food industry monitor

L’alimentare resiste alla crisi. Anche con i prodotti che puntano sulla salute

L’indagine analizza i dati di bilancio di 832 aziende che operano in 15 comparti : previsioni dei ricavi a -5,5% nel 2020, ma il rimbalzo ci sarà

di Luisanna Benfatto

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L’indagine analizza i dati di bilancio di 832 aziende che operano in 15 comparti : previsioni dei ricavi a -5,5% nel 2020, ma il rimbalzo ci sarà


3' di lettura

Il coronavirus è stato il vero stress test per il food&beverage italiano e ha fatto emergere vulnerabilità e punti di forza. A fronte di una flessione del Pil italiano, che secondo le stime della Commissione europea nel 2020 toccherà il -9,5%, e un -12,8 per l’Fmi, la battuta d’arresto dei ricavi delle aziende alimentari sarà limitata al -5,5% circa, pronti a tornare positivi nel 2021 (+ 7,7%). È questo il quadro che emerge dal 6° rapporto di Food Industry Monitor, l’osservatorio sull’evoluzione dell’industria e sulle performance delle imprese italiane del settore.

L’indagine analizza i dati di bilancio di 832 aziende che operano in 15 comparti e rappresentano il 71% delle società di capitale del food. Uno spaccato della realtà industriale sana del Belpaese, dove la maggior parte delle aziende ha una struttura solida (il tasso di indebitamento è 2,21 nel 2019), un margine di redditività soddisfacente (Ros 6,2% nel 2019) e continua a essere orientata all’innovazione (il 9% ha registrato un brevetto negli ultimi 10 anni).

Il lockdown ha dato una accelerazione ai consumi di alcuni prodotti distribuiti nella Gdo e favorito le aziende più grandi, ma alcune realtà esposte nell’horeca potrebbero non farcela, racconta Gabriele Corte dg di Banca del Ceresio: «Le difficoltà ci saranno per quelle imprese il cui fatturato dipende troppo dall’export (comunque previsto in crescita già nel 2020) e per i salumi che hanno una marginalità commerciale sotto la media».

Il food ha tutte le carte in regola per conquistare nuove aree estere e rafforzarsi nel mercato interno. Oltre il 90% del settore è costituito da micro e piccole imprese sotto i 10 milioni di fatturato con meno di 50 dipendenti, mono stabilimento e senza network di distribuzione. Ne è convinto Alessandro Santini, head of corporate advisory di Ceresio Investors, che evidenzia come molte imprese siano sottocapitalizzate nonostante l’offerta di strumenti innovativi di finanziamento: per esempio minibond in target per le Pmi.

Ma dopo la scossa Covid come sarà il futuro? Massimo Crippa dg del gruppo Colussi racconta: «La diversificazione del nostro portafoglio di prodotti ci ha permesso di gestire picchi di produzione come nel settore della pasta Agnesi (+80%). Ora scontiamo il rimbalzo tecnico e dopo l’estate faremo un primo bilancio sull’anno». La turbolenza non è finita. Ci sono prodotti come le barrette energetiche, legate al consumo fuori casa, le cui vendite sono a zero.

Quello che continuerà a premiare è l’innovazione e la sostenibilità. L’azienda ha lanciato con il marchio Misura un packaging compostabile al 100% che consentirà di tagliare il 79% delle tonnellate di plastica usata per gli imballaggi entro il 2023. Per Ambrogio Invernizzi, presidente delle latterie Inalpi, la strada da seguire è l’accelerazione degli investimenti, 100 milioni nei prossimi 3 anni, e la sfida dei consumatori con minori capacità di acquisto: «Dovremo trovare un equilibrio sostenibile per prodotti di qualità a un giusto prezzo».

Secondo Carmine Garzia, coordinatore scientifico dell’osservatorio, la ricerca di nuovi spazi di business deve avvenire attraverso i nuovi canali della distribuzione (negozi di prossimità ed e-commerce) e i prodotti attenti alla salute. L’healthy food ha anche un impatto positivo sulla produttività e redditività del capitale investito (l’incremento di Roic è del 25% superiore). Il made in Italy tiene, ora deve solo diventare (più) grande e alzare la voce parlando di qualità e sostenibilità.

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