Emergenza covid e spettacoli

L’amaro monito di Eleonora Abbagnato

Per la celebre ballerina il mondo della danza è in «una situazione assurda e dobbiamo farci sentire»

di Stefano Biolchini e Silvia Poletti

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Per la celebre ballerina il mondo della danza è in «una situazione assurda e dobbiamo farci sentire»


3' di lettura

Eleonora Abbagnato ci parla da Parigi, dove è venuta per un paio di giorni “prima che anche qui chiuda tutto.” La sua carriera del resto si è divisa fino a pochi mesi fa tra il ruolo di étoile all'Opéra e quello di direttrice del corpo di ballo dell'Opera di Roma. E si può dire che stia vivendo ancora sulla sua pelle la maniera estremamente diversa con la quale l'arte e la cultura sono considerate, in tempi di crisi, in Francia e in Italia. Lei che già durante il primo lock-down si è data molto da fare per sensibilizzare i politici sulle specifiche problematiche dell'arte che rappresenta è davvero molto amareggiata.


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Pensa che le misure prese con l'ultimo decreto siano idonee? E quali sono le ricadute su dei professionisti come i danzatori del corpo di ballo che dirige?

Trovo davvero che la situazione sia assurda. A Roma siamo stati molto fortunati perché siamo riusciti a riprendere una certa continuità da quando questa estate siamo andati in scena con gli spettacoli al Circo Massimo, dove,mi piace segnalarlo, siamo stati seguiti da oltre millecinquecento spettatori. Ora immaginare di ripartire di nuovo da zero, perché alla fine di questo si tratta, è avvilente. Ci siamo ingegnati a superare le difficoltà dei distanziamenti, del portare le mascherine, del chiedere ai coreografi di immaginare delle nuove danze con regole precise ed evidentemente non è stato sufficiente. La compagnia ha lavorato in sala fino a martedì scorso ma probabilmente lunedì il teatro attiverà la cassa integrazione per qualche settimana e quindi saremo di nuovo a casa. Immaginare di riallenare da casa via zoom i miei danzatori è una cosa che deprime, anche pensando a tutto il lavoro che abbiamo fatto.

Si è confrontata con il sovrintendente Fuortes sulle problematiche del ‘Ballo'?

Certo. Siamo tutti profondamente amareggiati. Questo è un momento delicatissimo, non bisogna trascendere né alzare i toni in maniera esasperata; ma abbiamo il dovere di farci sentire, se no, non riusciamo a ripartire.

Rispetto all'Italia, ritiene che in Francia anche in emergenza Covid ci sia stato un approccio diverso per la cultura e le arti dello spettacolo?

Sicuramente in Francia la cultura è un fatto primario, non viene emarginata come è successo in Italia. Qui sono stati i primi mentre là i teatri saranno tra gli ultimi a chiudere. Bisogna dirlo: in Italia viene penalizzato un settore che non è soltanto parte di una industria rilevante nel nostro Paese (quella culturale), ma ha una sua ricaduta morale e spirituale sulla società. Abbiamo visto poi i dati diffusi dall'AGIS. Un solo contagio tra gli oltre 350.000 spettatori che hanno seguito le manifestazioni dopo la riapertura. Vorrà pur dire qualcosa?

Il problema del contagio riguarda però anche chi lavora in teatro: si pensi ai molti orchestrali e coristi colpiti alla Scala. Da qui può nascere la giustificazione alle chiusure. Oppure, secondo lei, si poteva pensare a delle soluzioni diverse per l'uso delle masse artistiche in modo da salvaguardare l'attività teatrale?

Restando sempre nell' ambito della danza in alcune compagnie internazionali è stato avviato il sistema delle bubbles: l'ensemble è distribuito in gruppi destinati ciascuno a lavorare su certi titoli: se capita un positivo si sospende momentaneamente l'attività di quel gruppo e si cambia programmazione velocemente. È un'idea. A Roma abbiamo fatto la produzione delle Quattro Stagioni appositamente pensata in ogni minimo dettaglio e secondo le regole più severe. È stato complicato ma non ingestibile. Dobbiamo spingere per poter continuare su basi nuove.

Cosa pensa dell'idea della Netflix delle Arti?

Lo streaming è utile, certo. Anche il Teatro dell'Opera ne farà uso. Ma non è la stessa cosa dell'esperienza dal vivo. Noi artisti abbiamo bisogno di sentire il pubblico, di avere con lui uno scambio di emozioni immediato. Il teatro regala questa esperienza da sempre ed è insostituibile.

Il documento che lei e i suoi colleghi direttori dei corpi di ballo delle fondazioni avete scritto al Premier Conte e al Ministro Franceschini nella prima fase del lock-down, per sensibilizzare sulle problematiche specifiche dei danzatori ha avuto risposta?

Purtroppo nessuna. A dimostrazione che nel nostro paese la danza non è minimamente presa in considerazione. Ci siamo dimenticati cosa è successo a compagnie come MaggioDanza per esempio? Forse è quello che vogliono. Noi direttori dei corpi di ballo, e artiste del calibro di Alessandra Ferri, che segue e ha seguito con grande preoccupazione la situazione italiana, siamo in contatto, ci confrontiamo, ci sosteniamo. Ma è tutto il sistema, la filiera che è in pericolo: penso alle scuole di danza che sono centri educativi importanti al di là della formazione alla professione. No, non ci siamo, né ci sentiamo difesi né protetti.


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