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L’alta moda di Parigi tra l’elegante opulenza di Armani Privé, la modernità di Valentino e la metafora circense di Dior

di Angelo Flaccavento


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(REUTERS)

3' di lettura

La haute couture può essere moderna? Che valore ha, oggi? Annosa questione, che si pone ogni volta a commento inevitabile delle giornate parigine dell’alta moda. La couture può invero essere moderna eppure non lo è affatto. In quanto ultima espressione di una cultura delle elite ormai vicina all’estinzione, è un meraviglioso anacronismo che fa a cazzotti con il tempo presente, ma è anche, in un momento sconfortante di cinismo e marketing senz’anima, l’ultimo luogo deputato dell’emozione e della fantasia, qualità infinitamente progressive. Questo contrasto produce tensioni elettrizzanti: se ne sono viste molte nella kermesse che si è chiusa a Parigi, dedicata alla primavera/estate 2019. Ad uno sguardo d’insieme, le vicende stagionali hanno un tono indulgente, escapista e decadente.

Magia couture: la moda dà spettacolo a Parigi

Tempi terribili e divisivi come i nostri, del resto, chiamano a gran voce l’eccesso; invocano, per così dire, la danza sull’orlo dell’abisso, perché la debacle della civiltà si affronta meglio scintillando. Se anche Giorgio Armani, maestro di sobrietà lussuosa, indulge in una intensa opulenza visiva - certo in Armani Privé, che è sempre stata un’entità a sé stante nel mondo di Armani - c’è solo da farmarsi a prender nota. La visione è di una eleganza estrema e intossicante: una idea di nuovo decò fatto di geometrie sensuali e superfici lucide, compatte, lustre come lacche; chineserie astratte, in rosso acceso e bluette, per donne di ghiaccio bollente sospese tra anni Venti e tempo presente, come piacerebbe a Serge Lutens. «Bisogna lasciar libera la testa di sognare - dice Armani -. Io l’ho fatto e mi sono divertito».

Beauty, viaggio nel backstage dell’alta moda P-E 2019 firmata Chanel

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Che quello della moda sia un circo è cosa risaputa. Da Dior, Maria Grazia Chiuri esplora la metafora con una collezione a tema, che presenta sotto un tendone mentre sulla passerella si alternano modelle con la cuffietta paillettata e le acrobate dai corpi muscolosi e androgini della compagnia circense femminile Mimbre. Lo spettacolo è muscolare, trascinante: un legarsi di corpi che incornicia un susseguirsi di camicie, pagliaccetti, marsine gallonate, gonne e poi cappotti ad astuccio e giacche impeccabili.

Valentino, la poesia dell’inclusività

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Da Chanel il clima, nonostante l’assenza di Karl Lagerfeld in passerella alla fine dello show, è leggero e spensierato come un pomeriggio d’estate speso in villa, indugiando in un lussuoso dolce far niente. I capelli spazzolati all’insù e gli occhi fumigati, le modelle si aggirano svagate tra le fontane in lunghi tailleur scintillanti dai colori pastello, gonne vaporose, combinazioni bianche e nere. Sprizzano una opulenza che sa un po’ di anni Ottanta, senza che nulla appaia greve, o forzatamente moderno. La couture di Clare Waight Keller per Givenchy emana una sensualità algida e magnetica. Sembra creata in vitro, tanto è chirurgico l’innesto di elementi contrastanti come il latex e i pizzi, e l’effetto è elegantissimo.

Armani Privé, la forma sensuale dei sogni

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Da Valentino, il sempre lirico Pierpaolo Piccioli continua il felice percorso che lo porta ad affermare la modernità vera della couture nella negazione di ogni forzatura modernista. La sua visione è classica; vibra di fiori e volant. «Credo nella couture come momento delle emozioni e dei sogni» dichiara, con il sorriso raggiante di chi è soddisfatto del lavoro svolto. Ne ha ben donde. La prova è trionfale: una fantasia realizzata di couture barocca che celebra la bellezza nera, e non, come bellezze non esotiche. Diversità e inclusione: temi modernissimi, trattati con piglio elegante, lasciando slittare le prospettive.

Chanel porta fra la neve di Parigi un giardino d’estate mediterraneo

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Da Maison Margiela, in fine, John Galliano riflette sulla saturazione visiva e sul corrompimento dell’informazione che sono corollario inevitabile della cultura digitale, e che stanno producendo una nuova decadenza. La soluzione che propone è invertire l’eccesso per puntare sul contegno. Sulla passerella di specchio, uomini e donne si scambiano fluidamente abiti che sono memorie o lacerti di altri abiti, destinati a nuovi usi, con i cappotti ridotti a scheletro, i pantaloni che diventano cappe, i trench che mutano in gonne e le braccia che non trovano mai un buco da cui uscire e allora restano incollate al busto. Chiuse in questi magnifici bozzoli, le favolose creature della Maison sono isolate da tutto e da tutti. In fine ammantate di nero, forse, vanno offline, che oggi sarebbe poi la sola forma salvifica di rigore e riappropriazione della verità, e pure di modernità.

Dior, un circo couture al Museo Rodin

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