MERCATO DEL LAVORO

L’America in gennaio crea più posti del previsto

di Marco Valsania

Afp

3' di lettura

NEW YORK - Il mercato del lavoro americano, nel confuso mese del passaggio di poteri alla Casa Bianca da Barack Obama a Donald Trump, ha tenuto alta la fiaccola dell'espansione. L'economia in gennaio ha creato 227.000 nuovi impieghi, nettamente più dei 180.000 previsti. E se la disoccupazione è risalita lievemente al 4,8% dal 4,7% è stato perché un maggior numero di persone - quasi 600.000 - ha deciso di cercare un'assunzione, gonfiando i ranghi della forza lavoro.

I dati hanno sostenuto i mercati azionari grazie a una combinazione di ottimismo sulla crescita e debolezza dei salari. I compensi orari sono saliti di un impercettibile 0,1% in gennaio contro lo 0,3% atteso e del 2,5% in un anno, l'andamento più debole da agosto. Un recente segno di frenata era già arrivato dal costo del lavoro del quarto trimestre 2016, aumentato dello 0,5%, meno dello 0,6% dei precedenti tre trimestri. L'indice Dow Jones è volato nuovamente sopra quota ventimila punti, spinto anzitutto dai titoli finanziari che da Trump hanno anche ricevuto in “regalo” deregulation e tagli della riforma Dodd Frank. Il dollaro, invece, ha perso quota - lo 0,1% contro una paniere di sei divise, lo 0,2% contro l'euro a 1,07 - dopo aver archiviato la maggior flessione in un mese di gennaio da 30 anni in reazione alle incertezze sulla politica valutaria e commerciale di Trump.

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La combinazione di nuovi occupati e bassi salari evidenzia tuttora le sfide d'una ripresa deludente quando si tratta del benessere dei ceti medi e popolari, ma è celebrata dagli investitori negli asset a rischio quali l'azionario che nelle statistiche “vedono” un clima positivo per i profitti aziendali e contemporanamente una Fed cauta nelle prossime strette sui tassi d'interesse, disposta cioè in assenza di inflazione a continuare a soccorrere l'alta finanza con denaro a basso costo buono per ogni speculazione.

Gli economisti, al contrario, nei dati leggono problemi aperti. «Nonostante il numero di nuove buste paga abbia battuto le attese, il report nel complesso è risultato sottotono», ha detto Keith Wade, chief economist di Schroders. E spinge così la Banca centrale ad agire non prima di giugno. «Il ritmo della stretta monetaria - aggiunge Wade - non dovrebbe accelerare prima di fine anno e inizio 2018», se e quando la politica fiscale «inizierà ad avere impatto sull'attività economica». I future sui Fed funds concordano: escludono strette a marzo e danno il 60% di probabilità a interventi a metà anno.

Trump non ha commentato i nuovi dati ma ieri ha convocato il suo Forum Strategico degli amministratori delegati della Corporate America - 18 dopo la defezione di Uber in protesta contro il bando ai rifugiati e agli immigrati da sette paesi islamici - espressamente creato per consigliare il presidente sulla creazione di occupazione e crescita. Una missione alla quale Trump si è tuttavia dedicato finora con misure controverse: le imprese apprezzano gli sforzi di snellimento burocratico e le promesse di investimenti infrastrutturali; meno i divieti sui visti e gli attacchi a libero scambio e outsourcing. Ma ieri è stata un'occasione d'immagine, non di polemiche: “Ho incontrato i più grandi leader di business del paese. Buoni posti di lavoro stanno tornando negli Stati Uniti”, ha twittato Trump.

Le statistiche occupazionali hanno evidenziato, per il momento, lenti progressi. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro in gennaio è migliorato di 0,2 punti al 62,9%, ma rimane ai minimi da 40 anni e l'U-6, la percentuale di lavoratori marginali, è salita al 9,4% dal 9,2%. La disoccupazione continua ad affliggere sproporzionatamente i meno istruiti (7,7%) mentre tra i laureati è del 2,5 per cento. Quasi tutti i settori hanno generato occupazione, dal manifatturiero (5.000) al retail (45.900), dall'edilizia (36.000) ai servizi professionali (39.000) e al minerario (4.000). Ma revisioni ai due mesi precedenti hanno ridimensionato di 39.000 i posti allora creati.

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