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L’allarme reattori spegne per sempre i sogni di gloria Edf

I problemi emersi sono l’ultimo segnale di una crisi profonda legata all'avventura nucleare. Sul tavolo il dossier Edison

di Cheo Condina


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(Reuters)

5' di lettura

Un prezzo di Borsa ridotto di tre volte rispetto alla privatizzazione del novembre 2005, avvenuta a 32 euro (ieri il titolo ha chiuso a 10,5 euro). Un margine operativo lordo di fatto rimasto fermo al 2007, attorno a 15 miliardi, a fronte di una massiccia campagna di acquisizioni nel nucleare realizzata nel 2009, che ha avuto l’unico effetto di raddoppiare i debiti a 33,4 miliardi nonostante l’Ipo (realizzata in parte con emissione di nuove azioni), l’aumento di capitale del 2017 e le ripetute dismissioni. Con uno Stato azionista (all’85%) che dal 2005 ad oggi non ha quasi mai rinunciato ai dividendi, staccando in tutto oltre 24 miliardi di cedole complessive su 44 miliardi di utili netti.

La storia degli ultimi 15 anni di Edf è quella di un gigante malato, per lungo tempo simbolo della grandeur francese, che ha visto sgretolarsi il proprio primato insieme con quello del nucleare, oggi ancora prima fonte energetica transalpina con una quota superiore al 70%. E l’allarme lanciato l’altro ieri su alcuni componenti fuori norma dei reattori è solo l’ultimo di una lunga serie di “intoppi” dell’atomo, che pesa ancora in modo preponderante sulla generazione elettrica delle 19 centrali di Edf. Anno dopo anno, il nucleare sta presentando un conto salatissimo al colosso transalpino, al di là del salvataggio di Stato di Areva, sia sui vecchi impianti sia soprattutto su quelli nuovi, con la costruzione degli Epr di ultima generazione, considerati la risposta in termini di sicurezza al disastro di Fukushima, che si sono rivelati un salasso: la sola Flamanville doveva essere conclusa nel 2012 ma forse lo sarà nel 2022 con costi quasi quadruplicati a 10,9 miliardi. E in prospettiva l’impatto sarà ancora più pesante sia nel caso in cui il Governo spinga con forza sulla transizione all’energia verde annunciata un anno fa dal presidente Emmanuel Macron sia che si proceda con un “lifting” del nucleare.

Secondo l’Institute Montaigne, think tank presieduto da Henri de Castries (a lungo numero uno di Axa), il Nuclear Exit costerebbe oltre 200 miliardi di euro e il secondo scenario addirittura il doppio. Numeri oggetto di forte dibattito in Francia, che dimostrano la complessità del quadro di Edf, ormai un vero e proprio problema nazionale: prima dell’estate si era anche parlato di un possibile maxi-riassetto con spin off del nucleare. Una situazione di profonda incertezza, di cui ha risentito anche la controllata italiana Edison, il cui futuro dipenderà inevitabilmente dalle opzioni strategiche e dalle necessità di bilancio di Parigi.

L’all-in sull’atomo del 2009 e l’esplosione del debito

«Non abbiamo il petrolio, il gas e il carbone ma abbiamo le idee». Con queste parole, nel 2004, l’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy sancisce il futuro tutto nucleare della Francia. In realtà, l’all-in sull’atomo arriva cinque anni dopo, con Sarkozy alla guida dell'Eliseo e la staffetta al vertice di Edf tra Pierre Gadonneix e Henri Proglio. Nel 2009 Parigi conclude una campagna di acquisizioni in grande stile che pesa sul bilancio del gruppo per 14,7 miliardi col debito che esplode così a 42,5 miliardi dai 24,5 miliardi del 2008 (nel 2005 erano solo 18,6 miliardi). È questo l’anno in cui Edf ipoteca il suo futuro, entrando in un tunnel dal quale – seppur chiudendo fino ad oggi tutti i bilanci in utile e con un rapporto debito/mol mai sopra le 2,5 volte – non è più uscita. Non è un caso che, complici anche i forti ribassi dei mercati, da fine 2007 al 2009 il titolo in Borsa sia sceso dai massimi di oltre 80 euro sotto i 30 euro per poi uscire addirittura dal Cac (le blue chip parigine) nel 2015.

La scommessa in ogni caso è tutta sul nucleare, americano e inglese (in realtà anche in Italia è pronto l’accordo con l’Enel poi stoppato dal referendum del 2011). Oltreoceano il colosso francese si aggiudica per oltre 4 miliardi di euro il 49,9% di Constellation dopo una battaglia con Warren Buffet, investimento poi svalutato per oltre 2,7 miliardi negli anni successivi. In Gran Bretagna Edf rileva invece British Energy per rilanciare l’energia atomica Oltremanica. Fiore all’occhiello devono essere i reattori di nuova generazione della centrale di Hinkley Point ma anche qui i costi lievitano fino a 22 miliardi e la consegna è slittata (per ora) al 2025. In polemica con la sostenibilità dell’enorme investimento in Gran Bretagna, tre anni fa, si è dimesso da Edf anche il Cfo Thomas Piquemal, mentre Macron, al tempo ministro dell’Economia, difendeva la redditività del progetto, che comunque a regime prevede un prezzo di vendita fisso dell’elettricità nettamente superiore all’attuale mercato britannico.

I CONTI E LA BORSA

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Edison, 10 miliardi e le promesse mancate

«Edison ora ha un futuro certo: rappresenterà il nostro hub del gas nel Mediterraneo e al 95% resterà quotata». Così il presidente di Edf, Henri Proglio, commentava a fine 2011 il famoso accordo di Santo Stefano, con cui terminava la faticosa convivenza in Foro Buonaparte con i soci italiani guidati da A2A. Anche la conquista di Edison, ottenuta dopo oltre 10 anni di tensioni sull’asse Italia-Francia, non ha portato grandi soddisfazioni a Parigi. Anzi: dal riassetto del 2005, che ha condotto la società fuori dall’orbita di Fiat e delle banche, a oggi l’azienda – tra acquisizione e debito - ha pesato sui bilanci transalpini per oltre 10 miliardi, a fronte di dividendi incassati per circa 520 milioni, di cui solo 79 dopo che Edf è salita al 100%, cioè dal 2012. Orfana di una strategia chiara da Parigi, la società energetica più antica d’Europa, mai più tornata sul listino di Piazza Affari, ha visto il proprio business via via trasformarsi sì in linea con la transizione energetica globale ma anche e soprattutto per alleggerire le crescenti difficoltà finanziarie del socio di controllo. Dal 2010 a oggi ha infatti ridotto il debito da 3,7 a 0,4 miliardi ma ha accumulato perdite (legate principalmente a svalutazioni) per oltre 2 miliardi. Allo stesso tempo il mol – che saltuariamente ha beneficiato delle maxi rinegoziazioni sui contratti gas - si è dimezzato da 1,36 miliardi ai 600 milioni previsti a fine 2019 complice la cessione di Edipower ai soci italiani, delle reti gas e della divisione idrocarburi, oltre che della storica sede di Foro Buonaparte. Una robusta cura dimagrante che tuttavia, grazie all’attivismo del management italiano, non ha impedito alla società di riposizionarsi nell’ultimo triennio sul segmento delle rinnovabili con F2i, della vendita retail e dell’efficienza energetica, tornando all’utile nel 2018. Anche se il timore, oggi, è che proprio per questo – come già avvenuto in passato per gli asset in Germania, Svizzera, Ungheria, Polonia – alla luce delle proprie difficoltà finanziarie Edf non possa iniziare a sondare il mercato per valorizzare anche la quota in Edison.

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    Cheo CondinaRedattore Radiocor

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Energia, infrastrutture, assicurazioni, finanza e mercati

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