Energia e Ambiente

L’agenda di Putin si fa verde

di Antonella Scott

2' di lettura

Ad alcuni Paesi la transizione energetica chiede un prezzo particolarmente alto: tra questi la Russia, quarta tra i principali responsabili delle emissioni scaricate nell’atmosfera e al tempo stesso ricca di idrocarburi che garantiscono il 35% delle entrate al bilancio federale. Dalla decarbonizzazione, dice il commissario Ue per il Clima Frans Timmermans, «i russi hanno molto da perdere».

E infatti l’idea di cambiare modello economico era tabù a Mosca, fino a poco tempo fa. Su gas e petrolio Vladimir Putin si è appoggiato per ricostruire una superpotenza energetica: le risorse naturali - scriveva nel 1999, in una dissertazione per l’Istituto Minerario di Pietroburgo - non assicurano soltanto lo sviluppo economico del Paese, ma ne garantiscono lo status internazionale. Un’arma che Putin ha ancora in mano, come dimostra il peso che le sue parole continuano ad avere sui mercati spaventati dai prezzi del gas.

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La svolta “verde” del Cremlino è degli ultimi mesi, e nasce dalla consapevolezza che anche la mancata transizione ha un costo elevatissimo. La Russia delle foreste in fiamme, e dove il cedimento del permafrost mette a rischio le città della Siberia, è uno dei luoghi più colpiti dal riscaldamento ambientale. Nello stesso tempo, l’immensità del territorio e delle sue risorse la potrebbe mettere all’avanguardia sul fronte delle rinnovabili e delle nuove tecnologie. Idrogeno, nucleari: settori di potenziale cooperazione con un’Europa che, principale partner commerciale dei russi, si appresta intanto a far pagare a caro prezzo il contenuto di carbonio delle loro esportazioni.

Così, quello stesso Putin che in passato dubitava del legame tra clima e attività umane, e ironizzava sul disturbo che le pale eoliche arrecano a uccelli e lombrichi, da qualche tempo ha cambiato tono. Convocato il governo prima dell’estate, il presidente ha ordinato di sviluppare una strategia nazionale con cui presentarsi alla Conferenza di Glasgow sul clima. L’ultima versione introduce l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2060 e prevede una riduzione delle emissioni di gas serra pari al 79% dei livelli attuali, entro il 2050. Per la prima volta mette in collegamento transizione energetica e rilancio dell’economia: anche gli ambientalisti sembrano soddisfatti, pur attendendo dettagli. Con questo documento ambizioso in mano, fa notare il responsabile del programma “Clima ed energia” di WWF Russia, Aleksej Kokorin, «a novembre non ci sarà più da vergognarsi ad andare a Glasgow».

Il piano scandisce nel tempo la riduzione delle esportazioni russe di idrocarburi, bilanciandole con l’aumento della produzione di energie pulite. Inizia ad abbozzare un sistema di quote, controlli e incentivi, mentre sempre più aziende russe corrono più avanti del Governo, consapevoli della necessità di adeguarsi agli standard internazionali di sostenibilità per restare competitive.

Trovare un equilibrio non sarà facile, in un Paese che tuttora pianifica colossali investimenti nell’oil & gas: risorse che - paradossalmente - lo scioglimento dei ghiacci rende più facilmente raggiungibili nelle zone artiche. La transizione verde è un’opportunità o un problema per la Russia? «In qualche modo, entrambe le cose», diceva al Sole in un’intervista Andrej Kostin, presidente della banca Vtb.

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