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L’allarme delle banche: più tasse e meno credito per la ripresa

di Marco Ferrando

2' di lettura

Più che un danno alle banche, il giro di vite sulle banche che il Governo punta a inserire nella manovra rischia di diventare un danno ai loro clienti. Soprattutto quelli futuri, che rischiano di vedersi erogato meno credito e a prezzi più alti. Perché «il denaro per le banche è come la farina per il fornaio», come ha fatto presente il direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini. Tradotto: se aumenta la materia prima, gli effetti sono anzitutto sul prezzo finale.

La denuncia dell'Abi, questa mattina a Roma alla Giornata del Credito, avviene a poche ore dalle prime indiscrezioni sulla volontà da parte del Governo di inserire in manovra una riduzione dal 100% all'86% della deducibilità degli interessi passivi (cioè quanto le banche pagano il denaro che prendono a prestito), a cui si aggiungerebbe un allungamento su più anni delle perdite legate alla svalutazione dei crediti deteriorati.

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«Tagliamo le agevolazioni delle banche che ne hanno avute troppe e ora cominceranno ad averne un po' di meno», ha dichiarato ieri il vice premier Luigi Di Maio, su Facebook. Per le dirette interessate, però, i beneficiari sono i clienti: le banche sono interconnesse con tutti i fattori produttivi «e chi pensasse di aumentare la pressione fiscale sulle banche indebolirebbe la ripresa», ha rincarato la dose il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli. Per il quale tornare indietro con una tassazione di alcune “spese forzate” delle banche non inciderebbe solo sull'attività degli istituti ma sulla dinamica del risparmio e sulle scelte dei modelli di business dei player creditizi che finora hanno portato al finanziamento delle piccole e medie imprese italiane.

Anche perché in Italia le imprese sono più “bancarizzate” che nel resto del mondo. Certo, come ha osservato il direttore generale di Banca d'Italia, Salvatore Rossi, «il peso delle banche sul totale delle passività delle imprese è sceso dal 24 per cento del 2012 al 19 registrato nel 2017», ma ciò non toglie che il credito rappresenta «una componente storicamente importante in Italia».

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