formazione

L'altra Napoli di Apple Academy. L'app nasce dal lavoro di gruppo

di Vera Viola

3' di lettura

Entrare nel campus di San Giovanni a Teduccio dell'Università Federico II, nella periferia orientale di Napoli, è come scoprire un angolo diverso della città: architettura squadrata e trasparente, notevole dimensione degli edifici, silenzio e ordine, sorprendono. Quando poi l'ascensore si ferma al terzo piano, nella sede della Apple Developer Academy, si percepisce un mondo diverso, nato dalla fusione tra stile californiano e vissuto napoletano. Fabio De Paolis, docente, ex imprenditore di software security, incarna questa contaminazione: partenopeo nei gesti e nelle parole, si aggira tra i tavoli di lavoro tra i gruppi di studenti, dà consigli, sprona, offre indicazioni. E così facendo, insieme ad altri 19 docenti, attua un metodo di insegnamento studiato in Apple, verificato settimanalmente tra la Campania e la California.

Qui da ottobre 2016 risiede l'Academy, nata dalla partnership tra Apple e Federico II, unica in Europa, gemella di una brasiliana, in cui vengono formati sviluppatori di applicazioni. Finora si sono diplomati 200 giovani, e attualmente sono iscritti altri 378 allievi. Tra questi 300 italiani e. A tutti viene assegnato per la durata del corso uno “studentkit” composto da un MacBook Pro 15 pollici e un iPhone 6S. Ciascun allievo riceve dalla Regione una borsa di studio di 6mila euro e una aggiuntiva pari al 5% da Apple.

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Non ci sono aule normali, né alunni di fronte al docente. Ma grandi spazi, tavoli a tre o sei postazioni e maxi monitor sulle pareti. A scandire il lavoro nei saloni dalle ampie vetrate (bell'esempio di design e buon gusto) non sono lezioni tradizionali. ma challenges: sfide. Ciascuno deve affrontare la sua, quasi sempre in gruppo. Ed è questo il pilastro del “Challenge Based Learning” (Cbl), il metodo usato per insegnare. «Un metodo – annuncia il rettore Gaetano Manfredi – che trasferiremo nelle aule universitarie per una integrazione con la didattica tradizionale». «Tra due giorni si conclude la challenge in cui siamo impegnati – racconta Stefano, 21 anni, napoletano studente di ingegneria informatica – e avremo la verifica con i nostri mentori». Stefano, con cinque colleghi sta sviluppando un'app che dovrà permettere a malati di Sla di comunicare con il computer usando il movimento degli occhi. «Al termine del lavoro – chiarisce Flavia, laureata in lingue – l'app resta di nostra proprietà».

«Si parte sempre da un'analisi delle passoni del gruppo, e poi si passa alla verifica dei bisogni dei possibili utenti – spiega Stefano Perna, docente e designer – da qui parte il progetto. Per noi il design è questo, non semplice cosmesi finale». Così un gruppo che sviluppa un'app per ciechi, ha prima di tutto dialogato a lungo con l'Unione ipovedenti.

Tassos è greco, lavora con Celal, che viene dalla Turchia (gli stranieri alloggiano in residenze universitarie tra Pozzuoli e San Giovanni, o in case a Napoli): «Non pensiamo di ritornare nei Paesi di origine al termine dei nove mesi di corso», dicono. Qui si “convive” per nove mesi: nascono amicizie, storie d'amore, grandi passioni. Si rimane a lavorare oltre l'orario. E in cucina a pranzo e a cena gli allievi “calano gli spaghetti” .

Sono numerosi i giovani che si sono buttati anima e corpo in progetti di valenza sociale. «La scelta del tema è legata alle passioni di ciascuno – precisa Marta, docente – propensione tipica dei millennials. Poco attratti dall'agone politico, ma attenti ai problemi della società». Ma c'è anche molto altro. È allo studio KingArtour, per l'insegnamento dell'arte a scuola,con la realtà immersiva; o l'app per partecipare al consiglio comunale; quella che misura l'inquinamento acustico; l'orto in terrazza; il supporto di realtà aumentata a chi dimentica dove ha parcheggiato l'auto; Raku, gioco educativo su astronomia, fisica e musica.
Ma dopo l'Academy, che ne è delle app sviluppate? E dei diplomati? «Tra gli allievi del 2017 – racconta De Paolis – la metà ha trovato lavoro. Gli altri non l'hanno cercato». Una ventina di giovani – dice Gaetano Cafiero, presidente della sezione ict dell'Unione industriali di Napoli – «è stato assunto da aziende napoletane». Le App made in Napoli partecipano a gare e vincono premi. Gli autori di “Cromia”, l'app per i daltonici, stanno dialogando con una grande società inglese di logistica. La pubblicazione nell'App store è già un punto di arrivo. Come per Marco: «Siamo su App Store da agosto. Finora abbiamo totalizzato 450 utenti a 2,29 euro». Delusi? No! «Siamo in fase test – precisa – utile per migliorare il prodotto». Precisa: «Abbiamo imparato che si procede per gradi».

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