugiati politici, richiedenti asilo e migranti economici è sempre più incerta. A Malta si è cominciato a prendere atto della crescente commistione tra i tre tipi di immigrazione. In particolare, tra i richiedenti asilo (che rientrano negli Accordi di Dublino del 1990, più volte rivisti) e i migranti economici. Peraltro, i richiedenti asilo (in netto calo dal 2017) non si rivolgono all’Italia. Sul totale dei richiedenti asilo nell’Ue, l’8,5 per cento ha fatto domanda in Italia, mentre il 27,9 per cento l’ha fatta in Germania e il 19 per cento in Francia (Eurostat 46/2019).

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L’immigrazione economica si configura invece come un fenomeno diffuso, perché sollecitata dal declino demografico e dall’invecchiamento della popolazione dei Paesi europei. In Italia, interi comparti produttivi non potrebbero funzionare senza immigrati, né le pensioni degli anziani sarebbero garantite senza il contributo delle tasse da loro pagate. Per noi, il problema non è tanto la quantità di immigrati che abbiamo (corrispondente al 7 per cento della popolazione, mentre è al 12 per cento in media nei Paesi sviluppati), ma la loro qualità. Per la Banca d’Italia (Quaderni di storia economica, n. 45, 2019), nel periodo 2011-2016, solamente l’1,9 per cento di stranieri era collocato nelle professioni qualificate e tecniche, mentre il 32,5 per cento lo era nel personale non qualificato. Dunque, dobbiamo essere determinati nel controllo degli immigrati, ma anche nella loro riqualificazione, così da favorirne un’integrazione benefica per loro e per noi (a cominciare dai 600 mila immigrati di cui si parla in campagna elettorale, per dimenticarli subito dopo).

Vediamo ora le difficoltà di una efficace politica migratoria. A Malta si è riconosciuta la necessità di andare verso l’europeizzazione del problema migratorio. Dopo tutto, l’immigrazione è di per sé asimmetrica, in quanto colpisce di più alcuni Paesi e di meno altri (e, all'interno di ogni Paese, di più i ceti e i quartieri disagiati rispetto a quelli benestanti). Quindi, per affrontarla, ci vuole solidarietà tra gli stati (e tra i cittadini di uno stato). Ma qui insorge una doppia difficoltà. Non solamente quella rappresentata dai Paesi (come l’Ungheria e la Polonia) che considerano l'immigrazione una minaccia esistenziale e, quindi, sono ostili ad ogni politica condivisa.

Ma soprattutto quella rappresentata dai Paesi (quasi tutti) che non vogliono mettere in discussione la sovranità territoriale nazionale per affrontarla. Il risultato è che si è costretti a procedere in modo differenziato per evitare il veto dei primi (creando coalizioni dei volenterosi, come a Malta), ma anche in modo intergovernativo per via dell’ideologia nazionale dei secondi. La politica migratoria comune è conseguentemente interpretata come coordinamento delle politiche migratorie nazionali, un coordinamento intergovernativo che consente ad ogni governo nazionale di porre il veto a qualsiasi decisione indesiderata. Di qui il paradosso. I governi europei riconoscono che il problema migratorio è più grande di loro, ma non vogliono rinunciare al controllo di quel problema, così ostacolandone la soluzione. Una situazione di stallo che lavora quindi a tutto vantaggio di chi ha trasformato l’immigrazione nella minaccia che fa vincere le elezioni. Come uscirne?

Insomma, a Malta è stato fatto un passo in avanti, ma molti altri occorre farne. La rinnovata collaborazione con Francia e Germania è certamente benvenuta, tuttavia non è sufficiente per dare vita a una politica migratoria efficace. Il Meccanismo temporaneo di solidarietà può servire per gestire piccoli numeri di immigrati, ma a cosa servirebbe di fronte ai grandi flussi del passato?

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