Clima

L’Amazzonia a un passo dal punto di non ritorno

di Roberto Da Rin

 Una manifestazione di giovani attivisti a San Paolo (Brasile)

2' di lettura

Ambiente e sostenibilità, un leit motiv per il Paese che possiede la porzione più grande di Amazzonia. È il Brasile, naturalmente. Gli altri 8 Paesi (Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese) dispongono di estensioni ben più piccole del polmone verde sudamericano. Certo, il Brasile è un gigante economico, oltre che geografico, ma uno dei suoi asset principali, nonché «merce di scambio» è l’Amazzonia. Una merce di scambio con una valenza “materiale”, se riferita ai beni di cui è depositaria (legno, minerali, materie prime agricole e carne). Una valenza “immateriale” se invece contestualizzata sul valore straordinario o, all’opposto, sulle conseguenze drammatiche, che la sua gestione può determinare: i condizionamenti climatici che tutto il pianeta patisce derivano da come viene tutelata.

Il presidente Jair Bolsonaro, già nei primi mesi della sua presidenza, iniziata nel gennaio 2019, ha vellicato l’ingordigia delle lobby dei tagliatori di legname. A pochi giorni dal Vertice Cop26 di Glasgow, il Brasile si presenta con un biglietto da visita imbarazzante: occupa la quinta posizione al mondo per le emissioni nell’atmosfera. Carlos Nobre, scienziato brasiliano, 70 anni, una vita dedicata allo studio dell’Amazzonia, fu il primo nel 1990 a prevederne la “savanizzazione”. Il concetto è semplice e drammatico: la distruzione provoca una diminuzione delle piogge, un allungamento della stagione secca e un sensibile rialzo delle temperature. Il clima diviene più simile alla savana e che alla foresta. Gli inviati di Bolsonaro a Glasgow promettono di azzerare la deforestazione illegale nel 2030, ma ciò oltre che irrealistico, non sarebbe sufficiente, secondo la maggior parte degli osservatori. È invece necessario un piano immediato, un progetto per risanare le aree degradate. Le estensioni di Amazzonia distrutta sono enormi e la rigenerazione spontanea richiede tempi molto lunghi.

Loading...

Ripiantare la foresta costa mille dollari a ettaro, ma gli indios conoscono alcune tecniche per rigenerarla a costi molto inferiori. Intanto gli emissari della presidenza brasiliana chiedono ai governi europei miliardi di dollari come contributo pro-Amazzonia. I fondi europei verrebbero in realtà dirottati, con modalità “voto di scambio”, agli imprenditori clandestini che la depauperano. Gli studiosi del cambiamento climatico ricorderanno, a Glasgow, che l’Amazzonia è uno dei «15 punti di non ritorno». Che significa? Si tratta delle situazioni più drammatiche per il pianeta, paragonabili allo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia. Ebbene, in Amazzonia la deforestazione oggi è al 18%; se dovesse salire al 20-25%, sarebbe raggiunto il punto di non ritorno. La foresta amazzonica, ci ricorda Sebastião Salgado, il più grande fotografo brasiliano che espone in queste settimane al Maxxi di Roma, è l’unico luogo al mondo in cui l’umidità aerea (il vapore acqueo) non dipende dall’evaporazione degli oceani: ogni albero funge da aeratore e come tale proietta nell’atmosfera centinaia di litri di acqua ogni giorno creando i cosiddetti “fiumi volanti”, la cui portata supera persino quella del Rio delle Amazzoni. L’auspicio è che a Glasgow, Biraci Yamanawà - indio di uno dei 188 gruppi indigeni sopravvissuti all’aggressione dei lobbisti di Bolsonaro – riesca a farsi ascoltare dai politici di prima linea. Le sue parole sulla foresta non sono meno incisive delle elaborazioni dati dei think tank di mezzo mondo: «Perché mai ferire chi non ci ha mai fatto mancare nulla?».

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti