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«L’alleanza Roma e Milano va rafforzata: solo così potrà rigenerarsi tutto il Paese»

Enrico Pazzali. Il presidente della Fondazione Fiera di Milano ha risanato Eur Spa (a Roma): «Nella capitale nulla è come appare ma la sua élite, ai massimi livelli, è di grande qualità»

di Paolo Bricco

(Illustrazione di Ivan Canu)

7' di lettura

«A Milano, a un certo punto, gli altri, come nel poker, dicono: “Vedo”. E, se tu sei un bluff, cadi. A Roma, questo può non capitare: soltanto in apparenza è una città più facile, dove sembra di giocare una interminabile partita di scopone scientifico in cui nessuno, alla fine, perde. In realtà non è così. Milano accoglie con disponibilità. Roma seduce pericolosamente. E, tutto questo, ha un effetto reale sul potere privato e sulle scelte pubbliche».

La retta universitaria da dieci milioni di lire

Siamo in uno dei luoghi tradizionali dei pranzi e delle cene della borghesia meneghina: da Ribot, nella zona dell’ippodromo, quartiere di San Siro, non lontano dalla vecchia Fiera di Milano. Enrico Pazzali – classe 1964, presidente della Fondazione Fiera di Milano, una moglie medico (Elisabetta) e due figli (Emanuele, 23 anni, ed Eleonora, 16 anni) – è uno dei pochi manager italiani ad avere operato con continuità sia a Roma che a Milano fra imprese, mercato e istituzioni.

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Lo ha fatto partendo da qui. È figlio di Noris, un milanese di via Padova che lavorava alla Rimoldi (un’azienda di macchine per cucire), e di Maria Teresa, immigrata con la famiglia dalla Val Tidone e dalla Val Trebbia e impiegata alle Poste e Telegrafi: «Ho frequentato il liceo scientifico nell’hinterland a Corsico e, poi, la Bocconi in via Sarfatti. Sono stato, durante la leva militare, un carabiniere del battaglione Lamarmora di Milano. I miei genitori non mi hanno mai fatto pesare nulla, ma so bene che la retta da dieci milioni di lire all’anno della Bocconi non era una cosa semplice da pagare per loro, che di inverno nella casa di Trezzano sul Naviglio spegnevano il riscaldamento per risparmiare».

A Roma nulla è ciò che appare

È venerdì sera. Fuori piove. Ci accomodiamo nel giardino d’inverno, dove una serie di “funghi” riscaldati rende tiepida l’aria. I pranzi di lavoro del mezzogiorno hanno ceduto il passo alle cene di famiglia in cui i genitori hanno dismesso cravatte e tailleur, mentre i nonni parlottano con i nipoti. L’antipasto classico del Ribot ha l’abbondanza traboccante che, fin dai tempi di Bonvesin de la Riva, caratterizza il desinare dei milanesi: burrata e bufala, sedano e grana, bresaola e prosciutto di Parma, salame crudo e lardo, pâté d’oca su fette di pane caldo. «Per me niente vino, sono astemio. Fino a vent’anni ho passato i tre mesi delle vacanze estive alla Bardughina, vicino a Bobbio: ho sempre pensato che il mio rifiuto per il vino derivasse dalla abitudine contadina di farne bere qualche goccia ai bambini in fasce», sorride. All’antipasto classico del Ribot, aggiungiamo del culatello di Zibello. Dice Pazzali: «A Milano, anche se non fai parte dei salotti riservati e non fai nulla per entrarvi, puoi svolgere il tuo lavoro bene. Le grandi famiglie lombarde esistono ancora, ma non è necessario avere la loro frequentazione e la loro benedizione. Ti aiutano, a prescindere, per il bene comune. I molti fuochi di potere e di responsabilità della città rendono tutto più razionale. A Roma, invece, ogni cosa si mescola: alla stessa tavola trovi il notaio in completo di Caraceni e il centralinista dell’azienda pubblica che ha la Ferrari perché è il proprietario di alcuni locali notturni e che non lascia il posto fisso “perché di questi tempi, dottò, non si sa mai…”, il monsignore del Vaticano raffinato biblista e l’autista che ha una sua riconosciuta influenza perché, allo stadio Olimpico, è uno dei capi dei tifosi ultras. A Milano si vede tutto. A Roma nulla è ciò che appare».

Dall’incidente in moto al karate

Arriva in tavola il piatto principale: io prendo i tagliolini di pasta fresca al culatello, grana e noci, lui invece sceglie una tagliata di manzo con gli spinaci. Pazzali ha una estrazione popolare e una conoscenza delle cose che deriva pure da passaggi biografici non semplici e da una strutturazione della personalità più sofisticata di quanto non appaia dietro l’abito talare grigio o blu scuro del manager commerciale e di marketing formatosi e affermatosi negli anni Novanta in Bull, Shell, Compaq e Omnitel: «A sedici anni ho avuto un incidente in moto. Guidavo il Fantic Caballero con imprudenza. Sono stato sei mesi sulla carrozzina. I medici mi avevano invitato a fare sport molto leggeri. Non appena mi sono rimesso in piedi, sono entrato in una palestra di karate e, nel 1988, sono diventato campione italiano».

Fiuto fra il politico e il business

Anche per questa sua non appartenenza alle élite di sangue familiare, di ceto economico o di egemonia culturale, ha sviluppato – iniziando dal basso e affinando uno specifico fiuto fra il politico e il business – una conoscenza approfondita delle due città, delle loro ricchezze e dei loro limiti, dei loro vizi e delle loro aritmie: entrambe viventi e pulsanti, ambedue essenziali per il funzionamento di quel delicato organismo che è l’Italia: «Milano, dopo Mani Pulite, era livida. Roma viveva il buon governo dei sindaci Francesco Rutelli e Walter Veltroni. A Milano l’Expo guidato da Giuseppe Sala ha cambiato tutto. Con la pandemia, si è tornati a un clima pesante, anche se la città è molto strutturata e coesa e, dunque, in grado di ripartire. Qui è facile lavorare: la pubblica amministrazione funziona, le imprese operano senza intoppi, i manager sono di solito misurati sui risultati. Ma la complessità di Roma garantisce una particolare selezione della classe dirigente che, quando si esprime ai massimi livelli, ha cultura giuridica e abilità a muoversi nella pubblica amministrazione, intuizione per quello che non si vede e gestione parsimoniosa del potere».

Pandemia, il prima e il dopo

Scorre la serata. Il ristorante poco alla volta si riempie. La comprensione della fisiologia e della estetica delle due città è tutt’altro che un esercizio retorico o una lectio minore à la Grande Bellezza. È, piuttosto, racconto di antropologie e analisi di meccaniche che saranno cruciali, nella correzione dei loro deficit e nella realizzazione delle loro potenzialità, adesso che il nostro Paese è impegnato in una munifica, complessa e ambigua transizione, in cui esiste la disponibilità teorica di un assegno da 221,5 miliardi di euro, fra risorse comunitarie (in buona parte debiti, non fondo perduto) e scostamenti del bilancio pubblico. Afferma Pazzali: «Durante la prima e più acuta fase della pandemia, quando nessuno al mondo aveva capito la portata della infezione, si è verificata una frattura fra la periferia e il centro. L’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte non è mai venuto in città. Con il Governo di Mario Draghi, quella disarticolazione si è ricomposta. La campagna di vaccinazione affidata al generale degli Alpini Francesco Paolo Figliuolo, con un più sereno coordinamento fra il Governo e le Regioni, ha funzionato e ha portato l’Italia a diventare uno standard».

Gli anni alla Fiera di Milano

Il Ribot è ormai affollato. Sono arrivate coppie più giovani, in una miscela di vecchia Milano e di nuova Milano che prova a risvegliarsi dalla inedia della pandemia. Dice Pazzali: «Con la Fondazione Fiera di Milano, il supporto del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e l’aiuto di Guido Bertolaso abbiamo contribuito a costruire e a organizzare l’ospedale, gestito dal primario del Policlinico, Nino Stocchetti: 80 anestesisti e 250 infermieri, 6mila donatori e 500 pazienti. L’ultimo, di nome Luigi, è stato dimesso il 5 giugno. L’ospedale in Fiera è stata la cosa più bella che ho fatto». Io, un bicchiere di Chianti, lo chiedo. La nuova fase storica passa attraverso due dimensioni: le Regioni, che avranno un ruolo fondamentale nella attuazione (o non attuazione) dei progetti del Piano nazionale di ripresa e di resilienza, e appunto la dinamica fra Milano e Roma. Dal 2005 al 2006, Pazzali è stato il capo delle operations della Regione Lombardia guidata da Roberto Formigoni. Dal 2009 al 2015 è stato amministratore delegato di Fiera Milano Spa, la società quotata in Borsa controllata dalla Fondazione. È allora che ha costruito un ottimo rapporto con Silvio Berlusconi: «Non lo avevo mai incontrato. L’ho conosciuto nel 2008, il giorno dopo la vittoria del sedicesimo scudetto dell’Inter. Erano gli anni della famiglia Moratti. Il lunedì, da presidente del Consiglio, venne a sorpresa a visitare la Fiera, che ospitava il Salone del Mobile. Io avevo la cravatta nerazzurra. Mi guardò e ci scherzò su».

Ogni asperità con la Capitale va levigata

A Roma Pazzali è stato amministratore delegato di Eur Spa. «Nel 2015 – racconta, mentre si versa dell’acqua minerale – sono stato chiamato dal Governo Renzi. C’erano due indagini della Procura di Roma, tre persone erano state arrestate, erano stati recapitati nove avvisi di garanzia, l’Autorità nazionale anticorruzione aveva operato due rilievi e la Corte dei Conti aveva avviato sei indagini. Prima di dire di sì, andai dall’allora capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, a chiedere un consiglio. Lui mi disse: “accetti e faccia bene il suo lavoro”. Io ho osservato scrupolosamente la sua indicazione: per cinque anni ho rifiutato ogni invito, non sono andato a nessuna festa, non sono mai finito su Dagospia, ho solo lavorato». Il risultato è che Eur Spa è stata bonificata, rimessa in sesto sotto il profilo aziendale e sciolta in uno dei suoi nodi più aggrovigliati: la Nuvola progettata da Massimiliano Fuksas che, anziché rimanere una grande incompiuta, è stata ultimata e ha offerto lo scenario funzionale ed estetico in cui Mario Draghi ha ospitato, venti giorni fa, gli altri capi di governo del G20. I camerieri di Ribot portano un grande piatto di frutta e di dolci che meriterebbe un sonetto di Gioachino Belli: sorbetto al limone, gelato alla crema, amarene, panna, cioccolato fuso caldo, meringhe, cantucci, melone, ananas, kiwi, pere. «Ogni contrapposizione fra Milano e Roma va superata e ogni asperità va levigata. Sono entrambe indispensabili, nella scommessa per il futuro che il nostro Paese non può perdere», conclude prendendo un pezzo di frutta Enrico Pazzali, il manager delle due città che o divengono come gemelle siamesi o saranno poca cosa: per loro stesse e, soprattutto, per l’Italia.

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