RAZZISMO

L’Altro, per nascondere il sé

di Lara Ricci

4' di lettura

«Mi emoziona esplorare l’educazione di un razzista – come passa un individuo da un grembo non razziale al grembo del razzismo» osserva Toni Morrison, riflettendo sul romanzo che sta ancora scrivendo. «Che cos’è la razza (oltre che immaginazione genetica) e perché ha importanza?» si domanda in L’origine degli altri, saggio nato a partire da conferenze che la scrittrice afroamericana ha tenuto ad Harvard nel 2016. Qui, passando in rassegna la sua opera letteraria e quella di altri, indaga il nascere e il protrarsi della xenofobia negli Stati Uniti per poi allargare il discorso a ciò che sta spingendo gli abitanti di molti paesi “sviluppati” a «istituire leggi, espellere, conformare, purgare, giurare fedeltà a spettri e fantasie».

«La razza - scrive - è la classificazione di una specie, e noi siamo la razza umana, punto. Allora che cos’è quest’altra cosa – l’ostilità, il razzismo sociale, l’Alterizzazione (il convincersi che esiste una qualche sorta di demarcazione naturale o divina tra schiavisti e schiavizzati, ndr)? Che cosa rende così rassicurante l'Alterizzazione, e ne determina il fascino, il potere (sociale, psicologico o economico)?»

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Morrison ipotizza che si tratti «dell’emozione dell’appartenenza – che comporta il far parte di qualcosa di più grande del proprio sé individuale, e dunque di più forte». O, in altre parole, che ci sia un «bisogno sociale / psicologico di un “estraneo”, un Altro, così da definire il proprio sé alienato (a cercare di unirsi alla folla è sempre chi si sente solo)». Il pericolo di simpatizzare con l’estraneo è «la possibilità di diventare un estraneo», con tutte le implicazioni, anche economiche del perdere la propria preziosa e gelosamente custodita differenza.

Come esempio Morrison cita Il negro artificiale - un racconto di Flannery O’Connor del 1955 in cui un vecchio decrepito e povero educa il nipote a riconoscere il «negro» ed ad averne paura fino a quando, a operazione conclusa, il bambino crede di aver acquisito rispettabilità e status - ma anche Paradiso (1997), il suo romanzo dove prova a ribaltare i ruoli ambientandolo in un fittizio ma verosimile paesino di soli afroamericani dell’Oklahoma in cui alcuni abitanti sono determinati a costruire un villaggio esclusivamente nero, razzialmente puro, che possano controllare e difendere.

Morrison a sostegno della sua ipotesi prende il saggio di Jolie A. Sheffer, The romance of Race (2012), che indaga come si costituì una nazione coesa a partire da un gruppo di immigrati quando, tra il 1890 e il 1920 - durante la grande ondata migratoria dall’Europa meridionale e orientale - 23 milioni di stranieri, principalmente cattolici, ebrei e ortodossi, arrivarono negli Stati Uniti mettendo alla prova la maggioranza anglosassone e protestante. E conclude che questi compresero che se volevano essere americani «veri» dovevano tagliare o almeno allentare i legami con la madrepatria per diventare qualcosa di inimmaginabile nel loro Paese di origine: dovevano abbracciare la loro identità “bianca”. Similmente forse in Italia, dove il rifiuto dell’Altro si è trasferito, potenziandosi, dai meridionali agli stranieri che cominciavano ad arrivare, creando infine gli “italiani” (non quelli cui aspirava Massimo D’Azeglio) tanto che un partito “settentrionalista” è potuto paradossalmente diventare una forza politica nazionale.

«Chi sono queste persone? Quanti sforzi compiono per definire inumani e selvaggi gli schiavi, mentre invece la definizione di inumano descrive in primo luogo coloro che infliggono le punizioni?» si chiede poi Morrison. La schiavitù degrada i padroni. Già c’è consapevolezza di questo nelle slave narratives. Scriveva Harriet A. Jacobs in Vita di una ragazza schiava. Raccontata da lei medesima del 1861 (Donzelli, 2004): «Posso garantire, per esperienza personale e per quel che ho visto, che la schiavitù è una maledizione sia per i bianchi sia per i neri. Rende i padri bianchi crudeli e lascivi, i figli violenti e licenziosi. Contamina le figlie e distrugge le mogli».

La constatazione che la disumanizzazione del nero, o più in generale dell’altro, sia indivisibile dalla nostra stessa disumanizzazione e dunque generi una società malata fin dalle fondamenta in cui sono tutti a soffrirne è del resto una delle tesi centrali della riflessione di James Baldwin nei saggi riuniti in Questo mondo non è più bianco (Bompiani, 2018).

Escludendo il culmine del commercio di schiavi nel XIX secolo, osserva Morrison, il movimento di masse umane negli ultimi decenni è imponente come mai prima. «In parte si tratta del viaggio dei colonizzati verso la sede dei colonizzatori, in parte della fuga di rifugiati di guerra e in parte del trasferimento della classe dirigenziale e diplomatica negli avamposti della globalizzazione». Secondo l’autrice l’allarme che aleggia ai confini («luoghi porosi, punti vulnerabili in cui il concetto di patria è percepito come minacciato dagli stranieri») «è amplificato principalmente da due fattori: 1) la minaccia e insieme la promessa della globalizzazione, e 2) un rapporto difficile con la nostra stessa estraneità, il rapido disgregarsi del nostro senso di appartenenza».

Eppure, osserva la scrittrice «gli estranei non esistono. Esistono solo versioni di noi stessi: molte non le abbiamo accolte, dalla maggior parte cerchiamo di proteggerci». L’autrice di Beloved, romanzo in cui la protagonista eponima è lo spettro di una bambina uccisa dalla madre, una schiava fuggitiva che, scoperta, non volle che la figlia dovesse soffrire come era accaduto a lei osserva: «la narrativa fornisce un ambiente selvaggio e insieme controllato, la possibilità di essere e diventare l’Altro. L’estraneo. Con simpatia, lucidità, e il rischio dell’introspezione». Beloved, la ragazza fantasma, è per l’autrice l’Altro per eccellenza. «Che reclama a gran voce, sempre, un bacio».

L’origine degli altri

Toni Morrison

pref. di Ta-Nehisi Coates, trad. di S. Fornasiero, Frassinelli, pagg. 168, € 15,90

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