L’EMERGENZA SBARCHI 

L’ambasciatore italiano in Senegal: «Stabilizzare i paesi di transito per contenere i flussi di migranti»

di Andrea Carli

(Afp)

3' di lettura

Due indizi, direbbe la giallista Agatha Christie, fanno una coincidenza, non una prova. Ma in politica estera le coincidenze sono cosa rara. Accanto e in parallelo alla stabilizzazione della Libia, l’Italia guarda ai paesi del Sahel per contenere i flussi di migranti e richiedenti asilo diretti in Europa. Oggi pomeriggio il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha incontrato a palazzo Chigi il presidente della Repubblica del Ciad, Idriss Deby Itno, con il quale ha concluso degli accordi in materia di difesa. Assieme a Niger e Mali, il Ciad è uno dei paesi cosiddetti “di transito” nelle rotte migratorie che dall’Africa occidentale raggiungono il Mediterraneo. Con Burkina Faso e Mautitania, i tre fanno parte del G5 del Sahel, una creatura giovane riconosciuta dalle Nazioni Unite ma che ancora non ha raggiunto risultati concreti nel contrasto al terrorismo e al traffico di esseri umani.

Il precedente a Tunisi
Due giorni fa a Tunisi si è riunito il Gruppo di contatto Europa-Africa, di cui fanno parte i principali paesi della Vecchio Continente: Francia, Germania e Italia. All’incontro hanno partecipato i ministri dell’Interno, anche quelli dei governi dei tre paesi africani. Per la prima volta il Mali, che tra i tre è forse quello più in preda all’instabilità, ha avuto la possibilità di partecipare alla riunione di questo gruppo che si propone di governare i flussi migratori.

Loading...

Francesco Paolo Venier, ambasciatore italiano in Senegal con competenza anche sul Mali, in questi giorni è alla Farnesina per partecipare alla Conferenza degli ambasciatori d'Italia. «Non dobbiamo abbandonare il Mali. Non possiamo rimanere con le mani in mano - spiega l’ambasciatore durante una pausa dei lavori -. L’ho detto anche al ministro Minniti. Dobbiamo convincere le autorità locali a fidarsi di noi. Potremmo offrire una collaborazione nelle forniture, come ad esempio i sistemi di controllo dei confini, e continuare a formare le autorità di polizia locale. Questo dialogo tra noi e le autorità di Bamako oggi c’è, ora è necessario promuovere delle occasioni più strutturate». Insomma la stabilizzazione dei paesi di transito è una chance per attenuare i flussi migratori.

Ambasciatore, oggi in Mali sono attivi gruppi armati di varia natura. Fino ad ora il governo centrale, le forze francesi e la missione Onu Minusma non sono riuscite a stabilizzare il paese. Come è possibile farlo ora nei tempi stretti che la gestione di un’emergenza come quella dei migranti richiederebbe?
Non è un processo del quale si possono vedere i primi frutti nell’immediato. Servono iniziative di lungo periodo. È necessario creare le condizioni perché prenda corpo quello sviluppo economico utile ad arginare i flussi migratori. Oggi non abbiamo una sede diplomatica in quel paese: a mio avviso ci sarebbero le condizioni per aprirla.

Nella sua visita in Libia il 13 luglio il ministro Marco Minniti ha proposto ai sindaci del paese un patto contro i trafficanti. L’obiettivo è promuovere un circuito economico alternativo al business della tratta degli esseri umani. Da dove partiamo?
In Niger e Ciad vedo delle condizioni di stabilità che in Mali effettivamente sono minori. Il Mali è un paese che non è riuscito a superare la guerra civile del 2012 e 2013, conseguente al crollo di Gheddafi in Libia. I paesi di transito possano mettere insieme le loro forze, magari un po' spuntate, per mettere a sistema gli elementi di stabilizzazione. Ritengo lo possano fare con il sostegno dell’Europa.

Che ruolo potrebbe avere l’Italia in questa operazione di stabilizzazione economica e politica?
Di recente noi italiani abbiamo sviluppato in Mali un progetto con francesi e spagnoli per formare le forze di sicurezza del paese impegnate nella lotta ai terroristi e nel contrasto alla tratta degli esseri umani.

Ci sono imprese italiane che operano a Bamako e nelle altre città?
Non molte ma, per quanto ci sia un conflitto in atto e il paese non sia facile, credo che il gioco valga la candela. A primavera abbiamo accompagnato un’impresa italiana che era interessata a fare business nell’ambito delle rinnovabili. È ancora poco, ma un impegno più strutturato da parte dell’Unione Europea e dell’Italia potrebbe aumentare l’interesse delle aziende italiane per questo paese. Abbiamo una forte presenza militare in Libano, mentre è mollto scarsa in Mali, dove peraltro vivono 200 connazionali, tra personale militare e Ong. E non abbiamo un’ambasciata.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti