editorialel’analisi

L’America e il popolo al primo posto

di Mario Platero

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Il pubblico alla cerimonia di insediamento (Afp)

3' di lettura

La liturgia americana per il “trasferimento” dei poteri si è chiusa: Donald John Trump è diventato il 45° Presidente degli Stati Uniti. Ma il “trasferimento”, almeno sul piano retorico, è stato meno pacifico di quel che invocano le secolari tradizioni e la Costituzione di questo straordinario Paese. Finora la storia ci ha detto che, in America, il passaggio da una campagna elettorale cruenta, come quella del 2016, alla “transizione”, al “governo” veniva contraddistinto da un allargamento progressivo dell’abbraccio del nuovo Presidente a «tutti» gli americani e poi al resto del mondo.

Questo ieri non è successo. Trump ha evitato messaggi ispirati e ideali, promesse comuni per affrontare le sfide di un mondo sempre più globale. Non abbiamo trovato le visioni di Washington o di Kennedy o di Lincoln o di Reagan che proponevano sempre, al di là delle diverse piattaforme politiche, un abbraccio “inclusivo” di grandissima levatura retorica.

Invece di ispirare, Trump ha scelto di mettere in guardia tutti. I politici a Washington, sia repubblicani che democratici. Ha messo in guardia l’establishment e il resto del mondo: «Dal punto di vista economico, militare e di politica estera, d’ora in avanti l’America penserà solo a se stessa». Ieri insomma abbiamo ritrovato il Trump “solo contro tutti” della campagna elettorale, il Trump alla ricerca, come ci ha detto, di un unico alleato per compiere la sua missione: il popolo.

Abbiamo già scritto su queste pagine che certa retorica di Trump merita il beneficio del dubbio.

Che certe sue posizioni devono essere considerate “negoziali”. Lo crediamo anche oggi. Sappiamo che sarà aperto al consiglio di alcuni suoi ministri molto credibili e molto preparati. Ma questo potremo verificarlo presto, durante i primi 100 giorni in cui il nuovo Presidente cercherà di cambiare l’America. Cento giorni infatti passano in fretta e serviranno a capire che tipo di dinamica si andrà ad affermare alla Casa Bianca. Anche perché Trump dovrà governare. E d’ora in avanti non basteranno le battute, la cosmesi o lo slogan. Il Presidente sarà responsabile per le sue scelte di governo e per tradurre in azione la sua visione per trasformare l'America e per renderla «di nuovo grande». La visione e la dialettica di ieri sono state certamente più aggressive di quelle di apertura enunciate da Trump dopo la vittoria elettorale. Chiediamoci, lo ha fatto per farci capire che il suo sarà uno stile di lavoro, brusco, pragmatico, senza troppi fronzoli diplomatici? O per mettere le mani avanti in negoziati che saranno comunque durissimi? Forse c’è una terza spiegazione. Forse Trump crede, quando parla di carneficina nelle città americane, di fabbriche ridotte a pietre tombali e di politici corrotti, di dire davvero quel che vuole ascoltare «il popolo».

Forse la terza via potrebbe essere quella che Trump menziona di tanto in tanto, un’affermazione del suo “movimento” (lo ha ripetuto ieri varie volte) contro l’establishment della Capitale. La sua diventa una sfida innovativa ma rischiosa per la democrazia americana, soprattutto quando minaccia i parlamentari: se non lo seguiranno alla lettera nelle sue proposte cercherà grazie al popolo di farli andare a casa. Non è un messaggio gradevole, soprattutto nel giorno in cui, celebrando la vittoria, lo si dovrebbe fare con magnanimità. Ma non è un messaggio da sottovalutare: se Trump è riuscito a prevalere, a mostrare più forza di tutti durante la campagna elettorale, immaginiamo cosa potrà fare avendo come piattaforma la presidenza e il pulpito dell’Ufficio Ovale. Nei prossimi cento giorni dunque dovremo tenere aperte queste tre opzioni, stile duro e basta, stile duro per negoziare, stile duro per arrivare a un confronto di rottura. È a questo punto che dobbiamo chiederci come funzionerà il suo governo. Sappiamo che Trump non ama leggere i dossier, non è preparato sul piano tecnico e sappiamo che proprio per supplire a questo ha scelto personaggi di alto livello come James Mattis (Pentagono), Rex Tillerson (Esteri), Steve Mnuchin (Tesoro) e John Kelly (Sicurezza Interna). In questi cento giorni che ci attendono, saranno anche loro a dover prendere le misure e noi dovremo capire se avranno spazio per poter contribuire a politiche che poggiano sul multilateralismo, magari rivisto, corretto, riequilibrato, piuttosto che sul neo-isolazionismo che ieri ha predicato Donald Trump. Cento giorni per capire dunque, per capire anche se le «parole vuote» che ha attribuito ai parlamentari non diventino «parole vuole» sue. Perché adesso, le sue mille promesse dovrà mantenerle. E come sappiamo il «popolo» vuole risultati. E si stanca facilmente di chi si trova al governo.

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