ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùEmergenza climatica

Clima, le sei priorità dei leader africani alla COP26

Il Continente incide su appena il 4% delle emissioni globali, ma rischia di subire le conseguenze più gravi della crisi pandemica. I leader Ua chiedono più azioni e meno retorica sulla «mitigazione

di Alberto Magnani

(imago images/Nicolo Campo)

3' di lettura

Nel 2020, l’intera Africa ha generato appena il 4% delle emissioni di anidride carbonica su scala globale. La quota è minima rispetto al 30% della Cina o anche “solo” all’11% dell’Europa.

Ma non risparmia il Continente dalle stesse minacce del climate change che incombono sulle economie più sviluppate, e inquinanti, con il rischio di un impatto anche più drastico rispetto alla media. Il paradosso ha spinto l’Unione africana, l’istituzione che raccoglie i 55 paesi del Continente, ad approdare alla COP26 di Glasgow con una rivendicazione precisa: riconoscere l’unicità del caso africano, affrontando «bisogni e circostanze» tenuti finora ai margini dell’agenda della Conferenza.

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La sintesi fra le esigenze di oltre mezzo centinaio di economie è frutto del lavoro di una struttura negoziale a tre, composto da African Group of Negotiators on Climate Change, la Committee of African Heads of State and Government on Climate Change e dalla African Ministerial Conference on Environment and Natural Resources.

Le sei priorità dei leader africani

L’esito è un pacchetto di almeno sei «priorità» riepilogate da Gahouma-Bekale, il presidente dei negoziatori, in un intervento per il portale Africa Renewal. Nell’ordine: adattamento e risposta al climate change, supporto finanziario per gestire la transizione, meccanismi di mercato che favoriscano l’evoluzione verde del sistema economico, rispetto dell’obiettivo di 100 miliardi di dollari in aiuti fissato dai paesi del G7 nel 2009 (rimasto largamente disatteso da allora), contributi nazionali più ambiziosi sotto l’accordo di Parigi e, appunto, un riconoscimento anche finanziario delle esigenze e dell’unicità dell’Africa. Tradotto, più sovvenzioni e meno prestiti che rischiano di gonfiare una mole debitoria cresciuta fino a volumi ancora più insidiosi nei mesi della crisi pandemica.

Il pilastro dell’intero pacchetto è il primo punto, quello che chiederà ai paesi di insistere di più sulla strategie di «adaption»: l’adattamento alla crisi climatica che si sta già abbattendo sul Continente più vulnerabile, aggravando effetti collaterali della crisi climatica come insicurezza alimentare e scarsità di risorse idriche. Romy Chevallier, senior researcher del South African Institute of International Affairs, spiega che i paesi africani chiederanno un cambio di prospettiva rispetto al paradigma di oggi: «Si parla tanto di “mitigare” gli effetti del cambiamento climatico - dice -. Ma la priorità per i paesi africani è di capire come ci si possa adattare e rispondere subito alla crisi».

Non a caso, il secondo snodo cruciale riguarda i finanziamenti verdi: le risorse che dovranno confluire nelle economie del Continente per traghettarne l’evoluzione ecologica. Oggi i governi africani spendono in media dal 2% al 9% del Pil su politiche di adattamento, ma le Nazioni unite stimano che le misure di transizione costino ai paesi emergenti fino a picchi di 500 miliardi di dollari nel 2050. Un macigno equivalente al Pil della Nigeria nel 2021 e a un quinto di quello del continente.

Affinità e divergenze nelle economie africane

La convergenza di massima fra i leader non esclude, ovviamente, qualche diversità di veduta o conflitti anche domestici fra gli obiettivi internazionali e le urgenze della produzione interna. Il caso più indicativo è quello del Sudafrica, l’economia africana più industrializzata, in bilico fra il suo ruolo di testa di ponte per l’agenda verde e le necessità di una produzione vincolata al carbone. Il Paese, responsabile da solo sull’1% delle emissioni globali (dato di The European House Ambrosetti), viene accusato di fissare obiettivi poco ambiziosi sulle misure di contenimento delle emissioni.

Ma le sue titubanze si ripresentano anche in un gigante petrolifero come la stessa Nigeria, tenuta sotto scacco dalla sua dipendenza dall’Oil&Gas, senza contare richieste specifiche e differenze di approccio in un mosaico di oltre 50 economie nazionali. Le richieste che arriveranno sul tavolo di Glasgow, però, manterranno la linea unitaria limata in mesi di incontri ai vertici. A partire da quella di un approccio più concreto, e meno teorico, all’emergenza climatica. «I paesi africani hanno sentito parlare di policy - Chevallier del Saiia -. Ora vogliono capire davvero come saranno implementate».

Riproduzione riservata ©

  • Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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