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L’allarme dell’Enea: i porti italiani rischiano di finire sotto acqua

«Entro fine secolo coste sommerse, in pericolo anche strade e ferrovie». Merlo (Federlogistica): serve un piano per la sicurezza dell’economia del mare

di Marco Morino


Appello scienziati e ecologisti,basta fake su clima

4' di lettura

Aree costiere e porti a rischio inondazioni a causa del c ambiamento climatico. Entro 20-30 anni il mare si alzerà mediamente di 30 centimetri lungo le nostre coste e nei nostri porti e di 90 centimetri/un metro nel giro di novant’anni. Ma per alcune aree l’innalzamento del mare potrebbe anche essere maggiore. Gran parte dei porti sono destinati ad andare sott’acqua, così come parte delle ferrovie e delle autostrade che corrono lungo le coste italiane.

No, non è l’anticipazione di un film apocalittico. È quanto accadrà a fine secolo secondo studi basati su modelli affidabili, giunti a ipotesi realistiche. A lanciare l’allarme sono l’Enea e Federlogistica (Conftrasporto), con quest’ultima associazione che, attraverso il suo presidente Luigi Merlo, chiede «un piano nazionale urgente di messa in sicurezza delle opere pubbliche portuali e non del nostro Paese». Al momento, però, dalla politica non è arrivata alcuna risposta.

Lo studio dell’Enea
Il livello del Mediterraneo si sta innalzando velocemente a causa del riscaldamento globale. Secondo le proiezioni dell’Enea entro il 2100 migliaia di chilometri quadrati di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse dal mare, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento.

Entro la fine del secolo l’innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 e 1,035 metri (modello cautelativo) e tra 1,31 metri e 1,45 metri (su base meno prudenziale). I picchi a Venezia (+ 1,064 metri), Napoli (+ 1,040 metri), Cagliari (+1,033 metri), Palermo (+1,028 metri) e Brindisi (+1,028 metri).

A questi valori bisogna aggiungere il cosiddetto storm surge, ossia la coesistenza di bassa pressione, onde e vento, variabile da zona a zona, che in particolari condizioni determina un aumento del livello del mare rispetto al litorale di circa 1 metro.

Le coste a rischio
Il fenomeno dell’innalzamento riguarda praticamente tutte le regioni italiane bagnate dal mare per un totale di 40 aree costiere a rischio inondazione: vasta area nord adriatica tra Trieste, Venezia e Ravenna; la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l'area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia; La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull’Isola d’Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana; la piana Pontina, di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania; l'area di Cagliari, Oristano, Fertilia, Orosei, Colostrai (Muravera) e di Nodigheddu, Pilo, Platamona e Valledoria (Sassari), di Porto Pollo e di Lido del Sole (Olbia) in Sardegna; Metaponto in Basilicata; Granelli (Siracusa), Noto (Siracusa), Pantano Logarini (Ragusa) e le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria. Sommando la superficie delle 15 zone costiere già mappate nel dettaglio si arriva a un’estensione totale a rischio inondazione di 5.686,4 chilometri quadrati, pari a una regione come la Liguria.

Logistica in allarme
Per Luigi Merlo, ex presidente dell’Autorità portuale di Genova e attuale presidente di Federlogistica, è urgente un grande piano per proteggere le coste italiane. «La nostra - spiega Merlo al Sole 24 Ore - è una battaglia culturale: si parla molto spesso degli effetti terrestri prodotti dal climate change ma assai meno di quelli marittimi, che sono altrettanto complessi».

«L’innalzamento dei mari - prosegue Merlo - sarà tra le principali emergenze che dovrà affrontare l’Italia nei prossimi anni, ma siamo in drammatico ritardo. L’Olanda ha emesso un green bond da 6 miliardi di euro per investire proprio su questo e da tempo ha attivato un piano di sicurezza, come dimostra il caso del porto di Rotterdam.

Centinaia di porticcioli e spiagge rischiano di scomparire e i porti di finire sott’acqua. Ci sono situazioni, a partire da Venezia, che non possono più aspettare, e il Mose, quando entrerà in funzione, rischierà di essere già superato – incalza Merlo –. Occorre subito un piano coordinato dei ministeri dell’Ambiente e dei Trasporti da inserire nella prossima legge di bilancio. Se non iniziamo subito con le opere di prevenzione ci troveremmo a inseguire costantemente emergenze e disastri».

Secondo Federlogistica, varare una significativa ed efficace opera di difesa della nostra costa richiederebbe alcune decine di miliardi di euro di investimenti. Basti infatti pensare che la sola diga di Genova ha un costo previsto di un miliardo. Che fare, nel concreto? Costruire dighe e muri alti almeno tre metri potrebbe essere una prima mossa, come pure sorpaelevare ferrovie e strade costiere. Prima di tutto, però, serve un cambiamento culturale.

«I fenomeni meteorologici violenti nelle città e nei porti - dice il presidente di Federlogistica - non sono più un fatto straordinario ed eccezionale, ma un fatto di cui tenere conto, sono fenomeni che si ripeteranno e saranno sempre più violenti e bisogna far sì che le infrastrutture siano più resilienti, realizzando opere per affrontare questo fenomeno».

Un fatto che «cambia anche il sistema di lavoro nei porti, dal punto di vista della sicurezza, delle attrezzature portuali, come i sistemi di ancoraggio, perché vento e mareggiate spesso portano via le navi». «Poi - conclude Merlo - c’è anche un tema delle difficoltà di lavoro dei sistemi tecnico-nautici, come rimorchiatori, piloti e ormeggiatori. I rimorchiatori, ad esempio, dovranno essere più potenti».

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