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L’alleanza contro il cobalto insanguinato guadagna l’appoggio di Glencore

Le condizioni disumane dei minatori «artigianali» in Congo, spesso bambini, stimolano la ricerca di alternative al cobalto nelle batterie. E il primo fornitore mondiale del metallo si schiera con la Fair Cobalt Alliance

di Sissi Bellomo

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(Björn Wylezich - stock.adobe.com)

Le condizioni disumane dei minatori «artigianali» in Congo, spesso bambini, stimolano la ricerca di alternative al cobalto nelle batterie. E il primo fornitore mondiale del metallo si schiera con la Fair Cobalt Alliance


3' di lettura

La crociata contro il cobalto insanguinato guadagna l’appoggio di Glencore, il maggiore produttore mondiale del metallo impiegato nelle batterie di auto elettriche e smartphone. Il gruppo svizzero è entrato a far parte della Fair Cobalt Alliance (Fca), iniziativa sostenuta da ong, governi e aziende private, che si propone di migliorare le condizioni di lavoro dei minatori artigianali, spesso disumane, contrastando in particolare l’impiego di manodopera infantile: un problema purtroppo molto diffuso nella Repubblica democratica del Congo, da cui provengono circa due terzi delle forniture di cobalto.

Per l’Alleanza è un colpo grosso e in parte inatteso, in quanto Glencore finora aveva sempre esortato a diffidare del metallo di provenienza irregolare. Ma il controllo della filiera è difficile in un Paese in cui le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno e rassicurare gli utilizzatori finali sta diventando un’esigenza sempre più pressante.

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Lo scorso dicembre Tesla, Apple, Microsoft, Alphabet e Dell erano state denunciate da un’ong negli Stati Uniti con l’accusa di aver consapevolmente impiegato metallo estratto da minatori bambini in Congo. Da allora la società di Elon Musk ha moltiplicato gli sforzi per eliminare del tutto il cobalto dalle batterie, anche se di recente è emersa l’indiscrezione (mai confermata né smentita) di un contratto di fornitura stipulato proprio con Glencore.

Tesla non è l’unica a volersi liberare del cobalto. Proprio la settimana scorsa il colosso cinese delle batterie CATL ha annunciato che sta mettendo a punto una batteria a ioni di litio che fa a meno sia del cobalto che del nickel.

Accanto agli scrupoli morali c’è anche il timore che nel giro di qualche anno, sull’onda del successo dei veicoli a batteria, l’offerta di alcune materie prime possa rivelarsi insufficiente. Nel 2018 proprio la «febbre da Tesla» aveva spinto il prezzo del cobalto sopra 100mila dollari per tonnellata.

In seguito le valutazioni sono crollate e tuttora rimangono inferiori a 30mila dollari, nonostante Glencore per sostenerne la ripresa abbia fermato da oltre un anno la miniera Mutanda, in Congo, da cui proviene un quinto dell’offerta mondiale del metallo.

L’adesione alla Fair Cobalt Alliance è probabilmente dettata anche – se non soprattutto – dall’interesse a difendere un mercato che rischia di rivelarsi meno fiorente delle attese.

La FCA, governata dalla ong Impact Facility, vanta tra i suoi fondatori anche la cinese Huayou Cobalt, oltre a Fairphone – società che promuove l’elettronica “sostenibile” – e Signify, spinoff di Philips nel settore dell’illuminazione a Led. In seguito si sono unite diverse altre ong e le società tedesche Sono Motors e Lifesaver. L’Alleanza è sostenuta anche dall’Ocse e dalla Responsible Cobalt Initiative (Rci), che riunisce un gruppo di società cinesi. Inoltre ha ricevuto finanziamenti dal Governo olandese.

«Quando ci imbattiamo in problemi ambientali, sociali o sindacali nelle supply chain non dovremmo evitarli o disimpegnarci – afferma Assheton Carter, executive director di Impact Facility e della FCA – Piuttosto, è nostro dovere agire e migliorare le cose». Obiettivo della Fair Cobalt Alliance è «diffondere un cambiamento sistemico, lavorando con partner locali e coinvolgendo tutte le imprese della filiera in modo da raggiungere un obiettivo comune».

Le dimensioni della sfida, che comincerà con due siti minerari, sono notevoli. Si stima che ci siano almeno 100mila minatori artigianali impegnati nell’estrazione di cobalto in Congo. Nel 2019 circa il 10% delle forniture dal Paese erano di origine irregolare, nel 2018 – al picco dei prezzi – la percentuale era probabilmente doppia.

Nel tentativo di regolare il settore il Governo all’inizio dell’anno ha creato l’Enterprise Générale du Cobalt (Esg), assegnando alla mineraria statale Gécamines il compito di acquistare tutta la produzione artigianale. Ma l’iniziativa, che non è ancora partita, rischia di rendere la filiera ancora meno trasparente, avverte Benckmark Minerals Intelligence.

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