sfilate couture

L’alta moda è viva e lotta (senza nostalgie) grazie al suo passato

La tre giorni di passerelle a Parigi ha visto sfilare una couture classica. Le novità? Balenciaga rilancia sull’alta moda, ultima prova per Gaultier

di Angelo Flaccavento


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3' di lettura

Maison Margiela, il pauperismo incontra il digitale

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La tre giorni della haute couture parigina si è aperta con l’annuncio che la maison Balenciaga a luglio prossimo rilancerà l’alta moda, più di cinquant’anni dopo la decisione del fondatore, Cristobal Balenciaga, di terminare ogni attività per mancanza di clienti, e si è chiusa con l’addio alle scene di Jean-Paul Gaultier. Un nuovo inizio, una fine annunciata: la couture, data ogni volta per spacciata, è più viva che mai.

A questo giro è una couture classica, quasi libresca, che guarda al passato senza nostalgie. Giambattista Valli cita con brio Capucci e Galitzine, da Givenchy Clare Waight Keller omaggia gli anni Cinquanta di Hubert. Pierpaolo Piccioli, da Valentino, abbandona i territori noti per mettersi a nudo, e si evolve. Guarda ai couturier che lo hanno formato e concepisce una collezione omaggio – ci sono tutti, da Capucci a Ungaro a Valentino stesso – che segna un passo deciso in una nuova direzione. L’erotismo è la chiave: oscuro e psicanalitico, si condensa in silhouette asciutte e carnali. Nel mentre, cambiano i gesti: Piccioli nasconde le tasche, con sapienza, persino sull’abito da gran sera, liberando la donna dal ruolo di statuina, consentendo una nuova disinvoltura, una postura più decisa.

Da Maison Margiela, John Galliano legge le silhouette grandiose di Belle epoque e dintorni attraverso la lente deformante di un pauperismo che tutto sbreccia e le filtra sotto il prisma psichedelico della cultura digitale che tutto satura. Emerge un glamour garrulo e sgarrupato, nel quale le cappe, i fiocchi, gli abiti sinuosi, i copricapo misteriosi sono torturati, crivellati, imbastiti, non finiti oppure proprio sfiniti, e il tutto è messo addosso, senza differenza alcuna, a uomini e donne, perché le distinzioni di sesso, applicate ai vestiti, non funzionano più ha. Il risultato è orgasmico, ma è anche un Galliano da manuale, in qualche modo già visto, che elettrizza ma lascia la voglia d’altro.

Giorgio Armani Privé, l’esuberanza equilibrata del colore

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Insolitamente rutilante invece che severo, Giorgio Armani abbraccia colore e scintillio, in un viaggio mai letterale, ma decisamente prolungato, attraverso le sfumature e gli impastati geometrici dell’Ikat, forma di tessitura e di tintura che accomuna diverse culture orientali. «Il mio è un omaggio ai disegni, non alle forme - racconta -. Questa non è una collezione esotica o etnica. Dopo il rigore della scorsa stagione, ho voluto qualcosa di sorprendente: una sfilata più spettacolare del solito, con l’accento sulla sofisticatezza, di giorno come di sera». Anche quando profonde ricami e bagliori, naturalmente, Armani non abbandona l’equilibrio e l’armonia che lo contraddistinguono. Le silhouette sono allungate e verticali: piccole giacche su pantaloni affilati si alternano ad abiti lunghi, in un turbinare di eleganti echi anni trenta, sottolineati dai caschetti mossi - parrucche, che uniformano tutte le modelle.

Chanel, l’eleganza austera di un giardino d’abbazia

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Virginie Viard, da Chanel, si fa paladina di un nuovo perbenismo, fresco e gentile. Propone una idea di eleganza quasi claustrale, da educanda, sobria dalla palette di solo bianco e nero, ai tacchetti bassi, dalle gonne al ginocchio, quasi sempre velate da una seconda gonna, alle calzette corte che castigano le gambe ma rinforzano il messaggio. È un riassunto di chanellismi da manuale, per abiti dall’eleganza dignitosa e grafica che, per quanto perfetti, mancano della componente moda, dell’elettricità del nuovo.

Da Dior, Maria Grazia Chiuri continua il percorso di riconciliazione tra femminismo e femminilità. Liquefa la silhouette tornando alla semplicità potente ed elementare del peplo, ovvero ad una idea di donna trionfante e padrona del proprio potere, slegata dalla procreazione - cui la vita stretta e i fianchi in evidenza rimandano subito. Drappeggia e avvolge, su una base che si percepisce sempre, e con tessuti metallici che appiombano pesanti, quindi il pensiero liberatorio non si realizza pienamente, se non in alcune giacche sublimi che avvolgono il busto con un ruscellare di pieghe, e in abiti toga che a tratti, però, sfiorano il costume.

In fine, Jean Paul Gaultier, ricapitola temi e motivi – dall’androginia compiaciuta ai classici stravolti, dai jeans alla sessualità giocosa, dai corsetti alle gabbie – che lui per primo ha portato al centro del discorso, quando farlo era una provocazione autentica. Imbastisce una retrospettiva sui generis, lunga duecentocinquanta look, fatta di abiti nuovi che sono upcycling di quelli d’archivio e popolata di personaggi che furono a loro volta provocatori ma non si arrendono al tempo che passa. Gaultier è, e rimarrà, enfant terrible, anche a sessantasette anni. Per questo può andar via con uno sberleffo, convinto a ragione che nella moda tutto cambia. Il ciclo continua.

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