il lavoro che cambia

L’ambizione non è negativa, ma serve una visione progettuale

di Lorenzo Cavalieri *


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(REUTERS)

4' di lettura

Rispetto alle evoluzioni del mondo del lavoro in Italia esistono dei retaggi culturali che dovremmo smontare perché nel contesto in cui viviamo causano inefficienza sul piano economico, e soprattutto infelicità sul piano umano. Un esempio lampante è il concetto di ambizione. La parola ambire (letteralmente andare intorno) deriva dal comportamento di chi nell’antica Roma cercava di guadagnare un incarico pubblico, gironzolando in modo ammiccante e interessato attorno ai potenziali sostenitori. Questa ricostruzione etimologica ci dice che il concetto di ambizione nasce e si afferma con una connotazione negativa. L’ambizioso tende ad essere arrogante, scorretto, infido. L’ambizione viene percepita come «poco etica».

Un tempo neanche troppo lontano si poteva vivere bene la propria dimensione lavorativa senza la minima ambizione: «Faccio il mio, faccio quello che devo fare, guadagno quello che devo guadagnare». Si poteva avere affermazione professionale senza ambizione, senza questo surplus di energia, determina-zione, visione. Oggi, e sempre di più domani, con il diminuire di «posti fissi» e certezze, con una spinta morbosa sulla produttività, sulla sostituzione tecno-logica, sulla competizione del capitale umano, chi non è ambizioso rischia di cadere nella parte più sofferente del mercato del lavoro, quella del precariato sottopagato.

Vale allora la pena ridefinire il concetto di ambizione per trovare un sinonimo che susciti meno resistenze culturali e psicologiche. Possiamo per esempio parlare di visione progettuale. Cos’è l'ambizioso infatti se non colui che vede distintamente dove vuole arrivare e che trasforma questa visione in un pro-getto? A scuola, all’università o nei processi di selezione del personale uno degli elementi che predicono il successo delle persone è proprio questa capacità di visualizzare con precisione il proprio «futuro desiderato». Il motivo è molto semplice: non posso raggiungere ciò che non posso vedere. Se non vedo qual-cosa di concreto nel mio futuro non mi muovo o mi muovo senza un piano ri-goroso. Posso andare avanti, ma senza un piano e una rotta non sarò mai pa-drone del mio percorso, nel migliore dei casi mi adatterò a ciò che il caso mi proporrà.

Non è detto che avere un progetto ci garantisca il successo. Cristoforo Colombo non ha avuto successo nel suo progetto di raggiungere le Indie. Ma se non avesse coltivato il progetto Indie non si sarebbe messo in moto, non avrebbe scoperto l’America. Dunque senza visione progettuale (ambizione) non possiamo attivare quel surplus di energia, determinazione, intraprendenza che è oggi per tutti il mix necessario a mettere in sicurezza il proprio percorso di carriera. Una volta si poteva dire: Comincio questa attività, mi lascio andare nella corrente e qualcosa succederà, comunque vada cadrò in piedi, in qualche modo me la caverò». Oggi non è più così. Chi non coltiva progetti mirati di crescita professionale espone al rischio la sua situazione lavorativa.

Non è un caso che la più utilizzata e abusata tra le domande da colloquio di lavoro sia: «Dove si vede tra “x” anni?». La stragrande maggioranza delle persone non reagisce efficacemente a questa sollecitazione perché si rifugia in espressioni vuote,diplomatiche, generiche, quando invece si dovrebbe rispondere con un quadro il più dettagliato possibile per dimostrare di avere visione progettuale. Non stiamo parlando di un talento, di un’inclinazione naturale o di una declinazione speciale dell’intelligenza. Certamente le persone intelligenti “vedono” di più e meglio nel futuro, come Bill Gates che nel 1975 disse: «Vedo un computer su ogni scrivania e in ogni casa».

Tuttavia quando parliamo di visione progettuale descriviamo qualcosa di più semplice e alla portata di tutti: una capacità che si acquisisce, uno sforzo intellettuale che è molto costoso fino a quando non siamo abituati o costretti a praticarlo. È difficile trovare delle persone dotate di visione progettuale non tanto per un deficit di talento, ma per la naturale e umana combinazione di paura e pigrizia. Visualizzare, rappresentare e coltivare un progetto infatti significa infatti prendere degli impegni, prima di tutto con se stessi, e dunque esporsi al rischio di non farcela, di deludere, prima di tutto se stessi.

In secondo luogo visualizzare, rappresentare e coltivare un progetto significa produrre uno sforzo intellettuale, significa materialmente fare fatica. E come è noto il nostro cervello cerca istintivamente di minimizzare gli sforzi. La combinazione di paura e pigrizia ci conduce inesorabilmente ad approcci del tipo «inutile fare programmi», «ci sono troppe variabili in gioco», «dipende da fattori che non sono sotto il mio controllo», «aspettiamo di capire cosa succede», «viviamo alla giornata», «speriamo di fatturare il più possibile», «speriamo che si accorgano di me e mi promuovano». Sono tutti approcci ispirati da un comun denominatore: «Se andrà male non sarà stato per colpa mia».

La verità è che una visione del futuro desiderato e un progetto in testa ce l’abbiamo tutti. È solo che metterlo nero su bianco e coltivarlo significa sfi-dare la paura del fallimento e la pigrizia. Spesso nelle sessioni di coaching raccolgo espressioni come: «In questo momento non faccio progetti perché non voglio stress». Sicuramente coltivare qualsiasi progetto di carriera genera stress. Ma nel mondo del lavoro in cui viviamo se non accettiamo di farci mettere sotto stress dai nostri progetti e dalla nostra ambizione finiremo con l’essere stressati dai progetti e dall’ambizione di altri (il nostro capo, il nostro cliente, il nostro datore di lavoro).

Come sviluppare allora i muscoli della visione progettuale? Tre indicazioni operative per cominciare questo allenamento mentale:
1) Guardare con mentalità progettuale al nostro passato. Quali sono i progetti che abbiamo portato a termine nella nostra vita? Cosa ci ha animato? Cosa ci ha permesso di arrivare al traguardo?
2) Praticare degli esercizi di visualizzazione, esattamente come fanno gli sportivi prima delle gare: Dove sarò il 25 marzo 2020 (2021, 2022, ecc.)? Come sarò vestito? In quale ambiente di lavoro sarò? Con chi starò parlando? di cosa?
3) Prendere subito una decisione che ci impegna nel presente ma le cui con-seguenze si dispiegheranno solo a lungo termine.

* Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring

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