MICROCOSMI

L’agroindustria che resiste tra faglie e filiere

di Aldo Bonomi

3' di lettura

Per trovare una tessitura economico-sociale che tiene assieme il “largo nord” con “il lungo mezzogiorno” occorre volgere lo sguardo alle filiere agricole che si fanno agroidustria. Parliamo di un settore che dal “campo alla tavola”, compresa la distribuzione, vale l’11% del valore aggiunto della nostra economia, con 2,1 milioni di imprese e 3,4 milioni di addetti. Trainato da performance economiche che lo collocano ormai da qualche anno al vertice della graduatoria del made in Italy per tassi di crescita, il settore agrifood è riuscito ad attraversare quasi indenne le ondate di crisi degli ultimi 15 anni trovando ogni volta nuovo slancio espansivo, oltre la sua natura anticiclica.

La forza alla base della struttura competitiva delle moderne filiere agroalimentari poggia su un articolato patrimonio di civilizzazione materiale di lunga durata altamente diversificato in mille microcosmi comunitari locali che disegnano i paesaggi antropici. È questo il bacino di “materie prime culturali e colturali” che sottrae, in buona parte, questa base di radicamento alla spinta deterritorializzante della competizione globale delle commodity alimentari. Complici l’affermazione delle culture del consumo critico, etico, sostenibile, della ricerca di sicurezza e della salubrità, l’avvento dei social media, il diffondersi di declinazioni del gusto in senso territoriale (l’italianità, il chilometro zero, le indicazioni di origine), la spettacolarizzazione della tradizione enogastronomica, le filiere agroalimentari producono oggi non solo valore economico, ma anche senso collettivo e un po’ di soft power nel mondo.

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Tutto questo si riflette in una geografia di piattaforme che si snodano e si intrecciano nel Paese. Le filiere agroalimentari di carattere industriale e/o basate su vincoli territoriali (Igp, Sgt, Dop) hanno nel triangolo Lombardia-Veneto-Emilia- Romagna (Lo.v.er) il nucleo di riferimento. In Lombardia le principali filiere sono costituite da singole unità produttive (agricole e industriali) mediamente più grandi, eredi del capitalismo famigliare e della rendita fondiaria; in Emilia-Romagna il settore eredita la matrice cooperativistica e una presenza di politiche regionali di accompagnamento; in Veneto si assiste all’evoluzione di modelli distrettuali (Valdobbiadene, Valpolicella) e di hub logistico per l’export (Verona). Questa stessa geografia si ripropone con una certa somiglianza anche sotto il profilo della localizzazione delle principali centrali della Gdo. A questo nucleo si affiancano Piemonte e Toscana che primeggiano per numero di produzioni a indicazione geografica di origine. All’interno dell’Italia del burro si delineano alcuni sottosistemi. Tra questi, il più avanzato per complessità e intreccio in logica di piattaforma è quello delle Langhe e del Basso Piemonte, quello trentino imperniato sul traino pubblico-cooperazione, quello della Via Emilia che si intreccia con il packaging e quello della Romagna con i sistemi di lavorazione e conservazione che si prolunga lungo la dorsale adriatica che si snoda verso sud.

Al Centro si evidenzia un’Italia di mezzo, quella della mezzadria, (Toscana-Umbria-Marche) caratterizzata da tante produzioni di nicchia, di qualità e da un tessuto diffuso di imprese artigiane e industriali di trasformazione a orientamento biologico. Andando verso Sud la geografia delle piattaforme è forse meno strutturata, ma è possibile riconoscere un asse tirrenico (Lazio meridionale-Campania), un asse adriatico-ionico Abruzzo-Molise-Puglia-Calabria e uno trasversale campano-pugliese. Infine le due isole-piattaforma Sicilia e Sardegna, con diverse specializzazioni e organizzazioni produttive.

Nel Mezzogiorno, dove il peso del settore agroalimentare sul totale del manifatturiero è rilevante, la configurazione di piattaforme appare meno strutturata, ma comunque interessata da un’evoluzione interessante, con crescita dei margini di autonomia e potere contrattuale rispetto alle regioni “centrali” del Nord man mano che la maglia funzionale (logistica, finanza, saperi) va strutturandosi. Qui entrano in gioco il rapporto con le città metropolitane (Napoli, Bari, Palermo) i centri a vocazione logistica (Brindisi, Taranto, Salerno, Catania, Cagliari) le piattaforme del turismo mediterraneo e l’industria legata al patrimonio culturale. Da questi territori di terra lavorata e paesaggi manutenuti che fanno bellezza e laboratorio della questione ambientale, partono le filiere del fresco, frutta e verdura, grano, vino, olio... che innervano il lungo mezzogiorno.

Così disegnando intrecci socioeconomici tra le terre dell’olio e quelle del burro. Abbassiamo lo sguardo anche nel progettare il Recovery Plan. Inserendolo tra città e contado, tra le smart city del digitale e le smart land dell’agricoltura sostenibile. Se tra nord e sud pare venire avanti una faglia, le filiere agricole sono la soglia da percorrere, perché non ci sarà “Italia ricca senza campagna florida”.

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