falchi & colombe

L’allarme (ignorato) della sterlina

di Donato Masciandaro

(Afp)

3' di lettura

Brexit per il Regno Unito sarà un salto nel vuoto; la probabilità di farsi male è molto alta. Non è difficile capirlo; basta guardare come si è comportata la sterlina da un lato e la Banca d’Inghilterra dall’altro lato. Ma il governo May non ha finora dato alcun ascolto all’analisi economica dei costi e dei benefici, che avrebbe consigliato atteggiamenti affatto diversi da quelli finora avuti.
Quando l’unica campana è la convenienza politica, si diventa miopi, e anche i salti nel vuoto possono sembrare privi di rischi.

Venerdì è stata una giornata convulsa per il Regno Unito. È stato annunciato un accordo con l’Unione europea, che dovrebbe consentire al governo britannico di minimizzare i danni della decisione presa di dar conto al referendum consultivo che ha avviato la saga della Brexit.

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In realtà tutti i possibili condizionali sono d’obbligo nell’analizzare ciò che sta avvenendo. Un termometro interessante è dato da quello che è successo al tasso di cambio della sterlina, e in parallelo dall’atteggiamento assunto dalla Banca d’Inghilterra.

Possiamo far iniziare la saga Brexit alle prime ore del giorno - esattamente il venerdì 24 giugno 2016 - in cui vengono resi noti i risultati espressi dall’elettorato britannico. Tali risulti sono sorprendenti. Date le due posizioni in campo – Remainer e Leaver – le previsioni avevano preconizzato un risultato combattuto durante la campagna referendaria, ma alla fine favorevole ai Remainer; ad esempio l’«Economist» aveva pubblicato un sondaggio che dava i Remainer vincenti con una probabilità pari all’85 per cento. Invece dalle urne giungeva la notizia che i Leaver avevano avuto la meglio per una incollatura, raggiungendo il 52% dei voti. Quel giorno la sterlina cadeva del 3,8%; il lunedì successivo il capitombolo della sterlina veniva seguito da quello della Borsa.

La spiegazione? I mercati valutano come negativo l’effetto d’impatto di una maggiore incertezza macroeconomica. Il ragionamento è semplice: se la maggioranza degli operatori economici – famiglie, imprese, ma anche intermediari bancari e finanziari – hanno una normale propensione al rischio, la maggiore incertezza li disturba. La maggior incertezza è così equiparabile a una voce di costo; quando i costi salgono, la crescita rallenta e l’inflazione cresce. Una storia standard, che, nelle sue analisi, la Banca d’Inghilterra aveva ben presente. Era, quella della Banca d’Inghilterra, una posizione sorprendente? Assolutamente no. In generale le banche centrali hanno modelli macroeconomici in cui ipotesi e assunzioni tendono a essere allo stesso tempo robuste, ma anche prudenti. Qualunque analisi robusta e prudente delle possibili conseguenze macroeconomiche della Brexit - soprattutto su ragionevoli orizzonti temporali - dava sempre lo stesso responso: il disegno della Brexit, per quanto ben concepito, poteva mirare solo a minimizzare dei danni, non certo a massimizzare dei benefici. Perché dunque la posizione della Banca d’Inghilterra avrebbe dovuto essere differente?

Eppure la prospettiva di analisi della Banca d’Inghilterra fu sistematicamente attaccata dai Leaver durante la campagna referendaria, in quanto accusata di essere partigiana. In realtà, l’unica caratteristica distintiva delle banche centrali - non avendo ideologie da rispettare o elezioni da vincere - è proprio quella di poter assumere posizioni che devono rispondere a un unico criterio: quello di essere coerente con gli interessi di lungo periodo del proprio Paese, così come definiti - di nazione in nazione - nei vari mandati.

Dal giugno 2016 a oggi, la storia - nonché i mercati - hanno continuato a dar ragione alla Banca d’Inghilterra.

Le prospettive sia di crescita che di inflazione del Regno Unito rispetto a quelle dei suoi naturali Paesi concorrenti sono peggiorate. La sterlina ha continuato a registrare i danni della vuota formula Brexit is Brexit. A ogni aumento dell’incertezza è corrisposto una caduta della sterlina. Ricordiamo almeno una data: il 5 ottobre 2016 il premier May presentava una possibile strategia di cosiddetta hard Brexit: la maggioranza degli osservatori ne sottolinea incongruenze e ambiguità; la sterlina perdeva, quel giorno, il 4,3 % del suo valore nei confronti del dollaro.

Eppure, la Banca d’Inghilterra ha continuato a essere attaccata dai Leaver a ondate regolari; l’unica variante è il capo di accusa, che è quello di essere una banca centrale anti-governativa, essendo ora i Leaver appunto al governo. L’ultima ondata di proteste risale allo scorso 3 luglio, quando il governatore Mark Carney segnalò i crescenti rischi di una Brexit disordinata; la sterlina naturalmente cadde. E altrettanto naturalmente, i Leaver accusarono la Banca d’Inghilterra di aver causato il danno valutario. Non è solo lo sciocco che guarda il dito quando gli si indica la luna; soprattutto se c’è una elezione alle porte, ha tutto l’interesse a farlo anche il politico.

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