Il libro

L’altra faccia del Covid, una occasione unica per l’Italia e l’Europa

di Mauro Marè

4' di lettura

Negli ultimi 10 anni il nostro Paese aveva intrapreso, pur se in modo timido, un sentiero di risanamento e ripresa. Questo processo è stato interrotto nel 2020 dal diffondersi dell’epidemia, che contraendo in modo forte l’attività economica, ha fatto esplodere disavanzo e debito a livelli mai raggiunti. L’epidemia non è finita e la ripresa economica è ancora troppo debole per permetterci di riprendere il sentiero. Se l’ombrello di protezione della Banca centrale europea dovesse per caso affievolirsi, l’Italia rischia di esser costretta ad adottare misure straordinarie. I problemi seri dell’Italia sono lì già da molto tempo: la stagnazione ventennale della produttività, la crescita zero, lo stato della pubblica amministrazione, il peso della tassazione. Lo shock della pandemia è esogeno e non era prevedibile, ma adesso ci obbliga a un ripensamento della governance dell’Unione europea.

Questo è lo scopo del bel libro di Gustavo Piga, L’interregno. Una terza via per l’Italia e l’Europa, (Hoepli, 2020), che esamina in modo critico la gestione della politica macroeconomica dell’area euro nell’ultimo decennio. La “saggezza convenzionale” ha per molto tempo prevalso, con la previsione di bilanci in pareggio per i Paesi Ue e manovre severe e troppo ambiziose. La strada alternativa è invece agire sul denominatore: facendo leva sugli investimenti, privati e pubblici, la crescita può rendere sostenibile la finanza pubblica – escludendo patrimoniali o inflazione. L’autore esamina l’insegnamento della crisi del 1929 (parte II) e come le solidarietà e la responsabilità debbano funzionare in un’unione economica (parte III e IV) – la critica al Mes al riguardo è molto lucida.

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L’autore auspica un rafforzamento del processo sovranazionale nell’Ue e non sposa nessuna delle posizioni scettiche sull’Europa, anzi è convinto della irreversibilità dell’euro, afferma con forza l’importanza della partecipazione dell’Italia all’Unione. Il libro è appassionato, sofferto; l’autore illustra dove e quando si sono prese decisioni sbagliate.

Il Covid ha di fatto sospeso l’ortodossia del Fiscal compact, ma noi siamo convinti che i fantasmi del bilancio in pareggio presto si rifaranno vivi. Per cui non serve meno Europa, ne serve di più, con un bilancio dell’Unione fondato sull’offerta di beni pubblici e con un embrione di gestione macroeoconomica Ue, che possa affrontare gli shock esogeni e se necessario sostenere la domanda. Affermare questo non equivale a dire che l’irresponsabilità di un Paese debba essere pagata dagli altri: anzi, richiede di seguire, come si propone nel libro, l’insegnamento della teoria del fiscal federalism – ad esempio, con meccanismi comuni per la disoccupazione. Piga lo dice chiaramente, ribadendo che la responsabilità dei debiti pubblici deve restare a livello nazionale – anche se solo parlare di ristrutturazione del debito è pericoloso e crea fantasmi indesiderati.

Quando le condizioni sono eccezionali, la solidarietà deve fare premio sul resto, perché se salta un Paese, anche piccolo, viene meno la credibilità del progetto europeo. O si va avanti insieme come europei, oppure si torna indietro agli egoismi nazionali, che hanno prodotto guerre e devastazioni.

L’autore è convinto – come chi scrive – che i problemi dell’Italia siano in larga parte domestici e che quindi richiedano risposte essenzialmente nazionali. L’analisi contenuta nei capitoli sull’Italia è molto profonda: la carenza di investimenti del “malato Italia”, la scarsa mobilità sociale e le chance modeste offerte alle giovani generazioni (parte V). La crisi ha agito principalmente sui settori più deboli e sui meno istruiti e i più giovani. L’accumularsi dei problemi per troppo tempo (isteresi) ha irrigidito la nostra economia; senza compensare i perdenti, le riforme però non sono possibili – ma servono risorse per questo, un paese basato sui bonus non va lontano.

Si deve ammettere che in un contesto prociclico, con l’imposizione di piani di rientro concentrati nel tempo e l’assenza di una fiscal stance europea, i problemi di crescita (e di finanza pubblica) di alcuni Paesi siano stati aggravati dalle scelte europee. La decisione di lanciare un piano molto ambizioso, come il Recovery fund, è perciò uno spartiacque senza precedenti a memoria europea; per chi ha a cuore le sorti dell’Unione, apre speranze straordinarie che sarebbe tragico sprecare. Ma, come afferma l’autore, questo piano è condizione necessaria ma non sufficiente per salvare l’Unione: un’azione comune a livello europeo non appare più rinviabile. Ma i “dettagli” sono vicini al “diavolo”: quali poteri possono essere trasferiti al livello superiore di governo (gestione macro, fisco, immigrazione, difesa) e quando? Resta il fatto però che «l’Europa ha, per la prima volta, oltrepassato una linea che fino a pochi mesi fa sembrava pressoché invalicabile: l’emissione in larga scala di Eurobond» (p. 132). L’emissione di debito comune a livello europeo è il vero salto di qualità che l’epidemia ha permesso, è il granello di speranza per un’Unione più coesa e solidale.

Parafrasando Gramsci, Piga sostiene che ci troviamo in un “interregno” tra un vecchio e un nuovo equilibrio ed è incerto quanto esso possa durare: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere» e in queste fasi si accrescono i rischi e come la storia insegna possono prodursi catastrofi. Purtroppo, l’Italia è da più di 30 anni “in transizione”. La pandemia nella sua tragicità ha prodotto una nuova chance per l’Ue e per il nostro Paese: è un’occasione irripetibile. Se la sprechiamo, l’Europa che auspichiamo potrebbe non esser più raggiungibile, con conseguenze drammatiche anche per l’Italia.

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