Serie A

L’addio di Prandelli alla Fiorentina e a «un calcio che va troppo veloce»

La lettera: «Sono venuto qui per dare il 100%, ma appena ho avuto la sensazione che non fosse più possibile, ho deciso questo mio passo indietro»

di Dario Ceccarelli

Prandelli lascia la Fiorentina dopo quattro mesi: in panchina torna Iachini

4' di lettura

È andato via perchè non ne poteva più. Stanco, svuotato, braccato dai suoi fantasmi. Con una lunga lettera che lascia sorpresi anche se da tempo si capiva che qualcosa in Cesare Prandelli s'era spezzato. E non girava più per il verso giusto.
Strane assenze, malori non meglio precisati e soprattutto un «assurdo disagio dentro» che non gli permetteva più di essere se stesso. Scrive, Prandelli, anche di «scorie e veleni che talvolta ti presentano il conto tutto assieme». Un conto, evidentemente molto salato, e molto privato, che non gli ha più permesso di continuare ad allenare la Fiorentina, la squadra che più di tutte ha amato, nonostante sei stagioni nella Juventus in cui ha vinto tre scudetti e una Coppa dei campioni.

L’addio sofferto

Che strano congedo dal calcio quello di Cesare Prandelli, ex cittì della nazionale con una sensibilità forse troppo spiccata per un mestiere dove bisogna non solo saper assemblare una squadra, e dare i numeri con i moduli tattici, ma anche ogni giorno saper rispondere a mille domande e a mille pressioni. Stare sempre sul pezzo anche della polemica spicciola, del Var che funziona e non funziona, di un campionato decimato dalla pandemia e dagli spalti vuoti. Anche questo un silenzio strano, quasi inaccettabile, alienante, per un uomo che ha sempre condiviso il suo mestiere con il pubblico e con il calore dei tifosi.

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I “precedenti” di Sacchi e Bagnoli

Non è più lo stesso mestiere di una volta, fa capire Prandelli. Quello dove «lo ha detto il mister», dove con una battuta si stempera tutto, dove alla fine un cospicuo conto in banca fa scivolar via ogni altro rospo. Un mestiere spericolato che ti logora, che ti scava, che ti apre un vuoto dentro. Un male neanche tanto oscuro che ha già colpito figure illustri come Arrigo Sacchi o come, nel calcio tutto diverso degli anni Ottanta, l'Osvaldo Bagnoli della Bovisa. Che diede le dimissioni dall'Inter di Pellegrini perchè non reggeva una parte in commedia che gli era sfuggito di mano. C'è anche una componente sentimentale nell'addio di Prandelli, in questo senso davvero uomo di altri tempi. «È la seconda volta che lascio la Fiorentina» scrive il tecnico nel sito della società viola. «La prima per volere di altri, oggi per una mia decisione. La mia decisione è dettata dalla responsabilità enorme che prima di tutto ho per i calciatori e per la società, ma non ultimo per il rispetto che devo ai tifosi della Fiorentina. Sono consapevole che la mia carriera di allenatore possa finire qui, ma non ho rimpianti e non voglio averne».

La decisione del passo indietro

Difficile capire, cosa sia realmente successo. E cosa sia scattato nella sua mente. Non è il nostro mestiere, capirlo. Certo, a differenza di altre volte, qui non si parla di soldi perché Prandelli ha già ribadito che lui non pretende nulla, che non è questo il punto. Come non c'entra la posizione in classifica della squadra che a dieci giornate dalla fine del campionato è quint'ultima ma con sette punti di vantaggio sulla terzultima. Una situazione quindi non brillante, ma comunque gestibile. «Sono molto stanco e abbastanza vuoto dentro», aveva confessato dopo la vittoria di Benevento.

E dopo la sconfitta con il Milan non si era presentato ai microfoni. Si era parlato di un leggero malore, ma in realtà da diverse settimane lottava contro i suoi demoni. Lunedì sera ha maturato la decisione e martedì l'ha comunicata alla società che ora riparte da Beppe Iachini per mettersi in sicurezza dalla retrocessione. Per ironia della sorte Prandelli lo aveva sostituito lo scorso 9 novembre, quando Iachini era stato esonerato. Un paradossale passaggio di consegne.«In questi mesi è cresciuta dentro di me un'ombra che ha cambiato anche il mio modo di vedere le cose. Sono venuto qui per dare il 100%, ma appena ho avuto la sensazione che questo non fosse più possibile, per il bene di tutti ho deciso questo mio passo indietro» prosegue Prandelli, allenatore dalle dimissioni facili.

«Un calcio che va troppo veloce»

Le dimissioni infatti sono state una costante della sua carriera, a partire da quelle successive a Italia-Uruguay nel mondiale 2014 in Brasile, finite subito con una mal digerita eliminazione anticipata. Dimissioni da galantuomo, ma non pretese dalla Federazione. E non così obbligatorie e scontate tenendo conto che ai precedenti europei del 2012 la nazionale era arrivata in finale, poi perdendo ai rigori con la Spagna. E lì, in quell'infausto mondiale brasiliano, in Prandelli si era già spezzato qualcosa. Dopo infatti la sua carriera di allenatore ha preso una china negativa con esperienze difficili e spesso brevi. Pochi mesi al Galatasaray, in Turchia e poi alcuni anni di inattività intervallati da brevi parentesi al Valencia, negli Emirati Arabi e una ultima coda al Genoa prima di tornare alla Fiorentina.

«Un calcio che va troppo veloce» scrive Prandelli più rassegnato che veramente amareggiato. Del resto, questo è Prandelli, tecnico che non ha mai amato i social, che diffida dei procuratori, che si sposta con una Panda preferendo chiacchierare al bar con gli amici piuttosto che andare in tv a fare il commentatore che dice e non dice come tanti altri suoi colleghi. Un bell'addio, lucido e amaro quello di Prandelli. Di un uomo, prima di un tecnico, che non ha paura di guardare in faccia una realtà che non gli piace più.

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