«yes, we did»

L’addio di Obama: Sì, possiamo difendere la democrazia e i valori del progresso

di Marco Valsania

(Afp)

5' di lettura

New York - “Bigger than politics”. Più grande della politica, di quel che oggi passa per politica. Il discorso di commiato di Barack Obama è stato molto più di un’occasione cerimoniale, è stato un appello, un solenne grido per il rispetto dei fondamentali valori democratici e progressisti nella società e nell’economia degli Stati Uniti. Dalla sua Chicago, dove ha ricordato di essersi fatto le ossa come organizzatore di quartiere, ha salutato nella notte l’America con un discorso appassionato, scandendo principi di diversità, giustizia, diritti uguali per tutti che alimentano “speranza e cambiamento”. Valori che devono ispirare l’unità del Paese ma che sono risuonati come un secco guanto di sfida a Donald Trump e un invito al Paese a ricordare il meglio di se stesso.

Obama, l’ultimo discorso da Presidente

Obama, l’ultimo discorso da Presidente

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«Qui è dove tutto è cominciato - ha detto - Qui ho imparato che il cambiamento avviene solo quando la gente comune è coinvolta, partecipa, si unisce per chiederlo». Obama ha detto di credere ancora oggi in un simile futuro, «che è il cuore dell’idea americana, del nostro coraggioso esperimento di autogoverno. Dove tutti sono creati uguali e tutti hanno gli stessi diritti. Dove attraverso gli strumenti della democrazia noi, il popolo, possiamo creare un’unione più perfetta».

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Obama ha difeso quanto ha fatto, pur ammettendo i limiti: «Se vi avessi detto otto anni or sono che l’America avrebbe invertito la grande recessione, rilanciato l’industria dell’auto, fatto scattare il più lungo periodo di creazione di lavoro nella nostra storia. Se vi avessi detto che avremmo aperto un nuovo capitolo con il popolo cubano, fermato il programma di armi nucleari dell’Iran senza sparare un colpo ed eliminato i mandanti dell’11 settembre. Se vi avessi detto che avremmo conquistato l’uguaglianza nel matrimonio, garantito il diritto all’assicurazione sanitaria per altri 20 milioni di cittadini - avreste potuto dire che eravamo un po’ troppo ambiziosi». Ma, ha concluso, «questo è ciò che abbiamo fatto. Ciò che avete fatto. Voi siete il cambiamento. Voi avete risposto alle speranze della gente e grazie a voi, in quasi tutti i sensi, l’America è un luogo migliore, più forte di quanto fosse quando abbiamo cominciato».

Abbiamo reso l’America un luogo migliore, più sicuro per le generazioni che seguiranno. Abbiamo fatto la nostra parte in una lunga staffetta di progressi, sapendo che il nostro lavoro sarà sempre incompiuto

L’America, aveva scritto poco prima su Facebook mettendo la propria presidenza in prospettiva, «è una storia scritta di generazione in generazione, non di minuto in minuto. Abbiamo reso l’America un luogo migliore, più sicuro per le generazioni che seguiranno. Abbiamo fatto la nostra parte in una lunga staffetta di progressi, sapendo che il nostro lavoro sarà sempre incompiuto».

Obama ha poi elencato le sfide del futuro. Anzitutto economiche, per la diseguaglianza e la necessità di curare eguali opportunità ha preso di mira il Trumo anti-libero scambio per dire che la prossima «ondata di dislocazioni economiche non arriverà dall’estero. Verrà dal passo inarrestabile dell’automazione che rende obsoleti moltiposti di lavoro per i ceti medi. Occorre creare un nuovo social compact, garantire l’istruzione necessaria ai giovani, dare ai lavoratori il potere di unirsi in sindacato per migliorare i salari, aggiornare il sistema di sicurezza sociale».

Poi c’è la questione razziale, ancora irrisolta. La disinformazione e la tendenza a vivere in “bolle” isolate senza confrontarci con idee diverse. La negazionee della scienza, come nel caso del cambiamento climatico il cui rifiuto è il rifiuto «del nostro spirito di innovazione, di illuminismo, di fiducia nella ragione e nell'iniziativa». Ancora: uno spirito democratico che oggi «viene sfidato da terroristi fanatici» come anche da governi esteri autoritari. Ma, ha aggiunto Obama, per proteggere la democrazia «non bastano le truppe».

Bisogna «guardarsi dall’indebolire i valori che ci guidano. Per questo respingo la discriminazione contro i musulmani-americani, per questo ho messo fine alla tortura e ha cecato di chiudere Guantanamo. Dobbiamo essere vigili, non avere paura».

Infine Obama vede minacce nel dare la democrazia per scontata: «Dobbiamo rendere più facile e non più arduo votare, ridurre l’influenza dei soldi in politica, chiedere trasparenza e comportamenti etici». Obama ha poi avuto un raro momento di aperta commozione, con lacrime insolite per un president noto per la sobrietà, quando ha ringraziato la First Lady Michelle, «moglie, madre delle mie figlie e miglior amica». Ha ringraziato poi lo staff e il vicepresidente Joe Biden. E ha chiuso con il suo slogan di battaglia, dicendo che ora lo difenderà da privato cittadino: Yes we can. Si, possiamo. Possiamo, ha detto, tenere fede ai nostri valori e speranze.

La natura del discorso
È stato un discorso tenuto in un luogo nato per le grandi occasioni: il McCormick Place Convention Center, con i suoi 20.000 posti tutti esauriti, è il più grande del Nordamerica. Otto anni dopo e a quattro miglia dal luogo di un altro storico discorso, quello a Grant Park della vittoria nel 2008, da primo presidente afroamericano. Simbolo di una distanza ancor maggiore dal suo successore, pur mai citato per nome: quel Trump che aveva costruito la sua carriera politica mettendo in dubbio anche la nascita e il diritto di cittadinanza americana di Obama. E che sembra ora pronto a rottamare la sua “legacy”, dalla riforma sanitaria all’ambiente, dal multilateralismo in politica estera agli sforzi di superare tensioni razziali all’interno.

A redigere l’intervento, tenuto in prime time alle 9 ora di New York, ha lavorato fino all’ultimo minuto, tanto delicato e difficile era trovare i toni e l’equilibrio. Perché è stato discorso che ha voluto difendere un’eredità non solo politica ma anche personale e profonda: rivolto non soltanto all’altra America, che non ha votato Trump, ma a tutti gli americani, chiunque avessero scelto lo scorso novembre. Con l’aspirazione dunque di risanare ferite e spaccature lasciate dal successo di Trump, che ha vinto la Casa Bianca e perso il voto popolare. Ma offrendo allo stesso tempo un orizzonte ideale progressista e aperto, facendo leva su abilità oratoria, autorevolezza intellettuale e popolarità nonostante la cocente sconfitta del suo partito democratico alle urne.

«Non voleva essere un discorso sullo Stato dell’Unione - ha commentato il portavoce Josh Earnest - Piuttosto un discorso sul futuro. Che esamina i progressi compiuti ma si concentra su ciò che è necessario fare». Ancora: «Non è stato giro di pista per ringraziare - ha spiegato il consigliere Valerie Jarrett, da sempre al suo fianco - L’obiettivo era motivare gli americani a difendere la loro democrazia. Non può essere data per scontata. Bisogna lavorare duro, essere vigili e determinati».

L'ultimo saluto di Obama: Yes We Can!

Vigili e determinati - il messaggio indiretto - al cospetto di quanto vorrà o potrà fare Trump, la cui inaugurazione è a un passo, il 20 gennaio. Forse anche per questo, per far risuonare l'eco delle sue parole più lunga e forte, Obama ha optato per un luogo certo da grandi occasioni ma irrituale per gli addii dei presidenti, abitualmente a Washington: ha deciso di spezzare quella tradizione e Chicago, ha detto Jarrett, “era il luogo naturale”. Che gran parte dell'America non lo dimenticherà - al di là di giudizi su singole azioni, su successi e fallimenti, su quanto fosse liberal o moderato - è parso chiaro dalle lunghe code fin dall'alba per i biglietti, nonostante temperature glaciali. Nelle ultime settimane, accanto ai preparativi per il commiato, Obama ha cercato anche di fare di più, di alzare il “prezzo” politico di svolte drastiche e controriforme, con ordini esecutivi sulla salvaguardia di coste e territori, incontri con i leader democratici per difendere la sanità di Obamacare, principi per la pace in Medio Oriente. Ma soprattutto, per il futuro, lascia una bussola morale e politica che non potrà essere liquidata con un tweet.

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