America Latina

L’Amazzonia è un affare se la foresta è rispettata

Secondo uno studio di Nature, un ettaro di polmone verde rende di più se non trasformato in terreno da allevamento o usato per estrarre legname commerciale

di Roberto Da Rin


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Vigili del fuoco al lavoro per spegnere l’incendio nella foresta amazzonica nei mesi scorsi

3' di lettura

A queste latitudini non è facile parlare di sviluppo sostenibile, almeno in queste settimane. L’America Latina è scossa da varie crisi: quella politica in Cile, quella istituzionale in Perù, quella economica in Argentina, quella ambientale in Brasile, quella costituzionale in Bolivia, quella economico-sindacale in Ecuador, quella umanitaria in Venezuela.

Un panorama complesso e affollato di criticità dove l’attualità e le emergenze sottraggono spazio a politiche di lungo respiro. Ciò non significa che il tema “sostenibilità” non sia stato affrontato. Vari Paesi, con modalità differenti, hanno programmato politiche di tutela ambientale e per favorire forme di sviluppo alternative al modello storicamente adottato: estrattivo (di materie prime minerali) ed esportatore.

Il Cile, a dispetto di una crisi che ne sta investendo tutte le istituzioni, è uno dei Paesi che, per varietà di clima e potenzialità in materia di energie alternative, ha mostrato attenzione allo sviluppo sostenibile. Enel Green Power (Egp) è uno degli attori più importanti presenti nel Paese. Egp è il primo operatore di energia “green” con 4,7 GW di potenza installata. Una leadership realizzata grazie a un mix di tecnologie rinnovabili che comprende idroelettrico, eolico, solare e geotermico e allo sviluppo di progetti innovativi e pionieristici, tra cui l’impianto di Cerro Pabellon, la prima centrale geotermica non solo del Cile ma di tutta l’America del Sud.

Accanto a questo esempio positivo, in Cile, ve ne sono altri negativi. La gravissima crisi sociale che attraversa il Cile lo testimonia. Da una parte vi sono attenzioni sulle rinnovabili, dall’altra dei monopoli, pubblici o privati, che non hanno interesse a modificare né i cicli produttivi, né le modalità. Il rame è la materia prima su cui poggia tutta l’economia del Paese e lo Stato ne è unico monopolista. Nessuna politica di sviluppo sostenibile è mai stata pensata per modificare la filiera di produzione del rame.

In Argentina le imprese, anche di piccole dimensioni, che puntano a uno sviluppo sostenibile sono molte; gli scarti che si generano nel segmento agroindustriale sono tali da non essere sottovalutati. E gli scarti di una produzione possono diventare materie prime di altre attività.

Esempi virtuosi non mancano. Il punto è che in Argentina e in vari Paesi dell’America Latina, la transizione dall’economia lineare a quella circolare non poggia su una regìa politica. Sarebbe indispensabile una visione politica e amministrativa che manovri le leve della fiscalità, degli incentivi all’innovazione.

Il Venezuela è un altro caso drammatico di sviluppo mancato, sfociato in una crisi umanitaria. Il Paese possiede la maggior quantità al mondo di “riserve provate”, questo è il termine tecnico, di greggio. Nella lunga stagione di alti prezzi del petrolio non è stato messo fieno in cascina per investire in energie alternative nelle fasi di bassi prezzi delle commodities. Nell’ultimo libro di Jeremy Rifkin si parla di Green New Deal ed emerge che tutti i settori chiave (tlc, energia, trasporti, logistica, edilizia) stanno rapidamente lasciando i combustibili fossili a favore di energie rinnovabili sempre più economiche, pulite ed ecologiche. E di processi di circolarità e resilienza, elementi fondamentali per uno sviluppo sostenibile.

L’obiettivo mancato, in America Latina, si mostra, in tutta la sua evidenza, proprio in Amazzonia. I gravissimi incendi delle scorse settimane e la politica del presidente del Brasile Jair Bolsonaro, che vari Paesi europei considerano folle e irresponsabile, inducono a varie riflessioni.

Da decenni si persegue la via più banale, ma anche la meno vantaggiosa per il Brasile stesso. Quella che porta alla distruzione della foresta e alla vendita del legname. Un’altra strada c’è, eccome: uno studio pubblicato su Nature spiega che un ettaro di foresta amazzonica rende ogni anno 148 dollari se trasformato in terreno da allevamento, 1.000 dollari se impiegato per l’estrazione di legname commerciale distruggendo tutti gli altri tipi di arbusti e 6.820 dollari se la foresta viene rispettata, limitandosi alle lavorazioni necessarie per poter raccogliere frutta, lattice e legname. In altre parole, fruire dell’Amazzonia in maniera rispettosa dell’ambiente può essere una scelta non solo per lo sviluppo sostenibile, ma anche economicamente vantaggiosa.

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