Bell’esordio!

L’Africa: 77 viaggi fulminanti verso un intero

In «Lo sguardo di uno sconosciuto» il giovane scrittore nigeriano Emmanuel Iduma traccia un ritratto inedito e appassionato del Continente attraverso decine di istantanee

di Lara Ricci

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 Ritratto di E. Iduma

In «Lo sguardo di uno sconosciuto» il giovane scrittore nigeriano Emmanuel Iduma traccia un ritratto inedito e appassionato del Continente attraverso decine di istantanee


3' di lettura

«Vedo un paesaggio di dune e case costruite come scatole di fiammiferi. Oggi è il primo giorno di ‘Aid al-Fitr. Gli uomini tornano dalle moschee con passo fermo e aria festosa, donne e bambini al seguito. Li osservo con il naso schiacciato sul finestrino. Gli uomini indossano lunghe tuniche abbondanti, quasi tutte bianche, alcune azzurre».

Sulla strada di un viaggio che doveva essere da Lagos a Sarajevo, lungo la costa, ma che in realtà si compie all’interno dell’Africa centrosettentrionale - da Rabat a Gorée, ad Abidjan, passando da Douala fino a N’Djamena, a Khartum e infine ad Addis Abeba - il non ancora trentenne scrittore nigeriano Emmanuel Iduma scatta delle istantanee. Poche ce ne mostra, la gran parte le descrive. Sono apparizioni, epifanie, memorie, lacune eloquenti, saggi al fulmicotone, mini-reportage: 77 viaggi incompleti verso un intero, 77 immagini di un continente grande tre volte l’Europa e dissemminato di lingue e culture, legate fra loro per mezzo della scrittura: «intermediario autonomo tra il noto e l’ignoto». 77 schizzi tra cui effettivamente, come si augura l’autore, alberga uno spazio abbastanza ampio e interessante perché il lettore lo possa abitare.

«Una volta a Ngor, davanti al mare, i miei occhi avevano seguito i disegni che i surfisti tracciavano con le loro acrobazie. Vedo cosa i fiumi – il Nilo nel suo corso al di là del Mediterraneo, il Niger quando unisce Timbuktu a Lokoja – possono insegnare con la loro massa fluida. Le onde ricadono una sull’altra, come un dialetto si modula sull’altro. Tutti i fiumi sono plurilingue».

Spirito cosmopolita e inquieto - caratteristica, quest’ultima, di famiglia, con un nonno dichiarato morto varie volte (dopo la prima si era svegliato per elencare i debitori, dopo la seconda per dire come voleva essere seppellito, la terza era stata l’ultima)- Iduma si sposta con altri artisti, o solo, o con compagni incontrati per strada. A volte è lui che fotografa, a volte sono altri. Come una volta a Ramat, in fila per un improbabile visto per l’Europa, quando si domanda «come mai in certe occasioni, nel corso di viaggi in cui nulla è certo, posare per una fotografia è come ammettere la possibilità di un momento di riposo».

Il suo percorso è punteggiato di storie di donne, uomini e bambini in viaggio verso l’Europa che si arrestano davanti a barriere. «E ogni volta che incontravano quei muri si fermavano e si riorganizzavano. Trovavano sempre nuovi modi per continuare ad avanzare verso l’idea di una vita migliore» o finivano del deserto, tra dune simili a onde, o nel Mediterraneo («L’opacità del mare è la sua promessa ricca e pericolosa insieme. Qualcuno annegherà, altri raggiungeranno un porto»). Storie di vite fatte di «lontananza da casa e di ritorni guastati dall’incapacità di restare». Storie di schiavitù antica e moderna, come quella che ancora espropria i neri in Mauritania. O storie di braccianti: «sulla strada che collega Lokoja a Okenne, noto degli uomini con zappe e badili, in attesa. Sono solo le sette di mattina, e li vedo bighellonare sul ciglio della strada (...) Chi li assolderà? Chi li renderà meno superflui – utili oggi, inutili domani?»

Iduma non cerca l’Europa, si satura di ignoto per non rinunciare alla speranza di un amore interrotto («Immagina come eravamo, due figure distese che si riconoscevano senza l’aiuto della luce»), per l’inabilità a «pensare al tempo in termini cumulativi», per l’incapacità dell’umanità placare il desiderio di muoversi (Tariq ibn Ziyad, conquistatore di Gibilterra fece infatti bruciare le navi che vi avevano portato le sue truppe). Forse il vero motivo di tanto vagabondare Iduma lo scopre un giorno tornando al villaggio degli antenati, quando vede la lapide di una parente senza nome. Dapprima s’infuria per la mancanza di iscrizioni, poi rimane «inchiodato a fissare la tomba grigia ricoperta di fango vicino a un sentiero stretto. Questa prossimità alla strada, mi rendo conto ora mentre lo scrivo, le dà un nome. Chiunque passi di lì vede quella tomba. Il suo ricordo è custodito nello sguardo di uno sconosciuto».

Lo sguardo di uno sconosciuto

Emmanuel Iduma

Traduzione di Gioia Guerzoni,

prefazione di Alessandra Di Maio

Francesco Brioschi editore, Milano,
pagg. 256, € 18

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