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L’America delle stragi: perché nuove leggi sulle armi restano un miraggio

di Marco Valsania

(AFP)

7' di lettura

New York - Donald Trump ha fatto del “massacro” della politica tradizionale motivo di successo elettorale e conquista della Casa Bianca. Ma sotto i riflettori adesso e' la sua politica sui massacri. Quelli veri. Ieri il Presidente ha annunciato che si rechera' in Florida, sul luogo dell'ultimo “mass shooting” americano, l'ultima tragedia delle armi facili che ha spazzato via in un attimo e in una raffica di proiettili la vita di almeno 17 studenti e insegnanti liceali. Ha offerto solidarieta'. Ha promesso maggior attenzione alla malattie mentali e di fare della sicurezza nelle scuole una priorita'. Poi, ancora una volta, la grande omissione: si e' guardato bene dall'affrontare il tema che scotta. La domanda di maggiori controlli sulle armi, anche solo sulle piu' letali, i fucili d'assalto, le pistole automatiche e semi-automatiche che ammazzano in massa. La crescente richiesta, stando ai sondaggi, di nuove e piu' severe leggi da parte di politici che non si nascondano dietro la scusa dell'inviolabilita' del Secondo emendamento della Costituzione - secondo molti storici il piu' maldestro e martoriato degli emendamenti e niente affatto un presunto assegno in bianco per acquistare arsenali. Che non fingano di dare ascolto a elettori che vogliono pistole e fucili di ogni calibro in casa, mentre rendono omaggio soprattutto alla piu' occulta e perniciosa delle lobby, la potente National Rifle Association.
Trump, messe da parte le parole, ha affrontato una montagna di dolore e orrore partorendo solo il piu' tradizionale e tradizionalmente inefficace dei rimedi: ha proposto un summit con autorita' statali e locali. Significativamente non ha neppure menzionato la parola “armi”, non ha messo in discussione la voce della Nra che si fa sentire da decenni nelle elezioni, nazionali e locali, ben piu' forte dei suoi cinque milioni di iscritti. Ne' le interpretazioni estremiste del Secondo Emendamento che massacro dopo massacro sono sempre piu' scritte su un cimitero di lapidi: oltre 130 mass shooting - determinati da almeno quattro vittime e da 1 a 3 assassini - dal 1966. Che hanno mietuto ormai mille vittime usando 300 armi, molto spesso legalmente ottenute. Sei eccidi nelle scuole solo dall'inizio del 2018. Segno che riforme sul controllo delle armi restano un miraggio. E che rimane da vedere se il continuo moltiplicarsi delle vittime dara' alla fine da pensare alla maggioranza del Congresso e a Trump, che ad oggi ha semmai preferito invocare una maggior diffusione degli arsenali, per armare i “buoni” contro i “cattivi”.
Cruz, come nasce uno stragista
Il cattivo, in queste ore, e' indubbiamente il disadattato Nikolas Cruz, incriminato 17 volte per omicidio. Il 19enne stragista ed ex studente della high school di Parkland espulso per motivi disciplinari, solitario ma che non faceva mistero della sua passione per le armi e per il suo odio per la scuola. Nei suoi messaggi sui social media sono state trovate minacce, poi avveratesi, di diventare un “professionista delle stragi a scuola”. E' emerso che l'Fbi aveva ricevuto anche due segnalazioni che lo consideravano a rischio. E che lui aveva fatto parte di un gruppo di estremisti e suprematisti bianchi locali; forse anche partecipato a esercitazioni paramilitari. Tutto vero e tutti segnali preoccupanti e che finora erano andati persi o erano stati sottovalutati. Ma chi punta l'indice solo su Cruz e sulle sue condizioni mentali, accusano i critici, copre il vero scandalo, che e' altrove: a far nascere davvero uno stragista e' il fatto che un ragazzo come lui possa comprare le armi legalmente. Una sua foto sui Instagram lo mostra mentre dispone un arsenale su un letto. Perche' la Florida, assieme al Texas, guida gli stati americani piu' permissivi. Non servono permessi o licenze, non occorre registrare le proprie armi e ne puoi comprare quante desideri, compresi fucili d'assalto. La vendita da parte di negozianti e' libera, neppure li' serve una licenza. Puoi portarti appresso un fucile nascosto senza autorizzazione alcuna e per una pistola nascosta il permesso e' praticamente automatico. La Florida ha anche il triste primato della legge “Stand your ground”, autentica licenza di uccidere: chiunque puo' usare forza letale se si sente minacciato in un luogo dove sia autorizzato a trovarsi. Una pratica costata nel 2012 la vita al 17enne afroamericano Trayvon Martin, ucciso a sangue freddo da una guardia giurata volontaria che aveva considerato “sospetto” il suo aspetto.
La santa alleanza tra Trump e la “gun lobby”
La familiarita' per gli arsenali non e' sempre stata patrimonio di Trump; piuttosto un segno della sua trasformazione in candidato della destra populista che nella NRA ha trovato finora un grande e indispensabile alleato. In un libro pubblicato nel Duemila quando ancora era un magnate immobiliare e televisivo, “L'America che ci meritiamo”, Trump aveva addirittura scritto di essere “generalmente contrario ai controlli sulle armi, ma d'accordo con una messa al bando di fucili d'assalto e un piu' lungo periodo di attesa per l'acquisto di un'arma”. Nel 2012 si era detto a favore d'un appello di Barack Obama per piu' severi controlli dopo il massacro avvenuto nella scuola elementare di Newtown in Connecticut.
Nel 2015, pero', con la corsa elettorale alle porte completo' un'evoluzione verso tradizionali posizioni ultra-conservatrici. Si presento' come il grande paladino del Secondo emendamento contro la Clinton, che “vi farebbe sequestrare i fucili”. Sbandiero' che portava addosso “molto spesso” armi. Disse che stabilire zone libere da armi, quali scuole e chiese, era una “catastrofe”. E schiero' i suoi due figli - Donald Jr. e Eric - a corteggiare la National Rifle Association. La Nra appoggio' a sorpresa Trump e investi' 30 milioni di dollari nella sua campagna. Trump, a corto di eserciti di volontari e organizzazione, li accetto' ben volentieri. E da presidente Trump ha gia' dato seguito alla sua nuova passione per le armi allentando norme che ostacolavano il loro acquisto. Sotto di lui neppure ipotesi di modifiche minime, la messa al bando del cosiddetto “bump stock”, un semplice correttivo che trasforma armi normali in automatiche, hanno fatto alcuna strada.
La battaglia infinita sul Secondo Emendamento
I lobbisti pro-armi sanno benissimo una verità: che il diritto assoluto al porto d'armi non e' affatto scolpito in modo inequivocabile nella Costituzione. E' piuttosto scritto nelle sentenze del massimo organismo giudiziario e costituzionale statunitense. In sentenze, anzi, assai recenti, al centro di feroci campagne e dibattiti politici e che possono variare con la composizione della Corte: il padre della versione oggi corrente del Secondo Emendamento e' il defunto ideologo italo-americano e ultra-conservatore Antonin Scalia. Fu lui nel 2008 a ricevere l'incarico dalla maggioranza ormai saldamente conservatrice della Supreme Court di mettere nero su bianco la vittoria della lobby pro-armi in un caso passato alla storia come Distretto di Columbia contro Heller. Scalia sconfesso' di fatto due secoli di giurisprudenza per spiegare come le scarne e confuse righe del Secondo Emendamento conferissero un diritto costituzionale individuale al possesso di armi, un'ipotesi tacciata dallo stesso presidente conservatore della Corte Suprema tra il 1969 e il 1986, Warren Burger nominato da Richard Nixon, come “una pretestuosa truffa”.
Tutto cio' e' storia, ricorda con straordinaria efficacia la “biografia” dedicata all'emendamento pubblicata dal giurista Michael Waldman. Perche' il testo originale dell'Emendamento recita: “Una ben regolamentata milizia, essendo necessaria alla sicurezza di un libero Stato, il diritto del popolo di tenere e portare armi, non sara' violato”. E collocato nel contesto storico d'origine, ovviamente, significa, dice Waldman, che tutti gli americani “hanno il diritto alle armi…per esplicare il loro dovere di cittadini-soldati nelle milizie”, concetto allora comprensibile quanto oggi obsoleto se non sotto forma della partecipazione alla guardia nazionale. Quel testo, oggi diventato cosi' importante da definire una lunga battaglia politica e culturale, venne oltretutto alle origini preparato e approvato senza grandi dibattiti e annotazioni, senza inni all'autodifesa e semmai come concessione del tutto marginale dei padri fondatori a regioni rurali e preoccupate dalla necessaria centralizzazione del potere federale.
La NRA, da cacciatori a politici machiavellici
Il mito di un'epoca d'oro di indiscussa e libera cultura delle armi e' alla fine anzitutto questo, un mito. Persino nel Far West brulicavano i controlli: e' classica la foto di Dodge City con l'insegna in bella vista che vietava pistole e fucili in citta'. Negli anni del proibizionismo e della Grande Depressione leggi restrittive furono cruciali per le offensive contro il crimine organizzato. La rivoluzione politica contemporanea sulla supremazia delle armi prende le mosse, in realta', in epoca assai recente. Quando negli anni Settanta la Nra si trasforma da associazione di cacciatori e sportivi in influente e molto ben organizzato gruppo di lobby sotto la leadership di una pattuglia di legali conservatori determinati a iscriverla nella Costituzione come indispensabile alla liberta' e all'autodifesa. Una trasformazione che coincide, non casualmente, con altri fenomeni in atto nel Paese: le scosse sociali del decennio precedente, l'avanzata del movimento dei diritti civili, la fuga dai centri urbani dei ceti medi bianchi, il degrado urbano e lo spettro del crimine. Non occorre molto per vedere nel fascino delle armi - sublimato dai vigilantes quale espressione ultima della liberta' individuale nei film di Hollywood dell'epoca - la facile quanto impotente riposta a tutto cio', a un'era di vulnerabilita' e cambiamento. Una risposta tuttora coltivata dal leader dell'associazione, il 68enne Wayne LaPierre, noto per la sua massima che “solo un uomo giusto con una pistola puo' fermare un cattivo armato”.
L'industria, assieme ai lobbisti, ha negli anni fatto ripetutamente tesoro del peccato originale della paura per portare avanti aggressive agende pro-armi. E' un settore con interessi ingenti: oltre 8 miliardi di dollari l'anno di vendite e 32 miliardi di impatto economico. Capitanato da nomi leggendari quali Smith & Wesson, che hanno messo in mano ai civili americani 310 milioni di pistole e fucili, piu' d'uno per persona se si escludono i neonati (un record mondiale e il doppio rispetto allo Yemen, secondo classificato) buoni per una media di 85 vittime al giorno. E' per paura che la messa al bando di armi d'assalto, approvata nel 1994, e' stata lasciata scadere nel 2004. le vendite si erano impennate dopo l'elezione del primo presidente afroamericano, Barack Obama. E la forza della paura ha utilizzato e utilizza oggi Trump, dipingendo a tinte fosche immigrati e clandestini - che in realta' commettono reati a ritmi assai inferiori ai “veri” americani.

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