coppie in crisi

L’amante si «autodenuncia» alla moglie via whatsapp: separazione con addebito al marito

I giudici danno valore al messaggio ricevuto dalla moglie in cui confessa il tradimento del marito

di Marisa Marraffino

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I giudici danno valore al messaggio ricevuto dalla moglie in cui confessa il tradimento del marito


2' di lettura

Nell’Italia bloccata dalla pandemia le chat e le App di dating fanno registrate una decisa impennata, destinata a segnare anche l’aumento del contenzioso. Proprio le chat, già definite dai tribunali come «la versione contemporanea delle relazioni epistolari di un tempo», sono ormai da anni al centro delle cause di separazione e divorzio ma continuano a essere sottovalutate dalle coppie in crisi.

È successo a due coniugi in provincia di Roma, ormai in difficoltà da diversi anni, in cui l’amante è arrivata a confessare alla moglie il tradimento del marito via WhatsApp.

A far scattare l’addebito, proprio il messaggio inviato in chat con il quale l’amante contestualizzava anche il tradimento, tenendo a precisare che la relazione extraconiugale andava avanti già da molti anni. A nulla è valsa la smentita in udienza. Il messaggio - a dire dell’amante - sarebbe stato inviato per rabbia quando in realtà la relazione sarebbe stata molto più recente.

Per il giudice (Tribunale di Velletri, sentenza 664 del 23 aprile 2020), invece, la chat è affidabile, confermata anche da un successivo messaggio del marito che confermava alla moglie la relazione, vantandosi di non avergliela fatta scoprire prima. La spavalderia però non paga in tribunale e punisce l’adultero che con la sua condotta ha determinato la fine del matrimonio.

Del resto le chat, se rilevanti per la causa, possono essere prodotte in udienza e il tradimento - anche quando rimane virtuale - può far scattare l’addebito della separazione se si dimostra che è stato la causa del fallimento del matrimonio.

Negli anni però l’uso sempre più spregiudicato delle tecnologie ha portato gli adulteri a pubblicare selfie compromettenti sui social network, fotografie in pose allusive, commenti equivoci fino a cambiamenti di status da sposato a single senza neppure attendere la separazione. Tutti comportamenti che possono ledere la dignità del coniuge e che hanno un peso in giudizio.

Così c’è anche il marito che è arrivato a installare delle telecamere nascoste nella casa coniugale all’insaputa della moglie per spiarla, rifiutandosi di toglierle, una volta scoperte.

Per il Tribunale di Ravenna (sentenza 298 del 23 aprile 2020) non c’è dubbio che la continua registrazione delle conversazioni della moglie anche con altre persone rappresenti una indebita umiliazione, con la conseguenza di far scattare l’addebito in capo al marito.

Le chat e i messaggi sui social dettano il passo e segnano le fasi di un rapporto. Tutto viene letto, interpretato e decodificato dalla lente dei giudici. Così il matrimonio è stato considerato sereno e il rapporto tra i coniugi «animato da reciproco interessamento e affetto» finché la moglie inviava al marito messaggi in chat con emoticon affettuosi, segno che non sospettava il successivo tradimento che, di conseguenza, è stato ritenuto determinante per la fine del matrimonio (Tribunale di Rovigo, sentenza 33 del 20 gennaio 2020).

Allo stesso modo è causa di addebito il comportamento del marito che pubblica una foto profilo con l’amante su WhatsApp e Facebook, continuando a chattare con lei anche in presenza della moglie (Tribunale di Ancona, sentenza 514 del 23 marzo 2018).

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