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L’addio di Parmalat alla Borsa e l’ultima beffa francese

di Simone Filippetti


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5' di lettura

Quando da Collecchio, il paesino alle porte di Parma dove c’è la più grande azienda alimentare italiana quotata in Borsa, Maurizio Martina, il numero uno del PD, è sceso in campo per difendere Parmalat, a rischio smembramento, a Laval, la sede di Lactalis il colosso francese proprietario di Parmalat, quelle proteste devono essere arrivate come un flebile suono. E non tanto per la distanza. I francesi stanno muovendo gli ultimi ingranaggi di un meccanismo a orologeria che li porterà a essere i padroni assoluti di Parmalat, che con i suoi 6 miliardi di fatturato vale da sola un terzo di tutta Lactalis.

Il risultato sarà la scomparsa degli ultimi piccoli risparmiatori rimasti, vittime del crack di 15 anni fa. La Parmalat rinata dopo il fallimento, che aveva i truffati come soci, non esisterà più. Ma i nuovi padroni francesi beneficeranno, almeno per altri due anni, di dividendi e forse di un mega-tesoretto da 1,8 miliardi. Eredità proprio del crack.

Buona la Seconda
Rintanato nella sua Laval, Monsieur Emmanuel Besnier tira le fila di un impero alimentare da 18 miliardi di euro. Difficilmente sbaglia una mossa; e se la sbaglia, è certo che non sbaglierà una seconda volta. Due anni fa il «Signore del Latte» fu sonoramente sconfitto in Borsa. Stavolta, invece, nulla è stato lasciato al caso e niente potrà impedire ai francesi di conquistare definitivamente Parmalat e portarla via da Piazza Affari. Primo, perché non c’è più tra i piedi l’arcinemico Amber, il fondo attivista che per sette anni ha dato filo da torcere. A dicembre Amber ha venduto le sue azioni (un 6% circa) di fatto spianando la strada a Lactalis. Secondo, tutte le minoranze saranno comunque azzerate.

Per Lactalis si prefigura una vittoria blindata e per capire come, occorre addentrarsi nei meccanismi della Borsa. Dopo aver comprato il 6% di Amber i francesi hanno superato la soglia del 95% che ha fatto scattare un’obbligo di acquisto. Non è tecnicamente un’Opa residuale; Lactalis deve acquistare, ma le minoranze non hanno obbligo di vendere. Dunque l’esito non è scontato, applicando il solo obbligando di acquisto (art. 108 del TUF, Testo Unico della Finanza).

La Consob prevede che un’azienda per rimanere quotata debba avere un flottante minimo (il 20%) che oggi Parmalat non ha e poiché Lactalis non intende nemmeno aumentarlo, in ogni caso il colosso italiano uscirà dalla Borsa. Tanti piccoli azionisti, consultati dal Sole 24 Ore, sono però intenzionati a non consegnare. Anche se non più quotata, Parmalat avrebbe ancora dei soci di minoranza. Ma ecco il tecnicismo che di fatto consegna già la vittoria totale ai francesi: Lactalis ha invocato l’art.111 del TUF , ossia il diritto di acquisto (accanto all’obbligo). La differenza semantica non è da poco: in questo caso se anche una sola azione verrà consegnata a Lactalis, allora scatterà una sorta di «Squeeze Out» (spremitura degli azionisti). Sarà obbligatorio consegnare titoli, pena la perdita dei titoli. Gli azionisti di minoranza di Parmalat saranno azzerati, anche contro la loro volontà.

Più dividendi per Monsieur Besnier
L’addio da Borsa non serve tanto a prendere il controllo. Parmalat è già francese da otto anni, la bandiera italiana è stata ammainata da tanto tempo: Lactalis già detiene il 96%, praticamente la totalità del capitale. E quel 3,3% mancante sono briciole che nulla spostano in termini di comando e di governance. Ma essere soci di minoranza di Parmalat non è come esserlo in una qualsiasi altra azienda: ogni anno Parma è obbligata a pagare un dividendo ai soci. Lo dovrà fare fino al bilancio del 2020 (ossia la primavera del 2021) e questo anche se non sarà più quotata. Fu una scelta di Bondi: l’azienda riemersa dalle ceneri del default avrebbe distribuito per 15 anni una cedola ai soci, ossia i truffati, che avevano ricevuto nuove azioni in cambio dei soldi persi. Di fatto la cedola di Parmalat è una sorta di risarcimento dilazionato nel tempo. Ma senza più soci di minoranza, gli unici sopravvissuti della vecchia Parmalat, quel dividendo andrà solo e interamente a Lactalis (posto che come azionista di maggioranza potrebbe in ogni caso auto-distribuirselo). Besnier ringrazia Enrico Bondi, l’ex commissario straordinario. Un piano perfetto, in ogni dettaglio.

L’attesa ultima mossa sulla scacchiera costerà comunque cara a Lactalis: dopo aver speso circa 5 miliardi con la scalata, e aver liquidato Amber, per rastrellare le ultime azioni in circolazione, dovrà sostenere un esborso di 416 milioni di euro. Dove li trova? in casa: Bsa, la holding capogruppo della famiglia Besnier, presterà soldi a Sofil (la subholding che controlla Parmalat, il veicolo che tecnicamente lancia l’offerta). È un prestito infra-gruppo che serve per non indebitare ancora il gruppo Lactalis, già gravato da debiti.

La mina vagante dal New Jersey
C’è un solo vero ostacolo, e non è da poco, sulla strada della multinazionale del latte e si chiama Citi. La banca americana è in causa dai tempi del crack con Parmalat. Anni fa ha vinto una causa in New Jersey (dove c’era una ex controllata del gruppo) e quella vittoria è stata riconosciuta anche in Italia: la banca sarebbe un creditore tardivo a cui spettano come risarcimento azioni Parmalat. Tra appelli e ricorsi, tutto è adesso in Cassazione, che dovrà decidere la settimana prossima. I francesi corrono il rischio di dover sborsare 347 milioni di euro, da pagare con altrettante 347 milioni di titoli Parmalat (circa il 10% del capitale). Per Besnier sarebbe la più beffarda delle fatiche di Sisifo: anni ad attendere il momento giusto per prendersi tutta Parmalat, con il risultato di ritrovarsi daccapo. Ossia, un’azionista di minoranza in azienda. Nel prospetto informativo del delisting Sofil già mette le mani avanti e preannuncia un’ennesima battaglia legale se dovesse perdere, ma intanto si ritroverebbe Citi azionista al 10% di Parmalat e costretta a dover varare una ricapitalizzazione per soddisfare Cit (ci sono 1,5 miliardi di euro a riserva, ma non è certo che bastino).

Ma Lactalis potrebbe ritrovarsi un altro jolly in tasca, anche questo ennesima eredità del passato: la Parmalat di Bondi aveva a sua volta fatto causa alla medesima Citi, chiedendo la stratosferica cifra di 1,8 miliardi come risarcimento. Un tesoretto che però, con la Parmalat ormai delistata, Lactalis non dovrà più condividere con gli azionisti di minoranza, loro che nelle intenzioni dell’ex commissario straordinario avrebbero dovuto essere i beneficiari di quella somma. Le chance di un maxi-incasso, però, al momento paiono decisamente basse: l’anno scorso, in una prima udienza, i giudici hanno bloccato la richiesta. Tra batti e ribatti, si attende anche qui la decisione del Tribunale.

Anche il prezzo a cui i francesi pianteranno definitivamente la loro bandiera sa di beffa: 2,85 euro per azione. È lo stesso prezzo a cui Lactalis scalò la Parmalat nel 2011: in otto anni i francesi non hanno creato valore in Borsa.

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