Letteratura

L’amicizia al tempo dell’esilio

di Renzo S. Crivelli

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4' di lettura

Non fu vera amicizia. Ma molto ebbero lo stesso in comune, Italo Svevo e James Joyce. Due grandi della letteratura che vennero in contatto agli inizi del secolo scorso a Trieste. Il primo ci era nato, anche se aveva fatto gli studi a Segnitz in Baviera, e aveva sposato Livia, la figlia di Gioachino Veneziani, un imprenditore locale nel campo delle vernici sottomarine; il secondo ci era arrivato del tutto casualmente, fuggendo da Dublino alla ricerca di un riscatto continentale, lontano da un’Irlanda bigotta e retriva. Joyce aveva trovato un lavoro alla Berlitz School, dove insegnava inglese alla buona borghesia del più grande porto dell’Impero asburgico, e Svevo (il cui vero nome era Hector Schmitz) si stava occupando della filiale della ditta Veneziani in costruzione a Londra e aveva bisogno di dare una “bella spazzolata” al suo inglese scolastico (come si dice in gergo). Fu un incontro fatale, innanzi tutto per ragioni pratiche (Joyce a quel tempo passava come l’insegnante più à la mode e con lui la lingua la si imparava facilmente), e poi perché intorno al 1907 tutt’e due avevano già scritto abbastanza per passare alla storia della letteratura, senza sapere l’uno dell’altro, ovviamente.

La data che li accomuna definitivamente è quella del 1907, quando Joyce è appena tornato da Roma dove è rimasto solo pochi mesi giacché la capitale del Cattolicesimo lo ha disgustato («sembra una città che sopravvive mostrando ai turisti il cadavere della propria nonna»). Va da Svevo in tram a Servola, sobborgo di Trieste, e gli legge I morti, l’ultimo racconto di Gente di Dublino che ha appena scritto nella calura romana, e la moglie Livia resta così impressionata che gli dona una rosa. A quel punto Svevo, superando una forma di pudore, gli confessa che anche lui fa lo scrittore, e ha già pubblicato due romanzi (Una vita e Senilità) che nessuno ha notato per niente (in famiglia poi, come artista, conta come il due di picche). Joyce li legge e il giorno dopo gli dice che lui «è uno scrittore negletto, e che raggiunge le vette di Valèry Larbaud». È fatta! Da quel momento il dublinese lo sponsorizzerà, specie dopo il trasferimento a Parigi nel 1920. Il loro rapporto, che non andrà mai oltre la sfera formale, sarà indissolubile, anche se non molto assiduo.

A occuparsi di questo sodalizio e delle sue implicazioni biografico-letterarie è Brian Moloney — studioso inglese che fa base a Hull, autore di molti studi sull’autore della Coscienza di Zeno — nel suo Friends in Exile: Svevo & Joyce, in cui analizza, al di là di quel che già sappiamo, il profondo legame “formativo” tra i due: a partire dagli influssi reciproci che ci permettono di inquadrare le loro opere nel contesto culturale ebraico della Trieste degli inizi del secolo XX. L’idea che siano stati “esuli” è sicuramente innovativa in questo raffronto molto convincente. Esule era sicuramente Joyce, che aveva scelto di andarsene da una Dublino “invivibile” anche per la presenza invasiva della chiesa cattolica (si definì sempre un «esule volontario»), ma nel caso di Svevo il concetto sembrerebbe più evanescente.

Hector Schmitz che in ogni caso sceglie come nom de plume Italo (irredentista come tutto l’establishment ebraico triestino) e Svevo (cioè legato alla cultura germanica), come poteva essere “esule” (Joyce avrebbe detto, in italiano, “esigliato”) nella propria città di nascita? Il fatto che Svevo avesse profondi legami tedeschi, che la sua formazione fosse centro-europea (si dice che il suo italiano fosse un calco di quella lingua), dimostra — come sostiene Moloney — che il suo adeguamento alla cultura italiana fece di lui una sorta di “esule”, tant’è che non riuscì mai ad abbandonare gli studi di Schopenhauer, Nietzsche e Freud. Fu dunque “esule” nella letteratura italiana, quella del suo tempo, che usò come parametro della sua italianità la lingua di D’Annunzio, che gli era così estranea. Lo scrittore, a dire il vero, fu escluso dal canone italiano. Moloney, infatti, ricorda che ancora nel 1920, quando, grazie a Joyce assurse alla fama, Svevo venne rigettato dalla critica nostrana (non è insensato considerare anche lo stesso Proust, scrittore recluso, come un “esule” volontario?).

Certo che entrambi furono «mercanti di gerundi». Questo disse Svevo parlando di Joyce in una famosa conferenza milanese del 1927, e il termine vale per l’uno e per l’altro. Lo furono guardando al mondo ebraico (Svevo ebreo cristianizzato ma pur sempre ebreo) che rappresenta la matrice della loro Weltanschauung, sia in Bloom che in Zeno. Quando Joyce lasciò Dublino, in città non c’erano più di 200 famiglie ebree, e finì a Trieste dove la comunità ebraica — quasi 5mila persone — aveva un ruolo-guida economico e politico. È in tale contesto che i due scrittori costruiscono il loro spaccato di società borghese (piccolo borghese per Joyce). Ulisse è ambientato a Dublino ma si respira tanta aria di Trieste. E infine, tutt’e due dicono di voler scrivere un «capitolo morale della storia della loro città». Dublino come Trieste, dunque, come si legge in calce al romanzo joyciano Dedalus.

Friends in Exile: Italo Svevo
& James Joyce

Brian Moloney

Troubador Publishing, Leichester, pagg. 256, £ 13,95.

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