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L’Altro, che guarda e mi riguarda

Lo sguardo dell’altro e degli altri rappresenta una responsabilità che può gettarci nello sconforto o curarci l’anima e il cuore. Perché lo sguardo comunica e può renderci più socievoli e capaci di cooperazione

di Vittorio Pelligra


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(olly - stock.adobe.com)

8' di lettura

«Dio non vede forse le mie vie? Non conta tutti i miei passi?» dice Giobbe (31, 4) protestando contro le sue ingiuste tribolazioni. Gli fa eco l'autore della Lettera agli Ebrei, quando testimonia come non vi sia «Nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto» (4, 13). Dio che vede, che ci pone sotto il suo sguardo e che ci chiede conto della nostra condotta. Ma lo sguardo di Dio non è l'unico che si posa sopra di noi, non solo l'Altro, ma anche gli altri, ci osservano e incontrano i nostri occhi. Uno sguardo dall’alto e uno sguardo all’altro. Verticale e orizzontale, e in qualche modo le due prospettive di intrecciano e si confondono, perché l’altro non mi è indifferente. Coglie questo aspetto, meglio di tutti, forse, Emmanuel Lévinas: «L’Altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola “riguardare”. Qualcosa di cui mi occupo, ma anche “guardare in faccia”, qualcosa da prendere in considerazione».

Lo sguardo di Altro come responsabilità
Perché lo sguardo di Altro e degli altri è conoscenza e percezione, incontro e responsabilità. Una responsabilità che il volto di chi è diverso da me mi pone, come un ostaggio che, guardandomi, mi interpella. Il potere quasi magico dello sguardo, benevolo e malevolo, il “mal occhio” che ci getta nello sconforto e gli occhi dolci che ci curano l’anima e il cuore. Lo sguardo comunica. Comunica direttamente con l’anima e molto concretamente anche con il nostro cervello. Lo sguardo di Altro/i ci rende più socievoli e capaci di cooperazione, di azione comune, congiunta e benefica.

Sappiamo che la disponibilità alla cooperazione negli esseri umani è molto maggiore di quella che si osserva in ogni altra specie animale. Sappiamo che questo è vero anche tra soggetti che non sono geneticamente correlati, che la cooperazione non si sviluppa solo a seguito della “selezione di parentela” (kin selection), come nel caso degli insetti eusociali, come le api o le formiche, strettamente imparentati tra di loro. La cooperazione emerge anche in contesti nei quali è difficile formarsi una reputazione; contesti nei quali l’altruismo reciproco, fatica a manifestare i suoi effetti. Sappiamo, per esempio, che i pipistrelli vampiro del Sud America sono condannati a morte certa se non riescono a nutrirsi del sangue di qualche preda, almeno una volta ogni tre giorni.

La disponibilità alla cooperazione
È un obiettivo difficile da raggiungere, per questo i pipistrelli hanno imparato a cooperare. I vari individui si aiutano reciprocamente. Chi è riuscito a trovare una preda generosa, tende a condividere il cibo con i pipistrelli meno fortunati. Ma questo avviene solo se quel pipistrello meno fortunato, in passato, aveva mostrato una simile propensione all'aiuto. In questo modo, grazie al principio dell’altruismo reciproco, i pipistrelli vampiro riescono a vivere a lungo, fino a vent’anni. Questa logica ha un unico limite: funziona solo all’interno di gruppi numericamente limitati. Numeri troppo elevati, infatti, renderebbero impossibile tenere conto di chi ha cooperato e di chi no, e l’impossibilità di tenere una contabilità precisa del “dare” e dell’”avere”, vanificherebbe la condizionalità alla base dell'altruismo reciproco e quindi la sua stessa efficacia.

La reciprocità di parentela o l’altruismo reciproco, quindi, sono in grado di fornire ragioni e motivazioni solide per la cooperazione all'interno di gruppi formati da soggetti geneticamente correlati o di gruppi non troppo numerosi. Ma la nostra specie ha imparato ad andare oltre.

L’enigma della cooperazione umana, alla luce di questi due principi, rimane ancora largamente inspiegabile. Durante l’Olocene, circa 12.000 anni fa, i gruppi umani iniziano a cambiare. Probabilmente a causa dell’introduzione dell’agricoltura, le famiglie e i clan, fortemente imparentati e numericamente limitati, di cacciatori-raccoglitori iniziano a crescere ed allargarsi. Per poter coltivare e proteggere le terre servono gruppi ampi che, col crescere della dimensione diventano necessariamente più dispersi da un punto di vista genetico e il comportamento di ciascun individuo è ora più difficile da monitorare. Come promuovere, ora, la cooperazione tra un gran numero di membri sempre più estranei e opachi tra di loro?

L’esperimento dell’Università di Newcastle
La scena cambia drasticamente. Siamo, ora, nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Newcastle. C’è una stanza comune dove i ricercatori e gli studenti possono rilassarsi prendendo un thè, un caffè e del latte, scambiando, al contempo, quattro chiacchere coi colleghi. Non c'è nessuno a controllare che per ogni thè, caffè o tazza di latte, i professori e gli studenti paghino il dovuto; i soldi finiscono in una “honesty box”, dove volontariamente gli avventori depositano il dovuto. Il rischio che quanto depositato non corrisponda precisamente a quanto è dovuto, esiste, ma nonostante qualche furbo, che consuma senza pagare, il sistema si rivela, tutto sommato, sostenibile. Melissa Bateson, un’etologa di quella stessa Università, assieme ai colleghi psicologi Daniel Nettle e Gilbert Roberts, decidono di usare la caffetteria come set di un esperimento sul campo attraverso il quale individuare quali sono i fattori che possono far aumentare il comportamento onesto e cooperativo. Decidono di testare un'ipotesi stravagante. Ogni settimana controlleranno sia i soldi depositati nell’”honesty box”, sia la quantità di latte consumato (gli inglesi usano il latte sia nel thè che nel caffè, quindi il latte è una buona approssimazione del consumo complessivo).

Nelle dieci settimane successive osserveranno una grande variabilità nelle somme raccolte, ma anche uno strano modello comportamentale: le settimane dispari il denaro aumenta sistematicamente, in quelle pari, allo stesso modo, le somme raccolte diminuiscono. Cosa succede? Cosa cambia? Assolutamente niente, se non fosse per un piccolo particolare, apparentemente irrilevante: un poster che i ricercatori appendono nella parete della stanza. Nelle settimane pari, il poster raffigura degli occhi, maschili, femminili, accigliati, sereni, mentre nelle settimane pari, invece, il poster raffigura dei fiori, di diversi tipi e colori. Nient’altro cambia. La presenza di occhi scrutatori, anche solo raffigurati in un poster, fanno aumentare di quasi tre volte le somme pagate per ogni litro di latte consumato (“Cues of being watched enhance cooperation in a real-world setting”. Biology Letters 2: 412–414, 2006). Gli altri non mi sono indifferenti.

Lo sguardo degli altri mi interpella, anche se proviene da un poster appeso sulla parete. Perfino se gli occhi di chi mi guarda non sono occhi umani. Terence Burnham e Brian Hare, l’anno dopo l’esperimento della caffetteria, decidono di arruolare, per il loro studio, un robot. Kismet è un apparecchio costruito al MIT di Boston dal design decisamente poco umano, tranne che per gli occhi. Un mostriciattolo che assomiglia ad un gremlin metallico ma con grandi occhi espressivi. I due ricercatori lo utilizzano come osservatore in un gioco di produzione di beni pubblici. Un tipo di situazione che viene utilizzata per misurare la disponibilità dei soggetti a cooperare nella produzione volontaria di un bene che produce benefici per tutti, sia quelli che hanno cooperato che quelli che non lo hanno fatto. Tale situazione si presta molto bene a valutare l’incidenza di free-riders, di opportunisti, cioè, che vogliono ottenere i benefici della cooperazione, senza però sopportarne i costi.

Come sospettavano i due autori dello studio, in quei casi nei quali gli occhioni di Kismet sono mostrati ai partecipanti, questi decidono di cooperare molto più frequentemente rispetto a coloro che invece non si sentono osservati dal robottino, e questo anche se la cooperazione è costosa («Engineering Human Cooperation: Does Involuntary Neural Activation Increase Public Goods Contributions?», Human Nature, 18(2): 88-108, 2007). Lo sguardo dell’altro ci interpella e ci rende, anche involontariamente, più socievoli. Non sorprende che questa involontaria sensibilità allo sguardo sia utilizzata in mille modi dai “creativi” del marketing. Solo per fare un esempio, è stato dimostrato che le scatole dei cereali vengono posizionate negli scaffali dei supermercati in modo che gli occhi dei personaggi rappresentati nelle confezioni possano incontrare lo sguardo delle rispettive platee di clienti, adulti o bambini.

Il potere dello sguardo
Quando gli sguardi del personaggio e del potenziale cliente si incontrano, questo suscita maggiori livelli di fiducia, attaccamento e preferenza, nei confronti di quella specifica marca (Musicus, Tal e Wansink, 2015. «Eyes in the Aisles: Why Is Cap'n Crunch Looking Down at My Child?» Environment and Behavior, 47(7): 715–733). Il potere dello sguardo è stato utilizzato anche da Jeremy Bentham nel suo progetto di Panopticon, il carcere circolare dove ogni prigioniero doveva avere la sensazione di essere sempre osservato dalle guardie.

Ma in che modo lo sguardo degli altri e il suo effetto positivo sulla disponibilità individuale alla cooperazione può aiutarci a comprendere l’enigma della nascita e del successo dei gruppi su larga scala che iniziano a formarsi durante l’Olocene, prevalentemente tra estranei non imparentati tra loro? Una proposta suggestiva è quella che vede nell’evoluzione delle grandi religioni prosociali la chiave di volta di questo processo (Norenzayan, A., «Grandi Dei. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo». Raffaello Cortina, 2014).

Nello stesso periodo si osserva la nascita e la diffusione in tutto il mondo di religioni che ora, diversamente da quanto accadeva con le precedenti credenze soprannaturali dei cacciatori e raccoglitori, si fanno portatrici di un messaggio morale che incorpora principi collaborativi. Un esempio eclatante è la cosiddetta “golden rule”: «fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te». Questo principio di reciprocità si trova, praticamente nella stessa forma, in tutte le grandi religioni mondiali che non solo iniziano a prescrivere comportamenti di supporto all'azione collettiva, ma forniscono anche un ampio strumentario di verifica e sanzione. Essere correligionario, condividere lo stesso credo, significa poter accedere ai benefici della vita in comune, ma questo non è per tutti. Bisogna impegnarsi ed essere fedeli al codice religioso e morale. Per questo occorre poter segnalare la propria adesione attraverso dei segnali che, per essere credibili, devono essere costosi. Ecco allora che nascono pratiche e rituali che incorporano ostentazioni di lealtà difficili da eludere, manifestazioni pubbliche di fede, digiuni, tabù, rituali stravaganti, che rendono facilmente riconoscibile il fedele e il suo livello di adesione alla comunità dei credenti. Ma soprattutto queste religioni si fondano su grandi dei, realtà interventiste, vigili e, soprattutto, onniscenti.

La svolta dell’adesione al gruppo
L’adesione al gruppo e alle sue regole morali, assieme all’esclusione dei falsi credenti facilmente identificabili per la loro non adesione alle prescrizioni rituali, unitamente alla credenza in un dio che tutto sa e tutto “vede” e che giudica e premia, sono stati i tasselli di una svolta nella nostra evoluzione culturale che ha promosso la cooperazione tra grandi gruppi e il successo di questo nuovo modello sociale e di produzione. Lo sguardo dell’altro diventa lo sguardo dell’Altro, scrutatore e illimitato e attraverso gli stessi meccanismi che legano il controllo tra i pari e la disponibilità a cooperare, promuove la moralità e la coesione tra gruppi di estranei anonimi, determinandone il successo evolutivo. Non sorprende che le stesse raffigurazioni dei grandi dei evochino lo sguardo: gli occhi di Buddha raffigurati nei “supa” al centro dei villaggi; l’occhio di Horus, il dio del cielo dell'antico Egitto; lo sguardo acuto di Viracocha, il creatore del genere umano, nella tradizione degli Inca e, naturalmente, fanno riferimento ad uno sguardo dall’alto, che tutto vede e tutto conosce, anche le religioni abramitiche.

Questo legame fondamentale tra religioni prosociali e comportamenti cooperativi non implica che scelte morali possano avvenire solo all'interno di una cornice religiosa, tutt’altro. Ciò che significa è che nella storia dell’evoluzione culturale della nostra specie, in un preciso momento, i grandi dei, sono stati dei catalizzatori di socialità che hanno consentito un salto e favorito l'accelerazione di un processo che non si è più fermato e che oggi si sostiene anche in assenza di una esplicita credenza religiosa. Come procederà il percorso? Il Mondo è ancora oggi fondamentalmente religioso. Le società laiche e secolarizzate sono probabilmente più prospere, ma quelle religiose sono decisamente più prolifiche. Guardando avanti è difficile fare pronostici sulla laicizzazione delle società religiose o sulla riscoperta del sacro tra le società Occidentali. Guardando indietro, certamente, è oggi difficile sottostimare il ruolo attivo che le grandi religioni prosociali hanno giocato nel processo di civilizzazione che, facendoci emergere dalla storia profonda, ci ha portati dai clan tribali alla società globale.

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