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L’amaro destino del premier che voleva farsi beffe del virus

Boris Johnson era convinto di poter affrontare la minaccia coronavirus minimizzandone l’impatto: ora è in terapia intensiva

di Nicol Degli Innocenti

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Boris Johnson era convinto di poter affrontare la minaccia coronavirus minimizzandone l’impatto: ora è in terapia intensiva


4' di lettura

LONDRA - Tre settimane fa Boris Johnson aveva avvertito le famiglie britanniche di prepararsi a vedere «molti dei propri cari morire prima che sia giunta la loro ora» per il dilagare dell’epidemia, che aveva paragonato a una guerra da dover combattere e vincere. Lunedì il premier, un uomo di 55 anni pieno di vita, ha passato la notte nel reparto di terapia intensiva di un ospedale londinese, con il fisico prostrato dal coronavirus.

Johnson aveva annunciato il 27 marzo di avere «lievi sintomi» del virus e di essere risultato positivo al test, iniziando il periodo previsto di auto-isolamento. Ha continuato a lavorare da un appartamento “sigillato” a Downing Street, ma le sue condizioni invece di migliorare si sono aggravate. Domenica sera il suo medico aveva deciso di trasferirlo in ospedale perché continuava ad avere la febbre alta e una tosse persistente.
Portato al St Thomas’ Hospital, a due passi da Westminster, proprio di fronte al Big Ben dall’altra parte del Tamigi, Johnson ha avuto bisogno di ossigeno per respirare e poi lunedì sera è stato trasferito in terapia intensiva, anche se secondo i medici non ha per ora bisogno di un respiratore polmonare.

Il testimone a Dominic Raab
Johnson all’inizio non aveva realizzato la gravità del virus che ora lo ha portato in ospedale, costringendolo a passare il testimone al ministro degli Esteri Dominic Raab, il primo segretario di Stato.

Il premier era stato criticato prima per avere sottovalutato l’epidemia, e poi per avere preso provvedimenti inadeguati. Aveva aspettato il 3 marzo per presiedere alla prima riunione del Cobra, il comitato di emergenza. Lo stesso giorno aveva minimizzato l’impatto potenziale del coronavirus e aveva preso in giro il trend di salutarsi gomito contro gomito per non toccarsi, dicendo che intendeva continuare a stringere le mani di tutti. Una settimana dopo si era convertito, invitando i cittadini a evitare qualsiasi contatto e a lavarsi spesso le mani.

Immunità di gregge
Il 13 marzo Johnson aveva annunciato la strategia del Governo di ritardare invece di frenare l’impatto del coronavirus perché l’estensione del contagio al 60% della popolazione avrebbe creato una benefica “immunità di massa” nella popolazione britannica. Il premier era stato criticato per il suo fatalismo e apparente rassegnazione a veder morire decine di migliaia di persone.

Londra voleva evitare le misure drastiche imposte in altri Paesi europei e il premier aveva dichiarato che chiudere scuole o proibire eventi di massa non era un modo efficace di combattere il virus. L’ordine al servizio sanitario nazionale era di fare test solo a chi mostrava sintomi gravi del virus.

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L’inversione di marcia
Il 16 marzo Johnson ha poi annunciato un’inversione di marcia: annullati tutti gli eventi di massa come le partite di calcio o di rugby. Ai cittadini vengono dati «consigli» su come comportarsi: tenersi a distanza dagli altri, evitare viaggi non essenziali, lavorare da casa se possibile, auto-isolarsi se presentano sintomi del virus. Il premier dichiara che la Gran Bretagna è una «democrazia matura» e quindi i cittadini faranno la cosa giusta senza bisogno di imposizioni dall’alto.

Due giorni dopo la Gran Bretagna diventa l’ultimo Paese europeo ad annunciare la chiusura di tutte le scuole. Il 19 marzo il premier continua a ostentare ottimismo, dichiarando che grazie alle misure adottate il coronavirus sarebbe stato debellato entro 12 settimane, nonostante l’opinione contraria degli esperti scientifici del Governo. Il giorno dopo viene imposta la chiusura di tutti i pub, bar, ristoranti, cinema e teatri.
Un autorevole rapporto degli scienziati di Imperial College poi scuote profondamente il Governo. Le previsioni sono apocalittiche: senza interventi più drastici e decisi da parte delle autorità britanniche 250mila persone potrebbero morire in una “epidemia catastrofica” nel giro di pochi mesi.

Il virus a Downing Street
Il 23 marzo Johnson mette a tacere definitivamente i suoi istinti libertari. Il giro di vite si conclude con un suo solenne messaggio televisivo, nel quale annuncia alla nazione che verranno imposte misure restrittive senza precedenti nella storia britannica. Il premier invita tutti i cittadini a restare in casa, a uscire il meno possibile e a rispettare le regole evitando contatti con altre persone per sconfiggere «il nemico invisibile». Quando è necessario uscire bisogna mantenersi a due metri di distanza dagli altri per minimizzare il rischio di contagio. Il termine “social distancing” diventa un mantra del Governo.

Il Parlamento approva il “Coronavirus Bill”, una legge di emergenza che concede al Governo e alla polizia poteri straordinari mai utilizzati in tempo di pace, compreso il potere di chiudere aeroporti e frontiere.
Il 27 marzo poi l’annuncio che il coronavirus è arrivato a Downing Street. Johnson, primo leader mondiale a risultare positivo al test, va in auto-isolamento ma dichiara via video che «grazie alla magia della tecnologia moderna» continuerà a lavorare e a coordinare la lotta nazionale contro l’epidemia.

Dieci giorni dopo il ricovero in ospedale e poi nel reparto di terapia intensiva. In nessun Paese al mondo l’epidemia ha toccato così da vicino il Governo. La Gran Bretagna ha il fiato sospeso.

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